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lunedì 23 dicembre 2024

Cecilia Sala : L’incendio Reportage su una generazione tra Iran Ucraina e Afganistan - Mondadori edizioni – recensione

 


 Cecilia Sala all’incredibile età di soli 30 anni è ormai una giornalista-scrittrice affermata.

Ha patito 19 giorni di detenzione in uno dei peggiori carceri di Teheran nel 2024, che non stati certo un passatempo, ma che hanno anche fatto di lei un personaggio universalmente noto, cosa che per la sua professione conta eccome.

Scrive per il Foglio ,ma sopratutto per Chora Media ,Podcast, ma non solo, diretto da Mauro Calabresi, col piglio dell’inviato speciale.

Questo libro raccoglie alcune storie di giovani di paesi toccati dalle guerre che vogliono esprimere il sentire di una generazione in ebollizione.

Quindi se volete leggere un reportage di ottimo livello che raccoglie, storie che lasciano il segno per i sentimenti e le emozioni che suscitano, avete trovato il libro giusto.

Se però, e lo dico subito e senza mezzi termini, volete un libro per decifrare la situazione dei paesi nei quali vivono i ragazzi dei quali la Sala parla, non siete sul binario giusto.

Perchè?

Perchè le storie di vita raccontate sono assolutamente vere ed umanamente molto coinvolgenti, ma quei ragazzi rappresentano una parte delle loro rispettive società che probabilmente risulta essere più che minoritaria.

Bellissimo sentire che in quei paesi esistono giovani disposti anche al sacrificio supremo per la libertà la democrazia e la società liberale, ma in quelle regioni i valori appena elencati non fanno parte né della della loro storia nel del patrimonio culturale di quei popoli.

Lo so è antipatico dire che quei popoli non guardano affatto al nostro mondo occidentale come a un modello da imitare e verso il nostro modello non hanno la minima fascinazione.

Non è un caso infatti che gli analisti di geopolitica, dopo che la loro disciplina da negletta è diventata ormai citata ovunque, hanno sottolineato il tratto fondamentale della stessa, individuato nella sottospecie di geopolitica umana, intendendo che i popoli non sono astrazioni, ma sono realtà basate sulle persone umane dotate della medesima psiche che diventa collettiva.

Hanno altra storia, altra spiritualità, altra cultura.

Non è un caso che gli oppositori alla tirannia oscurantista dei turbanti neri in Iran prendono sempre di più a modello non il nostro liberal democratico, ma i miti e i simboli della grandezza passata della loro storia : Ciro il Grande e la spiritualità zoroastriana.

Difficile dire anche per i professionisti più preparati della geopolitica se le Guardie della Rivoluzione e altre milizie sorelle sono maggioranza o minoranza e in che misura.

Ma una cosa è certa, che i giovani iraniano che sono demograficamente la stragrande maggioranza della popolazione, non sono disposti a sacrificare la vita per il nostro tenore di vita neppure paragonabile al loro, ma per una cosa ben diversa che si chiama : la gloria .

Per la moltitudine dei giovani che fanno parte delle varie milizie del regime questa si declina addirittura nella ricerca del martirio.

Per la pattuglia o speriamolo, tanto nessuno lo può dimostrare, la moltitudine dei giovani che si esaltano all’idea di ripristinare la gloria del vecchio impero di Ciro e la spiritualità zoroastriana del sole che arde si tratta di gloria imperiale.

Concetti insipidi e indigesti per noi, ma la realtà analizzabile con gli attrezzi della geopolitica è quella che è.

Anche se lo ripeto, le storie narrate da Cecilia Sala meritano di essere lette e condivise, per il semplice fatto che sono vere e reali, ma non sono lo specchio di quelle società, sono storie di nicchia.

Mi sono soffermato per non dilungarmi troppo sull’Iran, ma per Ucraina e Afganistan vale lo stesso discorso.

A proposito di Iran concludo sottolineando il fatto che la Sala da il meglio delle proprie abilità di reporter la dove presenta anche aspetti della realtà di quel paese del tutto ignorati dalle nostre parti ed anzi ritenuti incredibili.

immagino per esempio che sarà una enorme sorpresa per i lettori italiano apprendere da questo libro, per esempio, che il peso delle donne in Iran è in diversi campi molto più corposo e pesante di quello delle donne nel nostro paese.

I numeri cantano, e sono quelli riferiti alle donne iraniane ingegnere, medico, informatico, matematiche,fisiche nucleari e spaziali eccetera eccetera.

E’ una contraddizione evidente, ma se ignoriamo questa realtà,non siamo in grado di capire il senso delle cose.

E’ una contraddizione senza dubbio che gli uomini col turbante, sul lavoro ,debbano essere molto cortesi con lo staff femminile di qualsiasi istituzione, se non di dover molto spesso digerire il, fatto di esserne dipendenti, quando poi, fuori dall’ufficio, le medesime dirigenti si trovano a precipitare al rispetto di usanze da medioevo , studiate per indicare una subordinazione al genere maschile. ma questo non toglie il fatto che sul lavoro la situazione è capovolta.

Ed anzi, la contraddizione è così assurda, da far ritenere verosimile il fatto che quel regime potrebbe scricchiolare sotto ilo peso delle sue contraddizioni, ma non per essere sostituirlo con un regime all’occidentale, perché come si è detto sopra,pare che il fascino del glorioso passato dell’impero persiano abbia più attrazione sulla gioventù iraniana che non il nostro modo di vita occidentale.

Pare proprio che preferiscano Ciro il Grande a Voltaire e Montesquieu e ancor peggio che peggio se conditi in salsa americana.

Nei due altri capitoli trattati dal libro sull’Ucraina e sull’Afganistan ,l’analsi mi sembra sinceramente meno profonda, ma non viene meno ugualmente l’interesse per i casi umani raccontati.







lunedì 21 agosto 2023

George Friedman : America’s Secret War. Inside the worlwide struggle between the United States and its enemies - Ed. Abacus – recensione

 



Mi sono accostato a questo mostro sacro della geopolitica mondiale, con un certo senso di soggezione, ma devo dire che mi sono trovato benissimo, per tutte le quasi 400 pagine del libro.

Nel senso che l’autore ha più lo stile diretto del manager che non quello tendenzialmente ricercato dell’accademico.

Anzi ,se c’è una cosa che mi ha più volte stupito, è proprio questo approccio senza veli e senza cautele.

Oddio, non facciamo gli ingenui.

L’autore è il fondatore della più famosa e qualificata agenzia privata di intelligence del mondo (Stratfor) e quindi mettere alla berlina le infinite figuracce fatte dalla Cia nel corso degli ultimi decenni e delle guerre americane ,che sono state spalmate durante questi anni, magari gli hanno procurato anche un certo piacere personale.

Non dimentichiamoci però che gli americani ,a differenza di noi europei e ancora di più di noi italiani, sono , non per amore di retorica, ma perché lo sono proprio nel loro animo e nella loro cultura, e quindi se da una parte Friedman mette alla berlina la Cia, dall’altra rimane rigidissimo nel delineare e difendere la strategia globale americana e la sua politica di potenza, anche in questo caso senza veli e senza imbarazzi di sorta.

Ma va bene così.

Perchè ,se si vuole capire qualcosa della storia nella quale siamo inseriti, volenti o nolenti, le recenti vicende ucraine credo che ce lo insegnano, occorre individuare e buttare alle ortiche i paraocchi dei nostri pregiudizi e giudizi stereotipati, anche se li vediamo largamente condivisi.

Perchè la geopolitica ce l’ha insegnato : le cose funzionano in un altro modo.

Tanto per fare un esempio, se vogliamo cercare di capire com’è la situazione sul campo in un dato momento, durante una guerra guerreggiata, non ci sono di nessuna utilità i giudizi o pregiudizi etici -ideologici.

Quello che ci serve è qualsiasi cosa per leggere la realtà com’è.

Ecco a cosa serve la geopolitica.

Abbiamo capito che parla un linguaggio crudo e antico.

Infatti parla apertamente di politica di potenza, di imperi, di egemonia, di eserciti,flotte, armamenti e non di diritti umani, democrazia eccetera e questo ci destabilizza.

Non ne parla, non perché i suoi analisti sono persone insensibili o peggio amorali, ma semplicemente perché si occupano di altro.

Il giudizio etico verrà dopo, ma è un’altra cosa.

Tutto questo per dire, che ,se volete apprendere come sono andate le guerre americane degli ultimi decenni (a partire dall’11 settembre 2001) nella realtà, dovete assolutamente leggere questo libro.

Scoprirete, con molto sconcerto, che una cosa è la realtà, una cosa, quasi sempre molto diversa, è la narrazione, che di questa realtà viene fatta dai governi interessati

Narrazione ,che i media propinano a guerra in corso, anche perché, scoprirete sempre leggendo il libro, che manipolare mediaticamente la realtà e l’opinione pubblica è ,e lo è da sempre, non solo nei tempi moderni, parte delle tecniche della guerra medesima, allo stesso modo come lo sono gli armamenti.

Veniamo al dunque ,in modo che il lettore capisca perché un libro come questo è importante che venga letto.

Tutti ,o almeno, gran parte di noi, siamo stati testimoni in diretta degli avvenimenti dell’11 settembre 2001, quando un commando di Al Quaida (del quale ,tra parentesi, Friedman ammira e loda la preparazione e l’efficienza professionale) ha quasi contemporaneamente dirottato ben quattro aerei civili ,delle maggiori dimensioni, per usarli come bombe, due contro le Twin Towers del World Trade Center a New York, uno contro il Pentagono e l’ultimo contro un obiettivo rimasto ignoto ,che non ha potuto portare a termine la missione, per una sopravvenuta serie di contrattempi, che hanno consentito ai passeggeri di rivoltarsi, senza potere però impedire che il loro aereo precipitasse in Pennsylvania.

Ebbene, da quasi subito si è appreso che la provenienza degli attentatori suicidi era senza ombra di dubbio nella grande maggioranza l’Arabia Saudita.

Ed allora perché ,sempre noi ci siamo chiesti , per quale strana ragione il Presidente W Bush ha deciso di rispondere alla prima minaccia della storia nei tempi moderni alla “homland” ,al suolo della madrepatria americana, andando a invadere prima l’Afganistan e poi l’Iraq ,invece che l’Arabia Sudita ?

Nelle nostre elucubrazioni da bar, devo confessare che, per lo più ci siamo detti : eh, si è ovvio, la famiglia del presidente è notoriamente in affari col petrolio e quindi come farebbe ad andare a bombardare i propri interessi?

Apparentemente la cosa sembrava verosimile, anche perché e lo vedremo bene dal libro, l’amministrazione di W.Bush è stata tutt’altro che brillante nel mostrare al pubblico quali erano, a suo avviso, le cause e le ragioni della guerra in Afganistan prima e in Iraq dopo.

E, detto fra di noi,ma sempre tra parentesi, per delle guerre che sono sempre costate migliaia di vittime ,alle forze armate americane, sarebbe valso la pena di spiegare decentemente e il più convincentemente possibile, ai parenti di quelle vittime, perché mai i loro cari erano andati a morire in Afganistan e in Iraq.

Ma andiamo avanti.

Ecco che a questo punto della narrazione, Friedman toglie i veli e ci mostra la realtà vera, che, come sospettavamo, non c’entra proprio nulla con l’andare a esportare la democrazia e i diritti umani.

Si trattava semplicemente di studiare una reazione che contribuisse a ristabilire la consapevolezza nel mondo della potenza americana come egemone globale.

L’America sapeva benissimo che dietro AlQuaida c’era prima di tutto il Wahabismo saudita, ma sapeva anche che un attacco diretto all’Arabia Saudita avrebbe causato più danni che vantaggi.

E’ ovvio che gli americani stessi hanno fatto immediatamente due più due.

Il commando che aveva ferito in modo così grave la posizione nel mondo dell’America era di provenienza saudita e la sua azione era in perfetta sintonia con l’ortodossia ultra fondamentalista Wahabita, praticata in Arabia Saudita e difesa con la spada dai regnanti, perché da loro usata come efficace “instrumentum regni”.

Gli Americani si resero conto, che attaccare i sauditi direttamente, avrebbe significato prima di tutto deporre la famiglia reale ,che in passato aveva dimostrato fedeltà agli Usa, da ultimo in ordine di tempo permettendo addirittura agli Americani stessi di insediarsi nel suo territorio, per costruirvi basi militari di molto grandi dimensioni per aiutarli a sconfiggere quel Saddam che aveva invaso il Kwait.

Facendo ciò i regnanti sauditi hanno rischiato grosso, perché il clero wahabita aveva fortemente contrastato “l’invasione” del regno, che custodisce i luoghi santi dell’Islam, da parte dei “Crociati” infedeli.

E poi quali e quante grane avrebbe dovuto affrontare l’America, se avesse invaso l’Arabia Saudita ,pensando che poi avrebbe avuto la responsabilità diretta di gestire quel paese dalle mille tribù, delle quali negli Usa si sapeva ben poco.

E l’aspetto economico, non era certo secondario, dato che un attacco diretto ai sauditi, avrebbe significato causare uno shock petrolifero colossale ,con conseguenze disastrose sull’economia mondiale.

Poi gli Usa avevano la prova, che la monarchia saudita non aveva una responsabilità diretta nel sostenere Al Quaida ,nel senso che a finanziarla, non era direttamente la famiglia reale, ma erano singoli facoltosi cittadini, che facevano collette, tramite organizzazioni ,ong e charity wahabite.

L’interesse strategico dell’America era di mantenere la stabilità del Medio Oriente, perché questo garantiva l’egemonia americana nella regione.

E quindi a Washington si decise che quel finanziamento saudita ad Al Quaida doveva essere troncato al più presto, ma minacciando i Sauditi senza invaderli.

Cioè occorreva mettere in atto una prova di forza al più presto, tanto più che nel paese si diffondeva il sacro terrore di essere indifesi di fronte a possibili ulteriori azioni di commandos, magari ancora più invasive di quella dell’11 settembre, perché avrebbero potuto fare uso di bombe nucleari sporche o di armi chimiche.

Per realizzare questa strategia risultava essenziale mantenere al potere dell’Arabia Saudita la famiglia regnante, insediata al potere dagli Inglesi ,ed ereditata come “cliens” dagli americani, ma costringendola a combattere Al Quaida in modo concreto.

Ecco perché si scelse come obiettivo l’Afganistan ,che aveva al governo i Talebani, anche loro islamici molto vicini al fondamentalismo estremo dei wahabiti e che dava rifugio a Osama Bin Laden, l’organizzatore del commando dell’11 settembre.

Non vado oltre nel libro troverete i dettagli anche di tecnica militare estremamente interessanti di quelle guerre.












venerdì 5 maggio 2023

Cinzia Bianco Matteo Legrenzi Le monarchie arabe del Golfo Nuovo centro di gravità in Medio Oriente - Editore Il Mulino – recensione

 


E’ singolare dover constatare che i due autori una Senior Analyst di diversi istituti di ricerca europei con obiettivo di analisi centrato sul Medio Oriente e un docente di Scienza Politica di Ca Foscari confessino nella prefazione di avere lavorato a questo volume con il preciso scopo di fornire sopratutto agli addetti ai lavori in tutti i campi ma sopratutto ai decisori politici ad ai loro consiglieri il primo manuale a livello universitario sulle monarchie arabe del Golfo.

Singolare perché questo non significa altro che rendere pubblico prima di tutto il fatto che addirittura non esistessero prima manuali del genere in italiano e secondariamente fare capire , se pure indirettamente, che i decisori politici ,verosimilmente, ben poco sanno di una zona di importanza strategica di primo piano per il nostro paese e per l’Europa.

Andiamo bene!

Estremamente positivo però almeno il fatto che ,per chi vuole superare questo vuoto cognitivo, ora lo strumento c’è ed è a portata di mano.

Devo dire che fortunatamente questo saggio è concentrato in un numero di pagine accettabile e sopratutto è scritto in uno stile leggibile, che non da per scontate verità esoteriche e quindi che spiega situazioni e vicende con molta chiarezza.

Siamo sinceri ,un problema con i paesi del Golfo temo che ce l’abbiamo tutti.

Personalmente confesso che più di una volta ho fotocopiato la pagina dell’atlante di casa. perché mi risultava ostico ricordare dove diavolo si trovassero in quella esotica penisola del golfo quegli stati dei quali tanto si parlava e le loro capitali diventate il sogno turistico di molti : Dubai, Abu Dabi, Doha, eccetera.

Il super grattacelo, le isole galleggianti dove si trovavano a Dubai o ad Abu Dabi?

Quanto alla collocazione politica ,ancora peggio, nel senso che essendo tutti arabi e tutti della stessa regione ,ci riesce difficile capire perché al momento delle primavere arabe ,ma sopratutto dopo, si trovavano schierati su fronti diversi e avversi.

Questo libro, ovviamente molto ben documentato con note e bibliografia, mi sembra che, senza che debba semplificare troppo, fornisce un po’ la chiave di volta per individuare la ragione di fondo per la quale si sono formati e consolidati nel tempo schieramenti diversi.

Un criterio se non il criterio fondamentale consiste infatti ,come ribadiscono gli autori, nell’atteggiamento che le diverse monarchie del Golfo hanno nei confronti dell’Islam politico e sopratutto dei Fratelli Musulmani.

Per ragioni storiche o magari semplicemente casuali, la casa regnate del Qatar si è trovata a dare ospitalità ad alcuni dei primi notabili della gruppo fondato da Al Banna dopo gli anni della grande crisi del 29 e quel legame ha pesato sugli orientamenti futuri.

Così mentre il Qatar ,quasi sempre in sintonia con la Turchia) plaudiva alle primavere arabe e spingeva perché i regimi interessati fossero sostituiti da nuovi governanti ispirati proprio dai Fratelli Musulmani.

Sul fronte opposto ,il colosso della Regione, l’Arabia Saudita con quasi sempre a ruota gli Emirati Arabi Uniti ed il Baharein ,diventavano lo schieramento che vedeva come il fumo negli occhi l’Islam politico , dipinto come contiguo col terrorismo, vedendolo come il nemico numero uno della stabilità della regione ,ma sopratutto delle famiglie reali alleate.

Per conto loro il Kuwait e l’Oman che regolarmente nei problemi della regione prendevano posizioni più defilate ,meno assertive, e più inclini al dialogo.

L’Arabia Saudita, in ragione delle sue dimensioni ,ha le carte in regola per aspirare ad assumere una posizione se non proprio di egemone regionale almeno di naturale attrazione per i paesi di minore peso.

Ovvio quindi ,che nel gioco geopolitico del Golfo ,i Sauditi siano regolarmente in rotta di collisione con l’altro gigante l’Iran, che non tanto aspira ,ma dati i suoi precedenti storici con i quali si sente in linea di continuità ,ritiene che, come erede dell’impero persiano, tale ruolo sia il suo di diritto.

Il gioco geopolitico degli egemoni e dei satelliti è diventato ancora più evidente nel Golfo quando gli Stati Uniti hanno “spostato il pivot” della loro strategia politica dal Medio Oriente all’Asia.

Non è stata cosa da poco infatti per l’Arabia Saudita scoprire che la garanzia securitaria che per decenni aveva loro garantito la grande potenza globale ,progressivamente, veniva meno.

L’accordo sul nucleare con l’Iran già era indigeribile, ma quando poi gli attacchi missilistici alla regione meridionale dell’Arabia Saudita, straricca di petrolio ,perpetrati dall’Iran se pure usando la foglia di fico della proxy war facendo fare da tramite agli Houthi dello Yemen diventarono abituali, senza che gli Usa muovessero un dito ,allora divenne chiaro che tutto era cambiato e che le alleanze regionali andavano formalizzate per garantirsi il futuro direttamente.

Non sto ad anticipare le mosse delle Monarchie verso la situazione in Libia, in Siria ed oggi in Sudan, perché tutto si connette e tutto ha una sua logica, se si seguono le coordinate che questo chiarissimo saggio ci consentono di acquisire.