Visualizzazione post con etichetta politica estera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica estera. Mostra tutti i post

sabato 12 ottobre 2024

Marzio Mian Volga Blues Viaggio nel cuore della Russia - Edizioni Gramma Feltrinelli - recensione

 



Dai vari siti che lo citano, ricavo le notizie essenzili sull’autore.

Marzio G.Mian è un giornalista ,che fa parte di The Arctic Times Project, organizzazione giornalistica non profit ,che indaga sulle conseguenze della crisi climatica nell’Artico.

Ha realizzato incheste e reportage in più di 50 paesi.

E’anche autore di teatro.

E’ stato per 7 anni vice-direttore di Io Donna del Corriere della Sera, collabora con Internazionale,il Giornale,GQ Italia,Rai Sky Italia.

Giornalista e inviato in mezzo mondo, ha sviluppato un interesse particolare a cercare di capire il punto dei vista dei russi.

E’ da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, che gli analsiti di geopolitica non sanno più a che santo votarsi, per farci capire ,che i rapporti internazionali e le guerre in paritcolare sono molto più complicate di come appaiono e che quindi l’equazione di ferro, adottata con incredibile unanime conformismo dai nostri media :,Russia invasore = cattivo/Ucraina invaso = buono ,non è semplificabile alla stregua del darby Milan-Inter, ma che va almeno contestualizzata nella storia recente.

Quindi bisogna tener conto che quando è in corso una guerra, le cronche che provengono dai paesi in guerra e loro alleati ,non sono notizie vere, ma pura propaganda.

E che per capirci veramente qualcosa ,occorre sempre partire dal cercare di afferrare il punto di vista di tutti e due i contendenti, tutti e due, non solo di quello, che ci è più simpatico o più vicino.

In parole un po più prosaiche, occorre cercare di capire l’”anima” dei paesi in guerra.

Per cercare di capire l’anima della Russia, Mian ha intrapreso un viaggio per i 3.800 kilometri ,che occorre farsi, per seguire tutto il corso del Volga, il maggior fiume della Russia e di Europa, dal Baltico al Caspio.

Ne è venuto fuori un brillante reportage ,che è risultato qualcosa di molto più di un semplice reportage, perché le descrizioni pur brillanti di alcuni luoghi simbolo di questo paese, come Stalingrado oggi Volgograd, o Astrakan, e sopratutto le interviste ai personaggi russi più disparati, o dai puntuali richiami alla storia del paese ,ne esce fuori davvero uno dei migliori tentativi di penetrare l’anima della Russia.

Confessiamocelo, noi ,di nostra iniziativa “di pancia”, subito ben corroborata del resto ,a nostra parziale discolpa, dai commenti tutt’altro che approfonditi o originali dei media, abbiamo battezzato e banalizzato questa guerra con la presente brillante pensata : una mattina Putin, autcrate completamente fuori di testa ha deciso di invadere l’Ucraina e l’ha fatto,

Di conseguenza ,attenzione!, perché oggi è toccata agli ucraini ,ma domani potrebbe toccare a noi.

Perchè mi son permesso di fare l’affermazione, sommamente divisiva ,riportata sopra ?

Prima di tutto perché mi risulta ,che rappresenti il modo di pensare più diffuso sull’argomento, e poi perché questo libro sembra scritto apposta, per sostenere il punto di vista dei già citati analisti di geopolitica, che ripetono ,se pure con non molto successo : fate attenzione, la figura dell’uomo solo al comando, oggi battezzato autocrate, non esiste e nella storia, non è mai esistita.

Perché anche i più cupi e screditati autocrati o dittatori della storia ,rimanevano al potere solo ed esclusivamente, fin quando li sorreggeva il consenso di fondo dei loro popoli ,conforme a linee guida di lungo o lunghissimo corso, impresse nella loro storia culturale, se non adirittura ancestrale.

Ecco allora l’estrema utilità di cercare di capire l’anima della Russia.

Per poi scoprire, inevitabilmente ,che l’autocrate del momento, non fa altro che cecare di uniformarsi al modo di sentire del suo popolo.

I russi possono o non possono riuscirci simpatici, vicini o lontani, ma la pensano in modo molto, ma molto diverso da noi.

Attenzione, perché è qui che si gioca il confine fra guerra e pace.

Nell’analizzare il senso di quel “diverso”.

Se ci riteniamo tutti nel nostro Occidente figli della filosofia dei Lumi, dovremmo per coerenza essere abituati ad applicare il valore della tolleranza a ciò che è diverso : allora è pace.

Se, invece, ciò che è diverso, lo definiamo imediatamente inferiore : allora è guerra.

Dobbiamo sempre scegliere fra Immanuel Kant e Friedrich Nietzche.

Fra uomo razionale, che ha posto la sua dignità nell’etica ,oppure nel superuomo, che ritiene che la sua dignita risieda unicamente nella potenza.

Il fatto che siamo diversi ,non significa affatto che siamo superiori ,e che i Russi ,per divenire nostri amici, debbano adottare il nostro modo di pensare, la nostra visione del mondo, che sarebbe la migliore , la più elevata e quindi quella da imporre al resto del mondo.

Non funziona così.

I Russi possono sembrarci arcaici o medioevali, nel loro attaccamento alla tradizione ortodossa ed all’idea imperiale, ma questi sono i russi e non altro.

Non sono proprio aspiranti occidentali anche se bevono Coca Cola, mangiano amburgher Mec Donald e aspirerebbero a possedere un Iphon.

Naturalmente usando ingegnose manovre per aggirare le pesanti e onnipresenti sanzioni americane, ben descritte nel libro, che andrebbe letto anche solo per questa parte.

Mian ha il grande merito, innazi tutto, di avere cercato con grande onestà intellettuale di “fotografare” quella, che ,nel suo reportage ,si veniva rivelando come l’anima profonda della russia ,poi, pur non essendo ,né volendo essere, un analista geopolitico, di cercare di capire il fondamento almeno di qualcuno, dei punti fissi della visione del mondo dei russi.

Ne accenno uno : l’atavica aspirazione all’impero.

Forse ,quello che più risulta indigesto, al nostro modo di pensare.

Ma proviamo a uscire dalle semplificazioni, alle quali ci ha abituato lo studio sbrigativo della storia, che ci hanno appioppato i programmi ministeriali.

Secondo i manuali le due guerre mondiali ci avrebbero liberato dagli imperi, istituzioni superate, basate sulla sola forza e oggi improponibili.

Attenzione però.

Ragioniamo contestualizzando.

Gli imperi sono stati, non il risultato di deliranti sogni di potenza, di qualche stravagante personaggio storico, ma niente altro che l’inevitabile soluzione, da adottare, da parte di paesi che si ritrovavano a governare su territori particolarmente vasti e sopratutto su popoli poco omogenei ,divisi da lingue,religioni e sopratutto etnie ,molto diverse fra di loro e quindi difficili da tenere insieme.

La Russia, guarda caso, è il paese territorialmente più grande del mondo.

Diviso in 85 entità federali, assimilabili alle nostre regioni.

Non parliamo di lingue,religioni ed etnie.

Come si fa a tenerlo insieme un paese del genere, senza ricorrere al concetto di impero?

Non che per l’America, tanto per dire, il discorso si sviluppi in modo diverso.

Non siamo abituati a ragionare in questo modo, ma è proprio per questo che servono libri come questo.


martedì 7 maggio 2024

Antony Loewenstein : The Palestine Laboratory. How Israel export the tecnology of occupation around the world - Ed: Verso Book – recensione

 




Iniziare una recensione ponendo una domanda a un potenziale lettore non è usuale, ma siccome ci accingiamo a parlare di un libro che affronta un argomento oggi si direbbe “altamente divisivo”, non mi sembra fuori luogo.

La domanda è questa : ritenete coerente che l’Europa rischi di farsi trascinare nella Terza Guerra Mondiale schierandosi dalla parte dell’Ucraina nei confronti dell’invasore russo,che dopo due anni occupa solamene una piccola parte di quel paese ,mentre non mette in atto niente di concreto per impedire che prosegua l’occupazione di tutto il territorio Palestinese da parte di Israele, che dura da quasi 60 anni ?

Se trovate che porsi quella domanda sia ragionevole, allora il libro sopra elencato fa per voi.

Troverete una serie notizie ben documentate, che aiutano a sviluppare un ragionamento non certo peregrino.

Spiace doverlo ripetere, ma, se coloro che lavorano per i nostri media proteggessero la loro professionalità con uno studio un po più profondo delle materie che trattano, farebbero certamente meglio il loro lavoro, offrendo al pubblico elementi di analisi più solidi.

Tanto per fare un esempio,proprio in questi giorni, gran parte dei media medesimi invita il presidente statunitense ad esercitare tutto il suo potere per bloccare l’invio di armi ad Israele, inducendo il lettore a mettere nello stesso piano il peso dell’invio di armi a Kiev con quello a Tel Aviv.

Ecco, basterebbe informarsi solo un pochettino consultando le analisi di geopolitica, ma ancor meglio quelle degli analisti militari, per venire a conoscenza del fatto che Israele è uno dei più grandi fornitori di alta tecnologia militare del mondo e che quindi le possibilità di “ricatto” in mano a Biden nei confronti del governo israeliano non sembrano certo un gran che.

Fanno sicuramente comodo gli aiuti americani ad Israele, ma non sono certo una garanzia di sicurezza “sine qua non”, come nel caso dell’Ucraina, enormemente più debole sul piano militare e, che, non dimentichiamolo , si è da tempo dotata dell’ombrello sicuritario più potente che esista, essendo l’unica potenza atomica del Medio Oriente.

Sarebbe oltremodo utile partecipare alle svariate esposizioni- mercato di armamenti, che si tengono regolarmente in giro per il mondo per capire tutto quello che c’è da capire.

Se il lettore vuole documentarsi proprio su questa materia, allora ha trovato il libro giusto.

Israele ha da anni sviluppato conoscenze e capacità di elaborazione e di vendita dei più sofisticati sistemi di intercettazione delle comunicazioni che esistono.

Oggi la conoscenza è potere più del possesso dei carri armati.

Puoi farti una corazza spessa e quasi impenetrabile quanto vuoi,ma se io posseggo i più moderni strumenti di intercettazione delle comunicazioni, che mi avvisano della tua posizione, io sono in grado di farti saltare in aria.

Oggi funzionano così le cose.

Il lato più conturbante della cosa è che questo libro sostiene la tesi, ovviamente portando documentazione in appoggio, che Israele si sarebbe tenuto per così lungo tempo quello che comunque non può che essere indicato che come “il peso dell’occupazione” della West Bank, Gerusalemme Est e Gaza,anche perché avrebbe usato questi territori, come terreno di sperimentazione proprio dei sistemi di controllo delle popolazioni, che le sue industrie hanno sviluppato nel corso degli anni.

Industrie inizialmente a controllo statale, ma oggi ampiamente privatizzate.

Il libro elenca queste ditte,ne fa la storia e chi vuole può andare alle fiere degli armamenti, come abbiamo sopra accennato, per farsi dare indicazioni, dimostrazioni e prezzi.

Per informazione dei potenziali lettori aggiungo che ho elencato il libro nell’originale inglese, ma che il medesimo è disponibile anche in una edizione in italiano, pubblicata da Fazi Editore.






sabato 25 novembre 2023

Dario Fabbri Geopolitica umana. Capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne Ed. Gribaudo – recensione

 




E chi meglio di Dario Fabbri, Direttore di Domino e della Scuola di Domino, poteva scrivere il miglior testo di geopolitica, arrivato fino ad oggi sul mercato?

Non sembri esagerato quello che ho scritto, perché è singolare il talento di questo giovane analista, ormai pienamente affermato, con il non trascurabile “aiutino” ,che gli ha fornito due anni fa, quel pezzo da novanta del mondo dei media che è Enrico Mentana.

E’ stato infatti lui, che ha avuto il fiuto di lanciarlo negli speciali di La7 ad aggiornamento e commento della guerra d’Ucraina.

Fabbri ha il pregio di unire i vantaggi di una giovane età con l’autorevolezza .che si guadagna chi studia e fatica più degli altri e poi emerge per forza.

Nelle ormai continue apparizioni televisive o nei vari podcast ,blog e social vari, aiutato anche da un linguaggio molto personale. preciso e spesso perfino troppo colto, o forse anche proprio per questo. appare col suo rigore. quasi come un sacerdote. di questa nuova disciplina che è la geopolitica.

Che non teme di fare affermazioni quasi sempre contro- corrente, tanto contro corrente. da apparire spesso provocatorie, e comunque. sempre del tutto politicamente-scorrette.

Del pensiero considerato unico e mainstream, la geopolitica se la ride.

Nelle primissime righe di apertura del saggio del quale stiamo parlando,Fabbri introduce, molto a proposito, la sua testimonianza personale.

Che consiste nello sconcerto e nell’insoddisfazione di uno studente di Scienze politiche,come anche lui era stato a suo tempo, che si accorge che le materie basilari,, deputate a fornire gli strumenti per capire, dove va politicamente il mondo, come scienza politica e relazioni internazionali, sono declinate in modo da non essere affatto funzionali allo scopo.

Tutti costruiti su schemi ideologici, applicati in qualsiasi contesto, senza rendersi conto che gli schemi sono frutto di ideologie esclusivamente occidentali, spacciate erroneamente per universali ,con piglio colonial-razzista, in senso culturale.

Lontani da una sistematica analisi storica, affiancata da antropologia e psicologia.

Studio delle etnie e ,si direbbe ,di quell’oscuro mondo, che ,per intendersi, potrebbe definirsi come psiche collettiva.

Ed allora ecco che la realtà non viene più descritta visionandola e classificandola ,guardandola dietro a lenti colorate, che la definiscono sulla base di severe, ma posticce classifiche a base di democrazia formale e diritti umani (declinati alla occidentale).

Ma viene scansionata dalla geopolitica sulla base di concetti antichi : potere, nazione, e orribile a dirsi secondo il pensiero unico mainstream, imperi.

Per impedire lo svenimento continuo dei lettori non avvezzi alla crudezza di questi linguaggi alla Thomas Hobbes, (che curiosamente i cultori di geopolitica non nominano mai) ,Fabbri e soci invece che impero ,usano più spesso il termine egemone regionale o globale e si spiegano comunque benissimo.

I lettori avranno già sentito sciorinare i “fondamentali della geopolitica : andamento della demografia; coesione etnica o meno di un popolo ; pedagogia sempre di un popolo, amministrata dal sistema scolastico, che può portare a quella negli Usa è comunemente considerata apertamente come una “religione civile”; attitudine a considerare o meno come prioritari, elementi che non sono economicisti (benessere materiale, da coltivare senza sacrifici) come : potere, sovranità, sentire comune condiviso, orgoglio del proprio passato, meglio se imperiale, attitudine all’uso della violenza, per difendere la propria idea di nazione profonda, attitudine a sacrificare l’immediato bene materiale e in una certa misura i diritti, pur di godere del prestigio del proprio passato considerato glorioso ed esaltante.

Ecco ,bastano poche righe e pochi concetti base per capire ,che esiste un discrimine abbastanza netto fra il mondo degli egemoni o aspiranti tali : Stati Uniti, Cina,Russia, Turchia, Iran e “gli altri”, che impersonano la parte dei “clientes” dei primi.

Si direbbe ,che in geopolitica come nel diritto, “tertium non datur”.

E avanti così, con sorprendenti sventole date in faccia a che si pasce dell’illusione di un governo “etico” del mondo ,basato su istituzioni internazionali, delle quali la geopolitica ha una considerazione direttamente proporzionale al loro (quasi nullo) potere effettivo, o delle presunte potentissime multinazionali, che la geopolitica ridimensiona drasticamente, alla sola dimensione che gli apparati dei loro paesi di riferimento, concedono loro di esercitare.

Non lo nego, essere invitati a leggere il mondo, usando parametri del tutto nuovi e diversi (anche se sono antichissimi) mette inizialmente a disagio, ma l’irritazione si supera ,quando si capisce che dietro c’è un’analisi accurata, trasparente e asetticamente distinta da ideologie di sorta.

Personalmente ,dopo essere stato per un certo periodo scosso nelle mie precedenti convinzioni, mi sono convinto, che usando questi parametri coltivati dalla geopolitica, riesco a capire quello che prima mi convinceva sempre meno.

Ma leggetelo comunque questo saggio, da qualunque scuola di pensiero proveniate.

Vedrete che Fabbri, per male che vada, vi darà comunque delle piacevoli soddisfazioni intellettuali.



giovedì 16 novembre 2023

Limes : La Cina resta un giallo. La fine del mezzo secolo d’oro trova il colosso in mezzo al guado. I misteri dei palazzi di Pechino – n 9/2023 – recensione

 



Come sempre su Limes non si può perdere l’editoriale di Lucio Caracciolo, anche se il suo vezzo di ricorrere spesso e volentieri a termini ultra-colti a volte diventa sconcertante.

In questo editoriale dopo poche righe vi imbatterete nel termine “apofatismo” che non è proprio di uso comune, ma questo è Caracciolo.

Al di là dei termini esoterici il suo argomentare è molto solido.

Seguo da molto tempo Caracciolo e quindi ho imparato col tempo che i suoi giudizi e previsioni sono basati su analisi molto accurate.

Di conseguenza non mi rende affatto felice dover constatare, che nelle uscite recenti, esprime un pessimismo abbastanza accentuato.

Non solo e non tanto per le guerre che deflagrano in serie, ma per la situazione complessiva di fondo.

Del resto non è un caso ,che da tempo Limes abbia coniato un felice neolgoismo proprio per descrivere la situazione attuale di questo nostro mondo : “caoslandia” ,che dice tutto ,senza dover spendere troppe parole.

In questo editoriale, si da per assodato il fatto, che l’egemonia americana e il conseguente unilateralismo ,è soggetto a tali scricchiolamenti ,da costringere gli analisti di geopolitca a guardare a un futuro ,nel quale verosimilmente si vedrà imporsi o un altro impero egemone ,o più probabilmente una intesa fra imperi ,che porterebbe a un equilibrio multipolare e a un altro tipo di globalizzazione.

Dove dovremo misurare il livello di potenza del nuovo o nuovi egemoni ?,si chiede Caracciolo.

Naturalmente sul mare, ci risponde lo stesso direttore di Limes, che non a caso, è riuscito a far diventare quasi usabile ,il termine :“talassocrazia”, troppo importante per essere trascurato, dato che il controllo dei mari, come ci ha più volte spiegato, è forse il parametro più importante della geopolitica.

E’ interessante e significativo rilevare che Caracciolo spiega il complesso atteggiamento degli alleati asiatici americani più decisi ,come il Giappone, che mentre da un lato stanno elaborando verso la Cina tutto un cordone sicuritario, dietro al quale difendersi, dall’altro lato sono tutt’altro che propensi a battezzarsi nel credo occidentale perchè nel loro subconscio vedono scritto sempre più chiaro il motto “l’Asia agli Asiatici”.

Far dimenticare le umiliazioni coloniali o successive a chi le ha subite, non è facile o forse è addirittura impossibile.

Ma noi occidentali ci passiamo sopra quasi sempre.

Ecco allora che il quadro complessivo che ne deriva è assolutamente figlio dell’era della complessità e della contraddizione, appunto caoslandia.

Giappone, India, Turchia, Iran ,e non dimentichiamoci Russia, non sono affatto avviati a sposare l’Occidente come cultura.

Va bene l’economia liberale ,con tutti i vantaggi del libero mercato e della globalizzazione, ma non fermiamoci alle apparenze.

In profondità ,si muovono altre e ben più antiche forze.

Questo numero, come ha sottolineato giustamente il simpatico e tenace Alfonso Desiderio, curatore del canali di Limes, presentando il volume, è arricchito da una partecipazione del tutto inusuale di analisti cinesi e quindi è ancora più ,diciamo ,di prima mano.

Se avete tempo naturalmente leggete tutto quanto, ma se avete obiettivi limiti di tempo, oltre all’editoriale di Caracciolo, non trascurate di leggere l’articolo di Alessandro Aresu, uno dei collaboratori, divenuti più autorevoli di Limes, molto dettagliato sull’elemento forse portante della guerra ,per ora solo commerciale, fra Cina e Usa, il mercato dei microcip.



domenica 1 ottobre 2023

Andrea Riccardi Lucio Caracciolo : Accoglienza. Ed. PM Mondadori - recensione


 

Leggere il libro scritto a due mani da Riccardi e Caracciolo è stato veramente un piacere, come capita raramente, perché purtroppo capita raramente di sentire che quello che si sta leggendo, lascerà il segno e ci arricchirà.

Pur trattando questo libro un argomento, che è addirittura considerato divisivo, nel campo della politica e dei media, al punto da non trovare una linea veramente unitaria, nemmeno nella maggioranza di governo,l’alto livello culturale dei due autori, riesce a portare il discorso su un piano più alto, dove gli argomenti della politica corrente ,spesso meschini ,non hanno circolazione.

Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, che nei decenni di lavoro di questa associazione è passato dall’animare una pura assistenza caritativa, in senso cattolico, alla gente delle periferie romane, ad esperienze di vera e propria diplomazia, per cercare di far dialogare per ricavare progetti di riconciliazione fra fazioni in guerra (vedi Mozambico), ha avuto la capacità di dimostrare ai politici, che con la buona volontà e sopratutto con idee chiare è possibile provare a realizzare “corridoi umanitari” capaci di portare in Italia, del tutto legalmente, persone che vogliono emigrare, per di più,usando fondi privati ,con la collaborazione della Comunità Valdese (che beneficia dell’8 per mille e che lo usa forse meglio della Chiesa Cattolica).

Riccardi, quindi ,sa e sa bene di cosa si sta parlando, quando si discute di accoglienza.

Lucio Caracciolo, fondatore di Limes, ha “inventato” e portato in Italia la geopolitica, che è purtroppo, ancora oggi un oggetto non identificato nelle nostre università, e batte da decenni su un chiodo fisso, di importanza capitale : è stato un errore catastrofico quello fatto dalla nostra cultura, di seguire il pensiero unico che veniva da oltre-oceano che portava a credere seriamente nella “fine della storia”.

Gli americani si erano inebriati all’idea di apparire come gli unici egemoni di tutto l’orbe, dopo la caduta e la dissoluzione dell’Urss.

Se siamo gli unici imperatori del mondo ,pensarono, la storia è finita e possiamo dedicarci solo all’economia ed a incrementare il benessere a livello globale ,realizzando la nostra missione messianica di diffondere il bene nel mondo, va da sé, identificato con la democrazia formale e il liberismo economico,esercitando il nostro “soft power” su tutti quanti.

Oltre, ben inteso, al mantenimento del potere reale e militare, non molto soft per sua natura , delle sette flotte capaci di tenere sotto controllo l’intero globo.

Credere e praticare culturalmente la fine della storia, cioè considerare quasi politicamente scorretto, occuparsi delle nostre radici, significa semplicemente suicidarsi, ripete Caracciolo da un bel pezzo.

Se solo si tornasse a occuparsi di insegnare e insegnarsi la storia ,ricercando anche, ovviamente, la nostra storia, da un punto di vista culturale, l’accoglienza agli immigrati ,nel quadro di una sensata e coerente politica dell’immigrazione, diverrebbe ovvia, perché la nostra storia ci vede come un popolo di emigranti.

Scoprire la propria identità con lo studio della storia, ci vuole, diversamente non sapremmo chi siamo ,e quali sono i nostri interessi strategici come nazione,ma per passare poi subito dall’”io” al “noi”,perchè l’essere umano è innanzi tutto relazione.

Le altre culture servono a confrontarci con il “diverso” per crescere, ovviamente non per farci sottomettere.

Sottolineo questa impostazione, ben chiara in Riccardi e Caracciolo, aperti ,ma nient’affatto “buonisti” ideologici o ingenui.

L’urgenza di elaborare e mettere in atto una seria politica per l’immigrazione è fondata per ambedue gli autori sulla constatazione dell’entità del fenomeno della crisi demografica, che sta vivendo il nostro paese.

Con un paese che diviene a maggioranza di anziani non si va da nessuna parte.

Sono solo i giovani, che possono e devono avere fiducia del futuro, e trasmettere questa fiducia, meglio se girata a entusiasmo, a tutti gli altri.

Se i giovani noi non li abbiamo a sufficienza, allora bisogna andarli a prendere dove ci sono.

La strategia, forse non detta esplicitamente nel libro, ma che viene fuori netta fra le righe è questa : andarli a prendere dove ci sono è cosa diversa , molto diversa, che subire ondate di sbarchi.

Ci vuole una politica che pensi.

Il piano Mattei ,di cui parla la nostra Premier, è un’ottima scelta, anche se gli uomini che a suo tempo l’hanno sostenuto erano di ben altro calibro, ma almeno l’idea è centrata.

Speriamo bene.

lunedì 21 agosto 2023

George Friedman : America’s Secret War. Inside the worlwide struggle between the United States and its enemies - Ed. Abacus – recensione

 



Mi sono accostato a questo mostro sacro della geopolitica mondiale, con un certo senso di soggezione, ma devo dire che mi sono trovato benissimo, per tutte le quasi 400 pagine del libro.

Nel senso che l’autore ha più lo stile diretto del manager che non quello tendenzialmente ricercato dell’accademico.

Anzi ,se c’è una cosa che mi ha più volte stupito, è proprio questo approccio senza veli e senza cautele.

Oddio, non facciamo gli ingenui.

L’autore è il fondatore della più famosa e qualificata agenzia privata di intelligence del mondo (Stratfor) e quindi mettere alla berlina le infinite figuracce fatte dalla Cia nel corso degli ultimi decenni e delle guerre americane ,che sono state spalmate durante questi anni, magari gli hanno procurato anche un certo piacere personale.

Non dimentichiamoci però che gli americani ,a differenza di noi europei e ancora di più di noi italiani, sono , non per amore di retorica, ma perché lo sono proprio nel loro animo e nella loro cultura, e quindi se da una parte Friedman mette alla berlina la Cia, dall’altra rimane rigidissimo nel delineare e difendere la strategia globale americana e la sua politica di potenza, anche in questo caso senza veli e senza imbarazzi di sorta.

Ma va bene così.

Perchè ,se si vuole capire qualcosa della storia nella quale siamo inseriti, volenti o nolenti, le recenti vicende ucraine credo che ce lo insegnano, occorre individuare e buttare alle ortiche i paraocchi dei nostri pregiudizi e giudizi stereotipati, anche se li vediamo largamente condivisi.

Perchè la geopolitica ce l’ha insegnato : le cose funzionano in un altro modo.

Tanto per fare un esempio, se vogliamo cercare di capire com’è la situazione sul campo in un dato momento, durante una guerra guerreggiata, non ci sono di nessuna utilità i giudizi o pregiudizi etici -ideologici.

Quello che ci serve è qualsiasi cosa per leggere la realtà com’è.

Ecco a cosa serve la geopolitica.

Abbiamo capito che parla un linguaggio crudo e antico.

Infatti parla apertamente di politica di potenza, di imperi, di egemonia, di eserciti,flotte, armamenti e non di diritti umani, democrazia eccetera e questo ci destabilizza.

Non ne parla, non perché i suoi analisti sono persone insensibili o peggio amorali, ma semplicemente perché si occupano di altro.

Il giudizio etico verrà dopo, ma è un’altra cosa.

Tutto questo per dire, che ,se volete apprendere come sono andate le guerre americane degli ultimi decenni (a partire dall’11 settembre 2001) nella realtà, dovete assolutamente leggere questo libro.

Scoprirete, con molto sconcerto, che una cosa è la realtà, una cosa, quasi sempre molto diversa, è la narrazione, che di questa realtà viene fatta dai governi interessati

Narrazione ,che i media propinano a guerra in corso, anche perché, scoprirete sempre leggendo il libro, che manipolare mediaticamente la realtà e l’opinione pubblica è ,e lo è da sempre, non solo nei tempi moderni, parte delle tecniche della guerra medesima, allo stesso modo come lo sono gli armamenti.

Veniamo al dunque ,in modo che il lettore capisca perché un libro come questo è importante che venga letto.

Tutti ,o almeno, gran parte di noi, siamo stati testimoni in diretta degli avvenimenti dell’11 settembre 2001, quando un commando di Al Quaida (del quale ,tra parentesi, Friedman ammira e loda la preparazione e l’efficienza professionale) ha quasi contemporaneamente dirottato ben quattro aerei civili ,delle maggiori dimensioni, per usarli come bombe, due contro le Twin Towers del World Trade Center a New York, uno contro il Pentagono e l’ultimo contro un obiettivo rimasto ignoto ,che non ha potuto portare a termine la missione, per una sopravvenuta serie di contrattempi, che hanno consentito ai passeggeri di rivoltarsi, senza potere però impedire che il loro aereo precipitasse in Pennsylvania.

Ebbene, da quasi subito si è appreso che la provenienza degli attentatori suicidi era senza ombra di dubbio nella grande maggioranza l’Arabia Saudita.

Ed allora perché ,sempre noi ci siamo chiesti , per quale strana ragione il Presidente W Bush ha deciso di rispondere alla prima minaccia della storia nei tempi moderni alla “homland” ,al suolo della madrepatria americana, andando a invadere prima l’Afganistan e poi l’Iraq ,invece che l’Arabia Sudita ?

Nelle nostre elucubrazioni da bar, devo confessare che, per lo più ci siamo detti : eh, si è ovvio, la famiglia del presidente è notoriamente in affari col petrolio e quindi come farebbe ad andare a bombardare i propri interessi?

Apparentemente la cosa sembrava verosimile, anche perché e lo vedremo bene dal libro, l’amministrazione di W.Bush è stata tutt’altro che brillante nel mostrare al pubblico quali erano, a suo avviso, le cause e le ragioni della guerra in Afganistan prima e in Iraq dopo.

E, detto fra di noi,ma sempre tra parentesi, per delle guerre che sono sempre costate migliaia di vittime ,alle forze armate americane, sarebbe valso la pena di spiegare decentemente e il più convincentemente possibile, ai parenti di quelle vittime, perché mai i loro cari erano andati a morire in Afganistan e in Iraq.

Ma andiamo avanti.

Ecco che a questo punto della narrazione, Friedman toglie i veli e ci mostra la realtà vera, che, come sospettavamo, non c’entra proprio nulla con l’andare a esportare la democrazia e i diritti umani.

Si trattava semplicemente di studiare una reazione che contribuisse a ristabilire la consapevolezza nel mondo della potenza americana come egemone globale.

L’America sapeva benissimo che dietro AlQuaida c’era prima di tutto il Wahabismo saudita, ma sapeva anche che un attacco diretto all’Arabia Saudita avrebbe causato più danni che vantaggi.

E’ ovvio che gli americani stessi hanno fatto immediatamente due più due.

Il commando che aveva ferito in modo così grave la posizione nel mondo dell’America era di provenienza saudita e la sua azione era in perfetta sintonia con l’ortodossia ultra fondamentalista Wahabita, praticata in Arabia Saudita e difesa con la spada dai regnanti, perché da loro usata come efficace “instrumentum regni”.

Gli Americani si resero conto, che attaccare i sauditi direttamente, avrebbe significato prima di tutto deporre la famiglia reale ,che in passato aveva dimostrato fedeltà agli Usa, da ultimo in ordine di tempo permettendo addirittura agli Americani stessi di insediarsi nel suo territorio, per costruirvi basi militari di molto grandi dimensioni per aiutarli a sconfiggere quel Saddam che aveva invaso il Kwait.

Facendo ciò i regnanti sauditi hanno rischiato grosso, perché il clero wahabita aveva fortemente contrastato “l’invasione” del regno, che custodisce i luoghi santi dell’Islam, da parte dei “Crociati” infedeli.

E poi quali e quante grane avrebbe dovuto affrontare l’America, se avesse invaso l’Arabia Saudita ,pensando che poi avrebbe avuto la responsabilità diretta di gestire quel paese dalle mille tribù, delle quali negli Usa si sapeva ben poco.

E l’aspetto economico, non era certo secondario, dato che un attacco diretto ai sauditi, avrebbe significato causare uno shock petrolifero colossale ,con conseguenze disastrose sull’economia mondiale.

Poi gli Usa avevano la prova, che la monarchia saudita non aveva una responsabilità diretta nel sostenere Al Quaida ,nel senso che a finanziarla, non era direttamente la famiglia reale, ma erano singoli facoltosi cittadini, che facevano collette, tramite organizzazioni ,ong e charity wahabite.

L’interesse strategico dell’America era di mantenere la stabilità del Medio Oriente, perché questo garantiva l’egemonia americana nella regione.

E quindi a Washington si decise che quel finanziamento saudita ad Al Quaida doveva essere troncato al più presto, ma minacciando i Sauditi senza invaderli.

Cioè occorreva mettere in atto una prova di forza al più presto, tanto più che nel paese si diffondeva il sacro terrore di essere indifesi di fronte a possibili ulteriori azioni di commandos, magari ancora più invasive di quella dell’11 settembre, perché avrebbero potuto fare uso di bombe nucleari sporche o di armi chimiche.

Per realizzare questa strategia risultava essenziale mantenere al potere dell’Arabia Saudita la famiglia regnante, insediata al potere dagli Inglesi ,ed ereditata come “cliens” dagli americani, ma costringendola a combattere Al Quaida in modo concreto.

Ecco perché si scelse come obiettivo l’Afganistan ,che aveva al governo i Talebani, anche loro islamici molto vicini al fondamentalismo estremo dei wahabiti e che dava rifugio a Osama Bin Laden, l’organizzatore del commando dell’11 settembre.

Non vado oltre nel libro troverete i dettagli anche di tecnica militare estremamente interessanti di quelle guerre.












lunedì 5 dicembre 2022

Domino Rivista sul mondo che cambia numero 8 - 2022 L'importanza di essere America - la superpotenza si mostra depressa, divisa al suo interno.Intanto la Russia in Ucraina raffredda la crisi al confine polacco e allontana la Cina da Taiwan - recensione


 

Rischio di ripetermi ma ad ogni nuovo numero di Domino che leggo non posso fare a meno di sorprendermi di come Dario Fabbri inventandosi il format di Domino sia riuscito nell'impresa tutt'altro che facile di confezionare una rivista di geopolitica intrigante e leggibile anche da un lettore di media cultura che probabilmente non avrebbe mai affrontato la lettura di riviste di geopolitica più seriose e soprattutto più ponderose.

L'editoriale dello stesso Fabbri che a Limes, lo ricordo, era direttore scientifico proprio per l'area America e che quindi è uno dei più accreditati specialisti di Usa firma come sempre un pezzo brillante nel quale però non può fare a meno di sforzarsi di presentare anche al lettore alle prime armi i parametri di lettura tipici della geopolitica, parecchio diversi di quelli degli editorialisti dei media diciamo “generici”.

Se mi si consente l'ardita semplificazione gli analisti di geopolitica come Fabbri si sforzano di far capire al lettore prima di tutto che l'America è impegnata a perseguire nel mondo anzitutto quelli che ha individuato come il suo interesse strategicico di potenza egemone e se questi dovessero coincidere con la diffusione della libertà e della democrazia, tanto meglio, ma deve essere chiaro quale sia l'obiettivo primario reale, che è altro.

Molto simpatico il fatto che Fabbri abbia deciso di ospitare subito dopo il suo editoriale un articolo di Federico Rampini, cioè di un editorialista dei media "generici " ,se pure dotato di particolare caratura e di senso critico decisamente più elevato di quello dei suoi colleghi.

Ricorderà il lettore che quando Rampini è approdato a “coprire” la Cina aveva deciso tra l'altro non per vezzo ma per rispetto a quella cultura millenaria che era andato ad esplorare di vestirsi conformemente a quelle usanze (come aveva fatto del resto qualche anno prima anche il grande Terzani).

Poi dopo anni di permanenza in Asia, Rampini era tornato negli Usa, dove tra l'altro aveva conquistato da tempo la "carta verde" ,che dà diritto alla cittadinanza, e da allora sembra sempre più convinto della superiorità del "sistema americano".

Ricordo che anche Fabbri scommette sulla tenuta alla lunga della supremazia americana per il vantaggio competitivo dei suoi parametri geopolitici "fondamentali" (posizione geografica,demografia, narrazione e pedagogia imperiale ,supremazia economica-tecnologica e militare nei mari, ecc.).

Fabbri e Rampini non si sottraggono alla domanda che ci si fa in qualsiasi bar sport d'Italia : chi sta vincendo la guerra in Ucraina e come andrà a finire?

Ma non vi dico la risposta perchè la mia anticipazione sarebbe una banalizzazione di una analisi seria che va lasciata agli autori.

Posso però anticiparvi che gli articoli o brevi saggi che seguono quelli di Fabbri e di Rampini li ho trovati di grande interesse e di veramente piacevole lettura anche perchè con molto realismo relativizzano di molto il discorso su chi vince-chi perde.

Peggio che peggio poi se si tenta di ragionare su :ma allora ne valeva la pena?

La risposta che mi sembra venga fuori e che giudico corretta è un si ma.

Nel senso che va bene ottemperare a una esigenza etica (punire l'aggressore) ma va ancora meglio chiarire bene i costi e la sostenibilità che questo ne comporta.

Per non parlare della compatilbilità o meno con gli interessi strategici del nostro paese, come richiede l’approccio geopolitico.

Benissimo quindi costringere il lettore a mettere i piedi per terra vedendosi quello che viene fuori dall'intervista che Fabbri fa a Scaroni ,ex Ceo dell'Eni che non essendo al momento in quella carica può concedersi di parlare in modo molto chiaro e trasparente.

Tutto bene allora,tutto perfetto?

Ma no non è ragionevole pretenderlo e infatti avrei sinceramente evitato l'articolo dello storico militare Ilari ,dottissimo ma anche pesantissimo.

Personalmente ritengo però che la chicca del fascicolo sia l'articolo di Dario Quintavalle, esperto ed operatore di cooperazione internazionale ,che tra l'altro ha operato per conto della sua agenzia per cercare di formare nell'Ucraina pre guerra un sistema giudiziario che superasse almeno il minimo sindacale della decenza pare con scarso successo.

Ecco vi consiglio caldamente la lettura di questo articolo perchè ritengo che sia fondamentale per cercare di rispondere alla domanda che ponevo sopra : ma ne vale la pena? o meglio fino a che punto ne vale la pena?

Infine udite udite questa singolare rivista di geopolitca si permette di dedicare l'intero ultimo capitolo al calcio, cosa impensabile per una rivista specializzata di questa materia.

Capitolo per altro godibilissimo.





sabato 19 novembre 2022

Francesco Costa : La fine del sogno - California – Ed. Mondadori – recensione

 





Ma guarda quest’arancia quanto è grossa, assomiglia a quelle della California che sono grosse come meloni, ecco questa era una delle cose che si dicevano fra noi e che sentivo dire fin da bambino.

Avevamo afferrato una delle caratteristiche di quello Stato americano dove tutto è “troppo”.

Bene Francesco Costa ci dice anche questo della California e in questo non contraddice il nostro bagaglio “culturale”.

Ma le conferme ve lo assicuro si fermano qui, il resto il lettore lo vedrà, è tutta una scoperta che contraddice eccome le leggende metropolitane e i luoghi comuni dei quali ci siamo convinti, a torto.

Ottimo libro questo saggio lungo quando basta e scritto bene da un giornalista abituato a parlare solo di cose delle quale ha esperienza diretta e sulle quali ha anche consultato i testi principali.

Costa prende subito il toro per le corna e parte esponendoci l’incredibile contraddizione di questo Stato che è forse quello al mondo che più di qualsiasi altro abbiamo promosso a simbolo “delle nostre brame”, del nostro immaginario collettivo, dove tutto va al massimo, dove il futuro è già lì. Dove giovani talenti in un garage ,trasformato in pensatoio-laboratorio, hanno cambiato il mondo e la storia inventando tutto quello che è moderno e diventando immensamente ricchi, come nelle botteghe-atelier dei nostri geni del Rinascimento con la differenza che quelli sono sì diventati famosissimi, ma certo mai ricchi sfondati.

La California insomma è al culmine dei nostri sogni.

Anche se Costa ci dice chiaramente che per uno che riesce a integrarsi e a sopportare i ritmi di lavoro infernali che usano nelle cattedrali della tecnologia, ce ne sono molti che non ce la fanno e che spesso deragliano.

Ahh! A proposito di quei luoghi, voi lettori cosa pensate che sia proprio geograficamente la Silicon Valley? Qualcosa tipo la Valtellina in California?

Non ve lo dico, ma il libro lo spiega bene.

Ma se la California la vediamo come il paradiso in terra , allora come si spiega il fatto, assolutamente contro-intuitivo, che ha fatto intitolare a Costa il primo capitolo del libro addirittura : “la fuga”, perché dalla California negli ultimi anni la gente scappa anzi è già scappata e in massa, perché non voleva più viverci, esasperata dai troppi problemi non risolti.

Per andare sapete dove? Prevalentemente in Texas dove nel nostro immaginario collettivo ci sarebbe tutto il contrario della California e cioè tradizionalismo esasperato, oscurantismo religioso e culturale eccetera eccetera.

Leggete il libro e vedrete che le cose non stanno proprio così e che la contraddizione della quale stiamo parlando è solo apparente.

Ma come nella mitica San Francisco, che per far vedere ai nostri amici che siamo “fluent in English”, chiamiamo confidenzialmente “Frisco” , come in California non fa proprio nessuno, ci dice Costa, c’è il più alto numero di senza tetto di tutta l’America e molti per le strade fanno quello che normalmente si fa nelle toilette, peggio che nei quartieri degradati di Mumbai?

Ma come ! disgustati dalla pochezza della nostra classe politica, vorremmo avere noi gli amministratori di quel paradiso in terra.

Forse perché non abbiamo la minima idea del fatto che l’ininterrotto potere del Partito Democratico che in California prende anche l’80 % dei voti da decenni ha cristallizzato quella classe politica che non essendo sollecitata da reali oppositori si è chiusa in un tale massimalismo ideologico, da essere del tutto fuori dal mondo e incapace di affrontare realisticamente problemi che sono divenuti immensi.

Non si può costruire più da anni neanche un pollaio per l’opposizione degli intransigenti ambientalisti democratici,manca addirittura l’acqua nel Paradiso dell’agricoltura, i servizi di base sono talmente mal gestiti che manca la corrente elettrica per qualche tempo quasi tutti i giorni, gli incendi divenuti sempre più giganteschi ,causa il cambiamento climatico, sono tali da essere praticamente ingestibili, e il big one è sempre lì a evocare la fine del mondo dato che la faglia di Sant’Andrea è sempre lì.

Ebbene non è tutto oro quello che luccica in California e Francesco Costa ce lo spiega bene e senza fare sconti a nessuno, ma di oro in California ce n’è ancora moltissimo sia in senso materiale che in senso metaforico.

Leggiamolo questo libro ,sarà tempo speso bene.





giovedì 25 agosto 2022

Domino – rivista sul mondo che cambia – n 5 - 2022 -L’Italia sospesa -Mentre aspetta le elezioni, il nostro Paese rinvia le sfide strategiche , Mediterraneo, demografia, crisi internazionali segneranno il nostro futuro – recensione

 


Di nuovo ho affrontato con il massimo interesse la lettura di questo quinto volumetto di Domino la rivista diretta da Dario Fabbri ed edita da Enrico Mentana.

Dopo averlo letto e ascoltato più volte nelle sue apparizioni televisive non riesco a non stupirmi dello stile veramente singolare di Dario Fabbri, giovane ma di preparazione che non riesce a nascondere, con un eloquio più colto degli altri che gli fa rischiare di fare la parte antipatica del primo della classe..

Sono sempre ammaliato dal modo di presentarsi di Lucio Caracciolo, che gli è stato maestro nei suoi anni con Limes , ma certo l’articolo-editoriale di Fabbri su questo numero supera forse il maestro perché è un vero gioiellino che riesce a concentrare in poche pagine il succo della geopolitica.

Purtroppo che ci fa le spese è l’opinione sul nostro paese, al quale è dedicato il volume, che per tanto che possiamo amarlo se guardato attraverso il prisma dei parametri geopolitici ne esce veramente malconcio.

Oddio, come sempre non è tutto oro quello che luccica.

La macchina concettuale che Fabbri sviluppa è ben rodata e ben funzionante.

Da una parte l’autore mette un paese e fuori ne viene il giudizio geopolitico analitico dopo essere passato attraverso gli ingranaggi della materia.

Perfetto, ma fino a un certo punto.

Non riesco infatti a spiegarmi come un autore del livello di Fabbri, ma in compagnia degli altri analisti di geopolitica diventati noti al grande pubblico complice la inaspettata guerra in Ucraina, non riescano a realizzare che il loro punto di vista porta a far passare a pieni voti l’esame di geopolitica al paese che persegue gli obiettivi che elenco :

- spinta verso la potenza e non all’economicismo, puro benessere etc. alimentata da un forte incremento demografico che produca una grande popolazione giovane e quindi :

- incline alla violenza compresa l’attitudine a fare la guerra, alimentata da esuberanza e nessun timore del rischio e del futuro, apertura alle grandi imprese;

- conseguente attitudine a fare sacrifici per conseguire i propri obiettivi che appunto privilegeranno la posizione internazionale del proprio paese (ricercata come grande ed egemone) mettendo in secondo piano la pura ricerca del benessere economico;

- dopo avere acquisito una forte consapevolezza della grandezza passata o della missione futura richiesta dal patrimonio etnico-culturale, accumulato nel proprio passato, che va quindi ristudiato per costruire una pedagogia nazionale che sostenga il desiderio di potenza;

- per realizzare questa strategia non è fondamentale trovare politici o un politico che guidi il paese con questi criteri perché la politica è patria dell’arbitrio, mentre il desiderio di potenza di una nazione è il risultato di un obbligo scritto nell’analisi del passato e quindi tenderà a realizzarsi per forza propria indipendentemente dai regimi politici, alimentata dagli apparati dello stato profondo;

- solo perseguendo questi obiettivi ci si svincola dalla posizione subordinata verso uno straniero egemone e si ritorna nella storia in forma assertiva.

Lo stesso Fabbri quando nelle sue conversazioni-lezioni cerca di spiegare cos’è la geopolitica premette regolarmente che tutto il suo ragionamento prescinde da qualsiasi giudizio morale.

Va bene, come è stranoto a tutti quanti, quando Macchiavelli ha fondato la così detta scienza politica ha dovuto precisare se pure indirettamente che lui studiava freddamente le leggi costanti della politica e quindi non si preoccupava di premettere giudizi morali.

Ecco non credo di essere un fenomeno se dico che l’elenco degli obiettivi strategici sopra elencati mi rinvia la mia mente automaticmente a periodo storici quantomeno infelici.

Lo ripeto, non capisco come fanno i molti colti analisti tipo Fabbri a non percepire che il pubblico verrà disorientato dalle infelici assonanze che ho sopra accennato e che quindi il loro ragionamento meriterebbe di farne menzione in modo trasparente.

E ancora, se i parametri su cui è costruita la geopolitica sono quelli,d’accordo.

Accettiamo pure provvisoriamente il criterio che la ricerca geopolitica prescinda da considerazioni etiche per consentire la libertà di ricerca senza paraocchi di nessun tipo né preconcetti ,ma dopo che si è elaborata una analisi è ovvio che il giudizio etico prende subito quota, ci mancherebbe altro.

E a questo punto però non si può più non parlarne.

Per esempio analizzando il fattore strutturale strategico di primo piano in geopolitica come è la demografia ,perché non si allarga da subito l’analisi al peso oltre che della quantità numerica, anche alla qualità del fattore umano ?

Tra l’altro quando i geopolitici invitano a collaborare alle loro analisi degli esperti militari succede che quasi sempre questi affermano che per valutare la potenza di un esercito oggidì è indispensabile analizzare bene non tanto e non più solo i numeri, ma anche se non sopratutto, il livello tecnologico e di addestramento acquisiti, nonché il grado di motivazione delle truppe, la guerra in Ucraina docet.

Così pure perché devono essere quasi ridicolizzati i tentativi di imbrigliare le politiche di potenza in ambiti di strutture internazionali e sovranazionali, per quanto queste non abbiano fino ad oggi dato grande prova di sé?

Mi sembra che la geopolitica tenda a sottovalutare l’enorme peso che ha oggi un progresso tecnologico in avanzata velocissima.

In particolare tutto l’universo concettuale reso noto al grande pubblico ad esempio dai best sellers dello storico israeliano Yiuval Noah Harari che ha delineato addirittura i tratti dell’ “homo deus”, o le visionarie ,ma fino a un certo punto, visioni dei teorici della “singularity” cioè di quando l’intelligenza artificiale supererà la potenza della nostra mente e diverrà auto alimentante ,come Ray Kurzweil.

E’ chiaro che queste visioni cambieranno tutto o quasi, e quindi perché non prenderle nemmeno in considerazione?

Spero che la geopolitca che è una materia molto giovane trovi la capacità di dare risposte a questi quesiti.

Detto questo, non vorrei però che le carenze che a mio parere ci sono nell’attuale approccio alla geopolitica vengano interpretare come come un rifiuto del metodo geopolitico usato per analizzare la realtà della politica internazionale.

Anzi tengo a precisare che ritengo utilissimo questo approccio perché ad esempio nell’analisi della guerra in Ucraina è l’unico che permette di uscire dalla piatta propaganda delle due parti per cercare di capire veramente cosa succede e chi tiene i fili del sacrificio dei poveri diavoli ,cinicamente trattati come carne da cannone da tutte e due le parti.

L’analisi geopolitica è l’unica che insiste nella necessità di studiare per capire l’altra parte in conflitto.

Non basta dire che la Russia è nella ovvia posizione della parte del torto essendo l’invasore.

Per venirne fuori occorre studiare per capire anche le motivazioni dei Russi, che bellamente invece vengono ignorate dalle comode posizioni aprioristiche dei media.

Per questa ragione invito alla lettura di questo volume che è altamente interessante direi sopratutto per gli articoli dedicati a capire una Russia che ci è largamente ignota, anche se il titolo riguarda l’Italia.

Riguardo all’Italia però segnalo che è una vera chicca il piccolo saggio a firma dell’editore Enrico Mentana, che è notoriamente uomo di televisione e non di carta stampata.




mercoledì 6 luglio 2022

Domino .Rivista sul mondo che cambia - numero 3 – “L’Europa stretta” -Parigi con Berlino e Roma sogna una Unione indipendente. Ma la guerra russa e l’ipoteca americana la inchiodano alla realtà- recensione

 





E così la rivista di geopolitica di Dario Fabbri nata sotto l’ala protettrice di Enrico Mentana va avanti tranquillamente.

Sinceramente apprezzo molto questo tentativo di fare una rivista di geopolitica, cioè chiaramente di nicchia ,tentando di fare qualcosa di più giovane e più agile rispetto al fratello maggiore Limes, autorevole e formidabile ma un po troppo pachidermica sia come mole dei quaderni sia nei contenuti del canale web.

Questo terzo numero soddisfa pienamente le mie aspettative.

Il linguaggio colto e immaginifico di Fabbri non fa rimpiangere gli editoriali nello stesso stile di Caracciolo su Limes, vero maestro del genere.

Mi sembra veramente più che opportuna la scelta di far seguire all’editoriale un saggio abbastanza dettagliato sulle condizioni dell’esercito italiano, argomento che altre riviste di geopolitica non hanno affatto sviluppato.

Dopo tutto non abbiamo dichiarato guerra alla Russia, ma siamo dalla medesima considerati cobelligeranti a causa della nostra adesione alle sanzioni ed all’invio di armi a Kiev.

Prima di fare questi passi, il Governo ed il Parlamento si sono messi nelle condizioni di sapere quello che è oggi lo stato operativo del nostro esercito o no?

Se no, come è molto verosimile, piantiamola di criminalizzare Mussolini per aver mandato in Russia un’armata i cui soldati erano equipaggiati con le suole degli scarponi di cartone eccetera eccetera.

Leggetelo questo saggio è illuminante sull’incoscienza della nostra classe politica.

Seguono articoli sugli altri comprimari in questo tragico conflitto, compreso quello di uno dei più autorevoli autori di geopolitica a livello mondiale come George Friedman.

Molto interessante il saggio sul famoso battaglione Azov citatissimo ovunque sul quale però è stato detto e scritto troppo poco mentre ne vale la pena, perché rappresenta un po’ l’icona delle incredibili contraddizioni dell’Ucraina.

Buona ancora perché l’argomento è generalmente poco trattato è l’analisi del ruolo più attivo di quanto appaia del Vaticano di Papa Francesco che ha da subito rifiutato di assumere il ruolo di chierichetto della Nato o anche solo più genericamente dell’Occidente.

Puntuale anche l’analisi sulla posizione neutrale ma sull’asse di equilibrio dei paesi dell’Asia Centrale, paesi enormi che hanno un peso geopolitico notevole.

Finalmente poi un’analisi delle fortissime ripercussioni della guerra su Libano ed Egitto, ambedue fortemente dipendenti da grano mais e fertilizzanti provenienti dai paesi in guerra.

E per finire ciliegina sulla torta la posizione da spericolato equilibrista tenuta da Israele.

Ho contato gli articoli, sono 15, la metà di quelli di Limes e ci se ne accorge.

Ma leggete anche Limes se trovate il tempo e questo è il problema.


lunedì 20 giugno 2022

Limes Il caso Putin . Chi è davvero il signore del Cremlino. Il suo progetto è ricominciare il mondo per finirla con l’egemonia americana aprile 2022 – Editore Gedi – recensione

 



Continua a meravigliarmi la capacità di Limes di tenere il punto su un evento di attualità come è la guerra in Ucraina, dato che stiamo parlando della più nota e autorevole rivista di geopolitica in Italia ed è noto che i primi approcci alla geopolitica fanno storcere il naso a molti proprio per la natura della materia.

Sul conflitto ucraino sono al terzo quaderno consecutivo con un totale di circa ottocento pagine, si tratta di un contributo formidabile che va unito ai contenuti del canale web di Limes con scadenze quasi quotidiane.

E’ contro-intuitivo ma la geopolitica è il contrario della cronaca, essendo nella sostanza analisi dei fenomeni di lungo periodo che appunto prescindono dalla cronaca.

Vagliela a spiegare allora ai lettori non specializzati che se Caracciolo e i suoi parlano prevalentemente di poteri e di imperi non è perché sono nostalgici di regimi fortunatamente defunti, ma perché le strategie dei paesi egemoni o che aspirano ad esserlo sono intrinsecamente legate alla geografia alla storia ed ai loro miti etnici o nazionali e quindi sono loro che muovono la storia.

Gli altri stati che lo vogliano o no per l’elementare situazione dei rapporti di forza e delle loro vicende storiche non possono aspirare ad altro che essere satelliti di uno degli egemoni.

Sarà spiacevole ma la realtà vera è fatta di questi trend a lungo periodo e non di altro.

Capisco che per chi non ha confidenza con la geopolitica questi discorsi hanno l’effetto di uno schiaffo in faccia perchè ci fa svegliare da pigrizie e illusioni proprio come quelle di noi europei che ci siamo cullati per decenni nell’illusione che annegare in quello che i geopolitici chiamano l’economicismo e la non-storia avrebbe potuto durare per sempre fingendo di non sapere che invece stavamo facendo nient’altro che la assoluta volontà strategica della potenza egemone per la nostra area che sono gli Stati Uniti.

Perchè la realtà vera che occultiamo a noi stessi è il fatto che noi Italiani e Tedeschi (Francesi solo un po dietro e Spagnoli idem) abbiamo, purtroppo per noi ,perso la Seconda Guerra Mondiale e la cosa ha tuttora delle conseguenze anche pesanti che facciamo finta di non conoscere e di non vedere.

Ma i marines nelle basi americane in Germania e Italia super attrezzate sono lì a ricordarci che siamo liberi e indipendenti solo fino a un certo punto.

Purtroppo l’antifascismo acritico e di maniera che ha imperversato per decenni ha imposto un fumoso pensiero unico che spostava un po puerilmente le responsabilità facendoci credere che la guerra non l’avevamo persa noi ma i fascisti intesi a quanto pare come marziani spuntati all’ultimo momento.

Purtroppo però in storia contano i fatti e i rapporti di potenza e questi dicono che la guerra l’abbiamo persa noi e noi quindi ne subiamo ancora settant’anni dopo le conseguenze.

Ecco a cosa serve la geopolitica a mettere i fatti davanti alle narrazioni ed ai pregiudizi anche se arrivati a entrare nelle profondità della nostra psiche collettiva.

Perchè mi sono permesso di condurre il lettore per questa lunga premessa, perché senza di questa puntualizzazione della prospettiva che segue la geopolitica, si può solo fare cronaca, e la cronaca oggi più che mai è difficilmente separabile dalla propaganda,che vivendo noi nell’epoca dei social è diventata sofisticatissima tecnica di manipolazione dei sentimenti e delle menti.

Ma proprio per questo diventa utile cambiare la prospettiva delle analisi per cercare di capire perché Russia e Usa ragionano e agiscono da potenze imperiali e cosa possiamo fare noi per cercare di fare i nostri interessi senza essere costretti a fare quelli dell’egemone anche quando contrastano fortemente coi nostri.

Il pensiero unico vuole che il comandamento numero uno delle dodici tavole sia il fatto che a nostro vantaggio avremmo il sacro Graal dell’articolo 5 del trattato Nord Atlantico (che dovrebbe garantire l’intervento (diretto?) americano in caso di invasione nel nostro paese) al quale nel mondo non crede più nessuno, dati i numerosi precedenti di promesse non mantenute da parte degli Usa.

Fermo restando per carità l’ovvia constatazione che chiunque di noi che sia sano di mente che per la Russia non è ammissibile né giustificabile quello che ha fatto, invadendo l’Ucraina.

Ma per favore non umiliamo le nostre intelligenze ignorando le responsabilità e i pacchiani errori della strategia americana.

Che vengono addirittura dalla strategia messa insieme quasi per caso dalla presidenza Clinton. Invito il lettore a leggere il lucidissimo saggio di Federico Petroni collaboratore senior di Limes in proposito.

Insieme a quello su Putin di Orietta Moscatelli altra colonna di Limes.

Non perdetevi poi il breve ma formidabile saggio di Zahan Shi docente alla China Foreign Affairs University sulla prima guerra del Metaverso.

Consiglierei anche l’articolo di Giuseppe Gagliano del centro studi strategici DeCristoforis sulle conseguenze della guerra economica in atto.