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giovedì 5 giugno 2025

Vito Civello : Chi ha sparato il primo colpo?: La verità nascosta sulla guerra in Ucraina e il grande inganno dell’Occidente - Ed. autoprodotto Amazon Logistica – recensione

 





Quando è scoppiata la guerra in Ucraina nel febbraio 2022 bisogna riconoscere che anche i più autorevoli analisti, tipo Caracciolo di Limes, si trovarono presi del tutto di sorpresa, perchè la cosa era anomala, per una serie di ragioni e prima di rutto per il fatto che era stata troppo annunciata.

Anche al bar sport sotto casa, mia tutti avevano visto in televisione le file di carri armati russi ,che si spostavano dalla Bielorussia verso il confine ucraino.

Di conseguenza , si interpretava la cosa, come una forte pressione russa per ottenere qualcosa dal governo ucraino, ma non come le prime mosse di una invasione vera, perchè militarmente giocarsi l’elemento sorpresa è giudicata una pura scemenza.

Eppure l’han fatto, convinti di trovare un accoglienza festosa di pro-russi.

Perchè ho premesso questo discorso ? Per mettere in luce il fatto, che il mondo moderno è complicato e che anche gli esperti (abbiamo citato Limes da una parte e addirittura il successore del KGB dall’altra, che sono considerati più che autorevoli ,possono incorrere in errori di valutazione clamorosi ,dimostrando che la situazione sul campo era sfuggita a tutti e due.

Di fronte a una situazione di così difficile lettura, purtroppo i media, invece di dire che per capirci qualcosa di serio, occorreva studiare più approfonditamente i fascicoli, hanno fatto il contrario ,semplificando le cose in modo assolutamente puerile.

Putin sarebbe impazzito e scemenze analoghe.

Ecco perchè in questa situazione, se a qualcuno interessa cercare di capire come stanno le cose ,al di là della propaganda delle due parti in guerra ,è di estrema utilità questo libretto di pura documentazione sintetica.

L’autore è un esperto di comunicazione e la cosa si capisce subito dalla scelta quasi geniale di pubblicare il libro in italiano e in russo.

Ovviamente ,non per fare propaganda all’opinione russa, ma per far capire in modo immediato al lettore, che ,quanto meno, bisogna tenere conto anche del cosa ne pensano della vicenda in Russia.

La documentazione presentata nel libro mette in luce le seguenti concause della guerra, che i media hanno largamente snobbato.

Cioè le azioni tese a :

-sottomettere economicamente l’Ucraina alla finanza occidentale;

-manipolare l’opinione pubblica ucraina perchè esprimesse governi giudicati allineati agi interessi anglosassoni;

-armare in modo intensivo l’esercito ucraino ed addestrarlo per arrivare a fare arrivare la Nato fino in Ucraina

Allora il matto che ha voluto la guerra non è stato Putin ma erano Obama e Biden?

Assolutamente no.

Ma che ci siano stati comportamenti scorretti ,sulla base del diritto internazionale, che ci siano stati errori di valutazione da tutte e due le parti ,e che è inconcepibile e in contraddizione coi nostri principi e valori occidentali ,che la strada del negoziato non sia mai stata presa in considerazione ,prima di combinare pasticci costosissimi è un fatto documentabile.

Si vedano le dichiarazioni successive dei capi di stato dell’epoca sugli accordi di Minsk, che mettono in evidenza la loro mancanza di buona fede, sono lì nero su bianco.

Non parliamo delle esternazioni della Nuland.

Non vi dico chi è ,perchè così obbligo il lettore ad andare a cercarla.

Brutta faccenda, politicamente e moralmente deprecabile, ma non certo solo per Putin.





sabato 17 maggio 2025

Giada Messetti La Cina è un’aragosta Ed. Mondadori – Recensione

 


Su questo blog si era già parlato dei precedenti libri di questa autrice :”La Cina è già qui” :https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/search?q=Giada+Messetti e

“Nella testa del dragone” : https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2021/09/giada-messetti-nella-testa-del-dragone.html , questo per dire che il presente volume “La Cina è un’aragosta” si presenta con tutta evidenza come un aggiornamento per il lettore sulla situazione della Cina, completando le narrazioni precedenti.

Il libro è recentissimo, addirittura la narrazione arriva a dopo l’elezione di Trump e all’avvento dei suoi dazi.

Lo stile è pacato e ben scelto : una serie di interviste (curiosamente per lo più a tavola dato l’ottimo livello della cucina cinese) delle quali l’autrice si serve, per compilare un quadro molto ordinato.

Come nei libri precedenti, traspare quella chiara simpatia, che lega l’autrice a quel paese ed a quella cultura, nelle quali si è inserita con molta fatica, in anni ed anni di studio e di condivisione della vita in Cina.

Contemporaneamente, ed è inevitabile che sia così, l’autrice non può nascondere il fastidio, che chi la Cina la conosce dal di dentro, prova per la versione mainstream, che gira fra i media nostrani, che colpevolmente non hanno da lungo tempo investito un euro per tenere dei corrispondenti residenti in Cina, anche se perfino al Bar Sport, è ormai noto che stiamo parlando della seconda potenza mondiale, aspirante al podio più alto.

Come dicevo, l’esposizione è tanto ordinata, da sembrare quasi scolastica.

Economia, società cinese,classe media, disuguaglianze.

Giovani ,ormai benestanti e molto istruiti,ma per la prima volta, con alto tasso di disoccupazione e quel che è peggio, con alto tasso di insoddisfazione.

Donne che sono saltate dalle catene della famiglia patriarcale medioevale (quella delle legature ai piedi femminili per intenderci), alle libertà dei tempi moderni ,con enormi difficoltà, ma con successi innegabili.

Il paese più popoloso del mondo, fino a ieri, che oggi è stato superato dall’India, a causa di un avanzante invecchiamento della popolazione, che crea enormi problemi, anche a causa dei numeri impressionanti.

Conseguenti grandi difficoltà per calibrare welfare pubblico e carichi privati.

Il paese più inquinante del mondo, che diventa leader mondiale nella produzione degli impianti per acquisire energia pulita.

Ecco, essendo personalmente ,chi scrive un saccheggiatore seriale e sistematico dei servizi di informazione e di inchiesta, che vengono riportati su Youtube ,a proposito delle diavolerie futuriste, che appaiono sorprendentemente e continuamente in Cina, nei panni dell’autrice avrei dedicato più spazio a questi argomenti.

Non solo perché sono di enorme interesse di per sé, ma perché è ormai chiaro a tutti ,che più questi realizzazioni divengono di dominio pubblico, più gli americani vanno in crisi.

Perchè se la gente si convince coi fatti ,che il futuro viene dal sol levante, è chiaro che “la missione speciale “ degli Usa, che si auto- narra ,addirittura ricorrendo all’immagine biblica della “casa sulla collina” ,faro per tutto il mondo, si va appannando sempre di più.

E il Maga (make America great again) tende a suonare stonato.

Concludo ,rimanendo sulla medesima osservazione, d’accordo ,la Messetti non si presenta come una giornalista d’inchiesta, ma questa Cina del futuro, che è già in atto, andrebbe anche illustrarla con delle immagini, stampiamole pure in bianco e nero ,ma una editrice come Mondadori se le potrà pure permettere no?

Comunque non voglio proprio oscurare con delle critiche questo ulteriore ottimo lavoro dell’autrice.

Questo è un ottimo libro che si legge anche in modo molto scorrevole.








mercoledì 9 aprile 2025

Simone Pieranni 2100 Come sarà l’Asia, come saremo noi Ed. Mondadori – recensione

 





Avevo già recensito su questo blog i precedenti saggi di questo autore Red Mirror e La Cina Nuova (https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/search?q=Simone+Pieranni).

Leggendo l’ottimo libro di Pieranni mi veniva da pensare che è veramente un peccato che sui nostri media non ci sia la sana abitudine di fare parlare sulla Cina o sull’Asia chi conosce veramente quei paesi appunto come Pieranni e pochi altri.

Pieranni, come d’uso, nel piego dell’ ultima di copertina ci fornisce le notizie essenziali della sua professione : l’agenzia che aveva fondato in Cina dove era andato a risiedere, poi il passaggio al Manifesto come capo redazione esteri e oggi a Chora Media dove è autore di podcast.

Questo saggio è composto da una carrellata di agili pezzi che spaziano per tutta quell’area geografica, aggiornandoci su alcuni dei tratti essenziali di quei paesi.

Non solo quindi il colosso Cina, ma anche quei singolari stati, che sono poco più che città stato, come Singapore, ma che per merito della loro genialità e del loro lavoro hanno acquistato un peso notevole .

Che dire di questo libro, riporta con onestà intellettuale gli aspetti avveniristici, ma anche le pesantezze di un passato che ostacola spesso il progresso.

Tanto per cominciare la famiglia patriarcale con la sua struttura gerarchica che è stata ben utile nei secoli per tenere insieme la società, ma che oggi perde i pezzi e in certi aspetti viene rifiutata dalle giovani generazioni.

Il ruolo della donna, che formalmente ha ottenuto tutti i dovuti riconoscimenti, ma che stenta a superare vecchie cattive abitudini e che addirittura in Paesi come le Filippine non ha ancora nemmeno ottenuto diritto al divorzio ed all’aborto

Parla diffusamente dell’enorme problema che costituisce per quest’area geografica la demografia in costante calo con punte in Giappone e Corea ma con un trend preoccupante anche in Cina.

In ogni paese si sono messe in campo tutti gli espedienti possibili ma nessuno ha funzionato essendoci alla radice del fenomeno un problema prima di tutto culturale.

L’altra faccia della medaglia rivela che i giovani pressochè ovunque stanno cambiando i loro paesi in modo sostanziale.

Fino a pochi anni fa nessuno o quasi contestava orari di lavoro che per noi occidentali erano considerati impossibili.

Ora la contestazione è stata talmente profonda da cambiare le filosofie che erano alla base di quei ritmi, i giovani vogliono riprendersi in mano le loro vite e quindi avere sempre più tempo libero.

In Cina il sistema di potere ce la farà a gestire i suoi giovani sempre più preziosi a causa del calo demografico o entrerà in collisione?

Leggendo il libro fra le pesanti eredità del passato vengono elencate le eterne dinastie politiche ed economiche delle quai da noi si parla poco o niente.

L’uso tendenzialmente smodato e anomalo dei sistemi di controllo sociale usando le più moderne tecnologie fino a far si che il potere sappia tutto di tutti.

Spunti di riflessione ce ne sono in abbondanza.

Chiudi con una osservazione estremamente importante, per chi desidera approfondire e meglio documentarsi, questo saggio di Pieranni finisce con una ottima bibliografia, divisa per argomenti, di estrema utilità, dato che non è che le librerie italiane trabocchino di libri sull’Asia.



sabato 25 gennaio 2025

Luca Ciarrocca : L’affaire Soros Il nemico numero uno dei sovranisti e della destra antisemita protagonista della finanza globale – Chiare Lettere Editore – recensione

 


Era tempo che mi proponevo di documentarmi sulla figura di George Soros, uno dei protagonisti della finanza mondiale con i suoi fondi Quantum Group e Soros Fund.

Ma sopratutto, alla ribalta dei media, per le pesantissime accuse che gli sono state rivolte da tutti gli schieramenti politici conservatori, non solo e non tanto per le sue pratiche di “speculatore” finanziario, ma ben di più per ,avere fondato la Open Society Foundation, con la quale non solo ha finanziato le “primavere colorate” e in genere le Ong. filo occidentali nei paesi dell’Est, e non solo,ma in generale movimenti politici di sinistra, che ritenesse in concordanza con le ideologie sostenute dalla sua fondazione, a cominciare dai democratici americani.

Figura singolare, di ebreo di origine, ungherese di nascita, ma feroce avversario dell’attuale governo di Israele.

Gli è attribuito un patrimonio personale di oltre 7 miliardi, che è di tutto rispetto ,ma che impallidisce di fronte ai giganti della finanza americana ( Black Rok, State Street ,Vanguard etc.) o peggio ancora con i sette magnifici della tecnologia (Apple,Nvidia,Amazon,Musk,Alfabeth,Microsoft etc.).

Come descrive bene il libro del quale stiamo parlando, il finanziere è diventato un personaggio globale, quando è riuscito a mettere a segno uno dei colpacci speculativi più significativi dei tempi moderni ,costringendo le autorità inglesi a svalutare di molto la Sterlina ,dopo essersi inutilmente svenati per evitarlo, come capita regolarmente in casi del genere nel BlackWednesday del 1992.

L’avvenimento era stato provocato dalla vendita allo scoperto di sterline in quantità esorbitanti da parte del fondo Quantum di Soros, (andando short come si dice in gergo), rischiando letteralmente la bancarotta da parte di Soros ,perché l’intera operazione era pianificata ben oltre le disponibilità liquide del fondo.

Stessa sorte toccò alla nostra Lira.

Soros non ha mai negato di essere uno speculatore, anzi ha rivendicato la legittimità anche morale di mettere in atto operazioni finanziarie di quel tenore, anche perché queste servirebbero, come in realtà sono servite, ai governi interessati, per aprire gli occhi e attuare le riforme necessarie a fare quadrare i conti.

Ma come si è sopra accennato, si parla decisamente meno del Soros, finanziere, che ha dimostrato di saper fare bene il proprio mestiere guadagnando un mucchio di soldi e facendoli guadagnare anche ai sottoscrittori dei suoi fondi, ma molto di più del Soros, presunto cospiratore politico, capace di interferire, buttando sulla bilancia il potere del denaro, per orientare la governance di diversi paesi, ma con particolare attenzione a quelli dell’Est.

Gli hanno attribuito di tutto e l’hanno visto dietro ai complotti più cervellotici.

Questo libro mi pare che abbia il merito di dare al lettore gli strumenti per assegnare alle cose il giusto peso o almeno, quello che una analisi critica ,non viziata da faziosità preconcette, può portare a formulare.

L’autore porta il lettore a giungere a conclusioni abbastanza drastiche su molti dei complotti attribuiti a Soros. sostenendo che in quei casi l’influenza di Soros sembra proprio che o non c’entra nulla o quasi niente.

In molti altri casi invece c’è stata, è documentabile, e, a volte e direi ,in rari casi, come quello del movimento politico +Europa, è riconosciuta dagli stessi interessati-percettori.

Però obiettivamente è difficile valutare se la tal cosa è accaduta perché c’è stato l’aiutino di Soros e sopratutto se non sarebbe avvenuta, nel caso in cui quel finanziamento non fosse intervenuto.

Ma l’argomento che l’autore sembra sottendere è questo : guardate, che come dimostra l’attuale configurazione delle guerre ,che sono divenute orma sempre più “ibride” , i soldi in politica e nei conflitti girano purtroppo a fiumi e Soros è sì un personaggio, che la sua partita la può giocare, ma tutto sommato, non è così ricco da poter determinare la gran parte delle cose che gli si attribuiscono.

Il libro ci restituisce quindi un Soros un po ridimensionato.

Non sarebbe quel Lucifero che viene dipinto.

Certo che, e questa è una osservazione mia e non dell’autore, mi viene da dire che non ne esce come un gran simpaticone e tanto meno come un gran benefattore.

Personalmente sono portato a pensare che se mi trovassi nelle condizioni di disporre si quei capitali e volessi usarne una buona parte per uso “filantropico” la prima cosa che mi verrebbe in mente è dare da mangiare agli affamati non promuovere la mia ideologia.

Prima di chiudere informo il lettore che l’autore si definisce giornalista, scrittore e imprenditore dato che ha fondato il sito di informazione finanziaria Wall Street Italia.

Ha un blog sul Fatto.

Ha vissuto a lungo negli Usa.




giovedì 2 gennaio 2025

Domino rivista sul mondo che cambia n 12 2024L’ultimo giubileo. Tra scismi non dichiarati,assenza di missione, assalto dei protestanti,il prossimo potrebbe essere l’ultimo anno santo della Chiesa per come la conosciamo.

 




Non mi perdo praticamente un numero di Domino da quando è nato, ma quando ho visto l’argomento dell’ultimo sulle sorti del Vaticano mi sono chiesto se il team di Dario Fabbri fosse in grado di avventurarsi in quell’universo singolarissimo.

Forse perché siamo stati abituati per decenni a considerare i “vaticanisti” dei vari quotidiani se non gli unici autorizzati a scrivere di Vaticano, quasi.

Le abitudini mentali sono dure da superare.

Ma la ben nota verve di Fabbri, ha bucato il muro dei pregiudizi ancora una volta, producendo un numero fra i più brillanti della rivista da lui diretta.

E in effetti riflettendoci anche solo un momento non si può non rilevare che l’approccio tipico della geopolitica è particolarmente adatto ad analizzare le mosse e lo stato del Vaticano.

La disciplina, non disciplina, direbbe Fabbri, che si occupa in controtendenza al mainstream mediatico con particolare attitudine allo studio degli “imperi” passati e presenti senza il minimo scrupolo, sembra fatta apposta per occuparsi dell’ultima istituzione che addirittura si veste con paramenti imperiali per sottolineare la sua continuità con la prima Roma.

Il ritratto della Chiesa oggi, ma sopratutto quello del vivente romano Pontefice è lucidissima.

D’accoro che l’analisi di Domino ci parla di un fenomeno sotto gli occhi di tutti, ma se c’è un argomento che imbarazza la capacità di giudicare serenamente e in modo critico, questo è quello della “fede”, anche perché ,se un intervistatore ,dopo aver chiesto all’interlocutore se è o no fedele di una religione, avesse la sfrontataggine di andare un filino oltre e chiedesse in cosa crede ,allora sono guai.

Per la semplice ragione che come ha appurato da tempo la sociologia religiosa, per una singolare contraddizione, la religione, che come quella cattolica, è fondata su una montagna di dogmi non generici ma rigorosamente scritti e definiti ,dai documenti che li hanno sanciti ,ha generato una fede ,vissuta oggi, ma forse non soltanto oggi ,molto “a la carte”, nel senso che ogni fedele rimasto se li ridefinisce e se li adatta a suo criterio.

Questa semplice constatazione da sola fa capire come siano gravosi il compito e la pretesa di governare quasi un miliardo e mezzo di cattolici, da parte del romano pontefice.

Ma Papa Francesco non è persona avvezza a perdersi d’animo, anzi ha un carattere anche troppo forte, si legge nel fascicolo di Domino.

Credo che ognuno di noi sia abituato a considerare papa Woytila come il pontefice contemporaneo dotato di più carattere, ma non risulta che quel papa, del quale tra l’altro non ci dimenticheremo mai il piglio, che ha tirato fuori per pronunciare quella storica invettiva contro i mafiosi, degna di una tragedia greca, non ha mai “destituito” un cardinale, togliendoli ogni privilegio come ha fatto Francesco col potentissimo Cardinale statunitense Raymond Burke .

Né ha scomunicato il Nunzio ,sempre negli Stati Uniti, come ha fatto Francesco con l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.

Nè ha mai dimostrato platealmente il poco peso ,da lui accordato, a due delle più importanti diocesi del mondo come Milano e Parigi, che tutt’oggi sono guidate da un Arcivescovo e non da un Cardinale, perche avrebbero il solo peccato di trovarsi geograficamente in Europa.

Francesco, se deve amministrare paternamente delle legnate ai suoi sottoposti, non si turba più di tanto, vedesi anche l’aver spedito il povero Arcivescovo Georg Gaenswein (ben noto segretario di papa Ratzinger ) a fare il nunzio fra le renne della Lapponia, per pagare la sua poca sintonia per la linea del papa attuale.

Ecco dunque, la capacità di papa Francesco di azzoppare il potere della Curia romana è ormai comprovata da fatti perfino clamorosi e con pochi esempi nel passato.

Un punto ,e che punto a suo favore quindi, ma l’acuta analisi di Fabbri ,si spinge a chiedersi, se a volte il forte carattere non spinga Francesco all’avventatezza o alla non sufficiente ponderazione.

Nel senso che ,va bene perché coerente alla sua strategia, imbrigliare e diminuire il potere della, una volta onnipotente, Segreteria di Stato, ma attenzione a sottovalutare le capacità e le competenze delle tonache colte, preparate ed esperienziate, che dei faldoni della diplomazia vaticana sanno tutto, per sostituirle con i servizi di “commissari ad hoc” ,che hanno nella sua fiducia l’elemento più forte del curriculum.

Come è capitato col tentativo di proporre una mediazione con Putin, inviando a Mosca il volenteroso Card Zuppi, che a suo tempo aveva partecipato al migliore successo diplomatico del Sant’Egidio in Mozambico, ma del tutto privo degli elementi tecnici necessari in un incarico così delicato, che infatti ha praticamente fallito, anche se qualche porta l’avrà lasciata utilmente aperta per il futuro.

Rimanendo sulla Russia, il solo fatto che tutta la narrazione didattica e propagandistica di uno che dà grandissima importanza alla storia, come Putin e che mira a presentare il suo paese come vocato a rappresentare la Terza Roma, fa da solo capire che il Vaticano ha tuttora un prestigio unico e tutt’altro che trascurabile nella geopolitica.

Non facciamoci ingannare nel giudizio generale ,dalla valutazione che porta a ritenere ormai”ininfluente” il cattolicesimo nei principali paesi d’Europa,, che una volta ne erano la culla.

Il Vaticano e sopratutto il Vaticano di Papa Francesco va ben oltre la vecchia Europa.

Sono il Papa che viene dall’altra parte del mondo aveva dichiarato Francesco dal balcone di San Pietro ,dopo l’elezione avvenuta ormai undici anni fa.

Allora poteva sembrare una notazione quasi di colore.

Ma si è rivelata invece una costante strategia politica, portata avanti con tutta la cocciutaggine che incarna Papa Francesco.

Basti vedere a come ha orientato i numerosi concistori che ha fatto per formare un Sacro Collegio a sua immagine e somiglianza.

Non guarda all’Europa scristianizzata e in crisi demografica, ma al resto del mondo, che non scherza con l’espansione demografica, sopratutto in Africa e qui i numeri dei nuovi fedeli e dei nuovi preti gli danno assoluta ragione.

Francesco guarda con l’acutezza sottile dei Gesuiti a quella Cina che corteggia da sempre anche se produce un gregge cattolico da guardare col microscopio ma che offre un terreno di cultura semplicemente immenso.

Guarda all’America del Sud, che prometteva bene, ma che è stata colonizzata da un sempre più invadente protestantesimo, spinto politicamente, culturalmente e finanziariamente dagli egemoni Stati Uniti, che con la loro teologia dell’abbondanza e della ricchezza, come segno visibile della benedizione divina, sono evidentemente apparsi più attrattivi del più austero cattolicesimo.

Qual’è allora la visione strategica di Francesco ?

Lui guarda prima di tutto al “pueblo” con tutto quello che significa.

Mentre l’Occidente guarda invece all’individuo e bolla come populista chi guarda al pueblo.

Sono due visioni che non stanno insieme.

Francesco si ritiene un papa progressista aperto alle riforme non di facciata (e cioè almeno diaconato femminile come passo verso l’ordinazione estesa alle donne, eccetera eccetera) e ci ha anche provato a portare avanti queste riforme nel Sinodo da poco concluso, ma proprio in quel Sinodo ,l’unione delle conferenze episcopali africane si è messa di traverso, minacciando addirittura lo scisma.

Uguale e contraria l’azione portata avanti della conferenza episcopale tedesca, che tiene aperto “sine die” un suo sinodo al quale ha attribuito con prerogative deliberative ,che per la sua stessa esistenza in quella forma è prodromo di una Chiesa autocefala, staccata da Roma, e quindi anche qui minaccia di scisma per affermare valori filo occidentali.

In questa situazione il papa ha ovvie difficoltà di manovra.

Fabbri giustamente però, pur riconoscendo, anzi sottolineando tutto quello sopra ricordato afferma che Francesco per andare avanti dovrebbe indicare chiaramente delle mete da indicare a un gregge confuso e scoraggiato e che per di più viene sfidato nelle terre oggi ancora aperte al cattolicesimo da un proselitismo muscolare mai visto prima da parte delle varie confessioni protestanti dotate di mezzi sovrabbondanti.

E dovrebbe altresì chiedersi se non sia giunto il momento, dopo avere quasi umiliato il potere della Curia dimostrando urbi et orbi chi comanda, di discernere meglio e di avvalersi delle competenze che in quella Curia ci sono e che potrebbero essergli molto utili.

Fabbri con la solita arguzia chiosa proprio su questo termine, invitando il papa a non illudersi di poter capovolgere l’Urbi et orbi in orbi et urbe.








lunedì 23 dicembre 2024

Cecilia Sala : L’incendio Reportage su una generazione tra Iran Ucraina e Afganistan - Mondadori edizioni – recensione

 


 Cecilia Sala all’incredibile età di soli 30 anni è ormai una giornalista-scrittrice affermata.

Ha patito 19 giorni di detenzione in uno dei peggiori carceri di Teheran nel 2024, che non stati certo un passatempo, ma che hanno anche fatto di lei un personaggio universalmente noto, cosa che per la sua professione conta eccome.

Scrive per il Foglio ,ma sopratutto per Chora Media ,Podcast, ma non solo, diretto da Mauro Calabresi, col piglio dell’inviato speciale.

Questo libro raccoglie alcune storie di giovani di paesi toccati dalle guerre che vogliono esprimere il sentire di una generazione in ebollizione.

Quindi se volete leggere un reportage di ottimo livello che raccoglie, storie che lasciano il segno per i sentimenti e le emozioni che suscitano, avete trovato il libro giusto.

Se però, e lo dico subito e senza mezzi termini, volete un libro per decifrare la situazione dei paesi nei quali vivono i ragazzi dei quali la Sala parla, non siete sul binario giusto.

Perchè?

Perchè le storie di vita raccontate sono assolutamente vere ed umanamente molto coinvolgenti, ma quei ragazzi rappresentano una parte delle loro rispettive società che probabilmente risulta essere più che minoritaria.

Bellissimo sentire che in quei paesi esistono giovani disposti anche al sacrificio supremo per la libertà la democrazia e la società liberale, ma in quelle regioni i valori appena elencati non fanno parte né della della loro storia nel del patrimonio culturale di quei popoli.

Lo so è antipatico dire che quei popoli non guardano affatto al nostro mondo occidentale come a un modello da imitare e verso il nostro modello non hanno la minima fascinazione.

Non è un caso infatti che gli analisti di geopolitica, dopo che la loro disciplina da negletta è diventata ormai citata ovunque, hanno sottolineato il tratto fondamentale della stessa, individuato nella sottospecie di geopolitica umana, intendendo che i popoli non sono astrazioni, ma sono realtà basate sulle persone umane dotate della medesima psiche che diventa collettiva.

Hanno altra storia, altra spiritualità, altra cultura.

Non è un caso che gli oppositori alla tirannia oscurantista dei turbanti neri in Iran prendono sempre di più a modello non il nostro liberal democratico, ma i miti e i simboli della grandezza passata della loro storia : Ciro il Grande e la spiritualità zoroastriana.

Difficile dire anche per i professionisti più preparati della geopolitica se le Guardie della Rivoluzione e altre milizie sorelle sono maggioranza o minoranza e in che misura.

Ma una cosa è certa, che i giovani iraniano che sono demograficamente la stragrande maggioranza della popolazione, non sono disposti a sacrificare la vita per il nostro tenore di vita neppure paragonabile al loro, ma per una cosa ben diversa che si chiama : la gloria .

Per la moltitudine dei giovani che fanno parte delle varie milizie del regime questa si declina addirittura nella ricerca del martirio.

Per la pattuglia o speriamolo, tanto nessuno lo può dimostrare, la moltitudine dei giovani che si esaltano all’idea di ripristinare la gloria del vecchio impero di Ciro e la spiritualità zoroastriana del sole che arde si tratta di gloria imperiale.

Concetti insipidi e indigesti per noi, ma la realtà analizzabile con gli attrezzi della geopolitica è quella che è.

Anche se lo ripeto, le storie narrate da Cecilia Sala meritano di essere lette e condivise, per il semplice fatto che sono vere e reali, ma non sono lo specchio di quelle società, sono storie di nicchia.

Mi sono soffermato per non dilungarmi troppo sull’Iran, ma per Ucraina e Afganistan vale lo stesso discorso.

A proposito di Iran concludo sottolineando il fatto che la Sala da il meglio delle proprie abilità di reporter la dove presenta anche aspetti della realtà di quel paese del tutto ignorati dalle nostre parti ed anzi ritenuti incredibili.

immagino per esempio che sarà una enorme sorpresa per i lettori italiano apprendere da questo libro, per esempio, che il peso delle donne in Iran è in diversi campi molto più corposo e pesante di quello delle donne nel nostro paese.

I numeri cantano, e sono quelli riferiti alle donne iraniane ingegnere, medico, informatico, matematiche,fisiche nucleari e spaziali eccetera eccetera.

E’ una contraddizione evidente, ma se ignoriamo questa realtà,non siamo in grado di capire il senso delle cose.

E’ una contraddizione senza dubbio che gli uomini col turbante, sul lavoro ,debbano essere molto cortesi con lo staff femminile di qualsiasi istituzione, se non di dover molto spesso digerire il, fatto di esserne dipendenti, quando poi, fuori dall’ufficio, le medesime dirigenti si trovano a precipitare al rispetto di usanze da medioevo , studiate per indicare una subordinazione al genere maschile. ma questo non toglie il fatto che sul lavoro la situazione è capovolta.

Ed anzi, la contraddizione è così assurda, da far ritenere verosimile il fatto che quel regime potrebbe scricchiolare sotto ilo peso delle sue contraddizioni, ma non per essere sostituirlo con un regime all’occidentale, perché come si è detto sopra,pare che il fascino del glorioso passato dell’impero persiano abbia più attrazione sulla gioventù iraniana che non il nostro modo di vita occidentale.

Pare proprio che preferiscano Ciro il Grande a Voltaire e Montesquieu e ancor peggio che peggio se conditi in salsa americana.

Nei due altri capitoli trattati dal libro sull’Ucraina e sull’Afganistan ,l’analsi mi sembra sinceramente meno profonda, ma non viene meno ugualmente l’interesse per i casi umani raccontati.







lunedì 9 dicembre 2024

Alessandro Aresu : Geopolitica dell’intelligenza artificiale -Feltrinelli Editore - recensione

 




Non posso nascondere che trovandomi di fronte a un volume di 555 pagine e per di più su un argomento altamente tecnico, pensavo che affrontarne la letture mi avrebbe messo in difficoltà e avrebbe richiesto grande pazienza e fatica, ma sinceramente non è stato così.

Per grande merito dell’autore, che è incredibilmente giovane, per essere così colto e capace di gestire da esperto un tale argomento.

Non finirò mai di stupirmi di come Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes ,sia riuscito a mettere insieme un team di analisti di livello incredibilmente elevato, tale comunque e devo dire anche purtroppo, ha semplicemente oscurare l’accademia, le università e le facoltà di scienze politiche, rimaste a lavorare con ferri vecchi e teorie inutili per decifrare il mondo di oggi.

Ma per fortuna gli Aresu ci sono.

La lettura di questo libro ,è ovvio, richiede un certo impegno, ma è resa agevole ed attraente dalla capacità dell’autore di introdurre le varie acquisizioni dell’AI ,entrando anche nella vita privata delle singolari figure delle menti geniali, che l’hanno inventata e costruita passo passo.

Credo che questo approccio sia la via giusta per umanizzare questa tecnologia, che non pochi hanno definito come fonte per varcare la soglia del “transumanesimo”.

Altri sono arrivati adirittura alla più che discutibile conclusione ,che il futuro prossimo vedrà l’uomo nelle condizioni del cagnolino, tenuto al guinzaglio dal robot guidato dall’AI ,arrivata a superare le facoltà umane in tutti i campi, compreso quello della coscienza.

Aresu ci guida per la lunga via percorsa dall’AI per arrivare allo sviluppo impressionante al quale oggi assistiamo, via tortuosa e accidentata, come è sempre capitato per raggiungere nuove acquisizioni tecnologiche, ma tenendo bene i piedi per terra.

Forse questa sua capacità di relativizzare e umanizzare questa potentissima tecnologia, temuta da molti, è il fatto da lui citato con orgoglio, di essere allievo del filosofo Massimo Cacciari.

Non è un caso.

Solo l’uso della filosofia può addomesticare lo strapotere della tecnica.

Ma leggetelo questo libro e vi troverete per qualche giorno in compagnia di portentose menti elette : del famosissimo “uomo col giubbotto di pelle” Jensen Huang, il mitico fondatore di Nvidia; Morris Chang fondatore di TSMC; Bill Dally altra mente eccelsa e numero due di Nvidia; Peter Thiel fondatore di Pay Pal gestore di ventur capital fondamentali; Ilya Sutskever, co fondatore e Chief Scientist di Open AI; Shane Legg,cofondatore di Deep Mind ora di Google e l’incredibile ruolo di primo piano di Angelo Dalle Molle, che dopo aver inventato il Cynar, si proprio quello “contro il logorio della vita moderna”, con la Fondazione che porta il suo nome a Lugano crea una delle prime fucine di studio dell’AI; e alcuni altri.


mercoledì 13 novembre 2024

Dario Fabbri : Sotto la pelle del mondo – Editore Feltrinelli – recensione

 





Dario Fabbri è ora uno dei più noti analisti geopolitici, ma chiaramente tiene molto alla sua privacy tanto che non è affatto semplice reperire sul web notizie relative alla sua biografia, se non riguardo strettamente alla sola vita professionale.

Direi che deve gran parte della sua reputazione al fatto di essere professionalmente cresciuto nella Rivista Limes ,della quale è stato direttore scientifico per anni ed ha partecipato alla fondazione della scuola di Limes.

Poi ha avuto la fortuna di incontrare ed entrare in sintonia con Enrico Mentana,partecipando alla formazione dei formidabili servizi ,che la 7 ha dedicato alla guerra d’Ucraina ,di ben altro livello e interesse ,rispetto ai soliti sonnacchiosi e conformisti commenti dei media nostrani.

Riconosciuta la stoffa professionale di Fabbri, Mentana gli ha dato la opportunità di cofondare con lui, la rivista di geopoltica Domino, che è stata subito un successo, poche pagine a confronto dei fascicoli di 300 pagine di Limes, ma quanto basta per documentare un pubblico anche di non specialisti.

Dopo averlo letto e ascoltato più volte nelle sue apparizioni televisive, non riesco ancora a non stupirmi dello stile veramente singolare di Dario Fabbri, giovane, ma con un bagaglio di preparazione, che non riesce a nascondere, usando un eloquio, forse esageratamente più colto dei colleghi ,che gli fa rischiare di fare la parte antipatica del primo della classe..

Sono sempre ammaliato dal modo di presentarsi di Lucio Caracciolo, che gli è stato maestro nei suoi anni con Limes , ma certo Fabbri spesso lo supera riuscendo a concentrare in poche pagine il succo della geopolitica. La geopolitica ha un approccio alla politica internazionale profondamente innovativo e contro-intuitivo rispetto al modo ideologico e formalistico-legalistico, proprio dell’impostazione accademica della materia. Cioè ,in parole povere ,chiunque voglie esprimere un qualunque ponto di vista sulla guerra in Ucraina,deve premettere la giaculatoria : La Russia è l’invasore e quindi rappresenta la parte del cattivo, mentre l’Ucraina è l’invaso e quindi rappresenta la parte del buono. Siamo sicuri che questo sia l’unico parametro di riferimento percorribile per capirci qualcosa del conflitto in atto? Ebbene, la geopolitica dice nettamente di no, senza temere di fare affermazioni quasi sempre contro- corrente, tanto contro corrente, da apparire spesso provocatorie, e comunque, sempre del tutto politicamente-scorrette. Ma del pensiero considerato unico e mainstream, la geopolitica se la ride. Il geopolitico Fabbri è convinto che la perdurante impostazione delle discipline accademiche di scienze politiche è costruita su schemi ideologici, applicati in qualsiasi contesto, senza rendersi conto, che gli schemi sono frutto di ideologie esclusivamente occidentali, spacciate erroneamente per universali (vedi diritti umani;diritto internazionale che è diritto del vincitore della guerra monduale, che mondiale non è stata ;con piglio colonial-razzista, in senso culturale. Lontani da una sistematica analisi storica, affiancata da antropologia e psicologia. E dallo studio delle etnie ,si direbbe ,cioè di quell’oscuro mondo, che ,per intendersi, potrebbe definirsi come psiche collettiva, e questa è la ragione per la quale lo stesso Fabbri ha dedicato il suo libro principale appunto alla “geopolitica umana”, per sottolineare che la politica internazionale, le guerre etc sono fatte da uomini, non sono astrazioni o costruzioni ideologiche. Ed allora ecco che la realtà, non viene più descritta visionandola e classificandola , dietro a lenti colorate, che la definiscono sulla base di severe, ma posticce classifiche, a base di democrazia formale e diritti umani (declinati alla occidentale). Ma rimane la risultante dell’applicazione della politica di potenza delle nazioni egemoni (che la geopolitica non si vergogna affatto di chiamare col loro nome che, è ,come era : “imperi” ). C’è una differenza pratica, di non poco conta ,fra il cercare di interpretare le guerre con i paramentri correnti del pensiero unico ideologico-legalista ,o invece ,con le coordinate della geopolitica, ed è che nel secondo caso si intravedono le linee di fondo, alla base dei movimenti in corso, mentre nel primo caso ,si finisce per cercare di spiegare quanto avviene, con affermazioni, che risultano apertamente imbarazzanti, per la loro puerilità, come : la guerra d’Ucraina è scoppiata perché la Russia è governata da un autocrate pazzo. In questo libro Fabbri applica i parametri della geopolitica umana, che ho cercato di spiegare sopra ad alcuni dei casi internazionali più complessi del momento. Crisi del sentimento messianico che era alla base dell’imper americano e farsi avanti dei paesi, che hanno cominciato a contestare la supremazia americana, chiamiamoli Briks o Sud del mondo come si dice comunemente oggi. Contestatori ,che aspirano a diventare loro nuovi coegemoni mondiali come la Cina e la Russia oppure egemoni regionali come Turchia, Iran, Israele,India,Messico.

Ma lasciamo che sia Fabbri a parlare, invito quindi alla lettura del libro, vedrete che non rimarrete delusi.






sabato 9 novembre 2024

Federico Rampini : Grazie Occidente. Tutto il bene che abbiamo fatto – Mondadori Editore – recensione

 





Di solito inizio le recensioni presentando i tratti essenziali dell’autore.

Ma nel caso di Rampini ,immagino che il personaggio sia talmente noto dal rendere del tutto superfluo cercare di descriverne la biografia.

In una recente intervista, l’autore a una domanda precisa del conduttore che lo invitava a definirsi nel ruolo professionale, che ritieneva più consono alla realtà, rispose dicendo che in questo momento della sua vita si sente più scrittore che altro.

E in effetti la sua produzione come saggista è piuttosto ampia.

In particolare ,questo ultimo libro non può non essere visto come il seguito logico del precedente : “Suicidio occidentale” uscito nel 2022.

Per i lettori che volessero richiamarlo alla memoria, metto di seguito il link relativo alla recensione che gli avevo dedicato https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2024/03/federico-rampini-suicidio-occidentale.html.

Altri autori si erano cimentati sull’argomento, che per la verità aveva visto l’impegno sopratutto di analisti di geopolitica, come del resto è ovvio che sia.

Rampini non nasconde con orgoglio di ritenersi particolarmente qualificato a parlare di America (più di tanti suoi colleghi) dal fatto di essere anche cittadino americano da lunghi anni e di essere vissuto prevalentemente in quel paese dalla sua età adulta in poi, salvo la parentesi cinese (di ben quattro anni).

Come dire che lui parla di cose che ha viste e vissute in diretta.

Sinceramente non è poco.

Per contestualizzare queste poche righe, ricordo al lettore che sto scrivendo due giorni dopo alla schiacciante vittoria elettorale di Donald Trump come 47 presidente degli Usa.

Sento la necessità di farlo, perché non dubito che se un lettore vuole capire a fondo perché questo avvenimento è successo ed in quella misura, non c’è dubbio che ha trovato il libro che gli fornisce le risposte ,che vanno più nel profondo dello spirito americano contemporaneo.

Credo che, come lettori ,dobbiamo molto all’onestà intellettuale di Rampini ,se appena conosciamo la sua storia, diciamo politica.

Aderente al Pci di Berlinguer ,da giovane ,ha sempre conservato una sua naturale inclinazione verso l’indirizzo progressista e quindi, diciamolo pure ,in america ha sempre votato democratico.

Ma la sua inclinazione politica non gli ha impedito di scrivere questi ultimi due saggi sull’America nei quali fa letteralmente a pezzi l’azione politica politica di fondo del partito democratico americano in questi ultimi anni.

A cominciare dalle follie delle amministrazioni delle megalopoli più rappresentative delle due coste (New York , San Francisco e Los Angeles) rette da una casta di integralisti ideologici, prigionieri di un fondamentalismo, che li ha fatti allontanare progressivamente dalla cognizione della realtà.

Tanto per fare un esempio, il movimento “Black live matter”, nato per una sacriosanta reazione al razzismo inumano di un poliziotto, si è trasformato nella folle politica del “defund the police”, che ha portato la criminalità in quelle metropoli a livelli inconcepibili.

Cocì come la dottrina “verde” declinata a livello talebano, che in nome del principio di per sé sacrosanto del “basta cementificazione” ,ha bloccato in modo assoluto la costruzione di nuove abitazioni popolari, con il risultato che le strade ,comprese quelle turisticamente più famose e presigiose, si sono riempite di “homless” che se ne sentono padroni al punto ,riportano le cronache ,di defecare in pubblico.

Le medesime politiche hanno creato una tale carenza di immobili sul mercato,tale da impedire, sopratutto ai giovani, di trovarsi una casa, anche solo in affitto ,dato che i prezzi ,seguendo la più elementare legge del mercato, sono diventati folli.

Andiamo ancora peggio se volgiamo lo sguardo all’educazione.

Nelle prestigiose università dell’Ivy League dove si accede per la modica cifra minimo di 70.000 $ l’anno, la classe accademica si impone da anni una autocensura indecorosa, che le impone di seguire rigorosamente i precetti del movimento Woke, con annesse conseguenze della “cancel culture” ,che ha imposto l’abbattimento delle statue di qualsiasi personaggio, padri della patria inclusi, che avesse dato ,ai suoi tempi, segno di un pensiero non contrario alla schiavitù ed al razzismo, in barba al principio più ovvio dell’approccio alla storia, che vuole la contestualizzazine di qualsiasi evento o personaggio.

Rampini sottolinea giustamente l’autentica follia che impedisce tuttora a un docente di quelle università di nominare Platone, perché ritenuto reo di razzismo.

Ma sopratutto Rampini insiste nel puntare il dito contro l’atteggiamento dogmatico e oscurantistico dell’èlite democratica ,che ha imposto e impone il pregiudizio, che pretende in qualsasi posizione o analisi di ispirarsi a questa premessa : noi occidentali siamo colpevoli di avere commesso in passato peccati imperdonabili di razzismo, schiavismo, colonialismo materiale e culturale ,e quindi non siamo affatto coloro che hanno aumentato il livello di vita materiale né il progresso del mondo.

Per questa ragione dobbiamo espiare i nostri peccati storici confessandoci che le altre civiltà sono migliori della nostra e che noi siamo destinati a ruoli gregari.

E quindi nei rapporti con altre etnie, dobbiamo porci come un inferiore si pone davanti a un superiore e dobbiamo stare ben attenti a non assumere atteggiamenti ,che potrebbero essere interpretati come offensivi da etnie diverse dalla nostra.

Attenzone, questa non è teoria:

Si pensi ad esempio che questi pregiudizi hanno spinto le medesime elites democratiche a imporre al NY Police Department, famosissimo nelle serie televisive, di distogliere lo sguardo da violazioni della legge ,se i “perpetrator” erano black people o latinos.

Conseguenza ovvia di queste direttive è stato il fatto che intieri quartieri sono finiti nella disponibilità delle bande di giovanissimi, intoccabili perché etnicamente non bianchi.

L’autore in questo libro in particolare ha il merito sacrosanto di avere confutato frontalmente la filosofia che sta a base di questa degenerazione culturale delle èlite democratiche americane, documentando con citazioni di saggi di autori di comprovata competenza, che è vero esattamente il contrario.

Cioè che non basta qualificare le follie sopra elencate come semplici esagerazioni, perché è possibilissimo dimostrare che è vero il contrario.

E cioè che è innegabile il merito dell’Occidente di avere portato il progresso scientifico e tecnico ai massimi livelli e di avere e il merito di non essersi chiuso in una campana di vetro, ma di avere diffuso quel progresso con la globalizzazione in tutto il mondo.

Se i paesi emergenti hanno quasi vinto la battaglia contro la fame, endemica da secoli, è per merito dell’acquisizione delle tecniche agricole sperimentate e applicate prima in Occidente.

La Cina addirittura questa battaglia l’ha vinta, ma nessuno di questi popoli avrebbe conseguito questi risultati senza “copiare” dall’Occidente.

Non parliamo della farmaceutica e della medicina, perché in questi campi la cosa è del tutto evidente.

Quanto a schiavitù, razzismo e colonialismo è bene dare a ognuno quello che si porta sulle spalle, ricorda Rampini.

Infatti queste qualità negative non sono affatto prerogativa particolare dell’Occidente.

Gli schiavisti delle piantagioni si cotone, per esempio, si sono sempre avvalsi degli immondi servizi dei mercanti sopratutto arabi, che ne anno obiettivamente la primazia.

E gli imperi vengono dalla notte dei tempi ,non sono certo stati inventati dall’Occidente.

Ecco ,ho riportato solo un breve florilegio, ma il libro di Rampini è ben più completo e sopratutto documentato.

Ribadisco quindi che se qualcuno ancora non riesce a capacitarsi del perché una forte maggioranza di americani ha votato per il perlomeno “caratteriale” Donald Trump , qualche ragione ce l’aveva proprio.


venerdì 25 ottobre 2024

Fabrizio Maronta Deglobalizzazione Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro Editore Hoepli – recensione


 



L’autore è responsabile delle relazioni internazionali di Limes e quindi ,fra gli analisti della rivista, ricopre un ruolo di primo piano.

Il fatto poi che, non ostante la giovane età, abbia insegnato geografia politica all’Univerità Roma 3, ne mette in evidenza la specifica preparazione geopolitica.

Ciliegina sulla torta, ha insegnato anche relazioni internazionali alla scuola sottuficiali dell’Esercito a Viterbo.

Fra il 2007 e 2013 ha collaborato col Ministero dell’Economia, per definire la posizione italiana nei negoziati dell’UE e ha curato la voce “neoliberismo” per l’Enciclopedia Treccani.

Detto questo è opportuno precisare il fatto che Maronta ha sviluppato una particolare attenzione alla situazione dell’America.

Nel libro si dice che l’America è e rimane la prima superpotenza militare, con le sue sette flotte, che grantiscono la persistenza dell’egemonia americana in qualsiasi angolo del mondo.

Sul piano dell’economia, le dimensioni e la salute dell’economia americana sono del tutto evidenti, basti pensare all’andamento dell’indice azionario più significativo il S&P 500, che sta battendo ogni record, anche nella durata della “fase toro”.

Quindi primato militare, primato economico e non ultimo in ordine di importanza, primato culturale.

Tutto il mondo ha imitato l’America.

E allora cosa c’è che non va ?

Non va il fatto che gran parte degli americani non credono più nell’America, nel sogno americano, nella capacità del loro paese di continuare a essere quello che le generazioni precedenti non dubitavano (arrogantemente) di credere il migliore del mondo, e quindi, quello che aveva ricevuto da dio la missione messianoca di diffondere la propria civiltà superiore per tutto l’orbe.

Maronta, come gli altri analisti che seguono le vicende americane, non nasconde quanto siano scioccanti alcuni dati, spaventoamente negativi.

Basti segnalarne un : in un anno in America muoiono 170.000 persone a causa dell’uso di farmaci antidolorifici fortissimi, come il fentanyl, assunti come droga (che da una fortissima assuefazione).

Per comprenderne la portata, si pensi ,che stiamo parlando di un numero pari a quello che si ottiene sommando i caduti, che le fonti indipendenti ,hanno contato nella guerra in Ucraina sommando sia quelli di parte Ucraina che quelli di parte Russa.

E’ una cifra assolutamente enorme, che da sola rappresenta il sintomo di un malessere fuori controllo.

Si arriva a questi eccessi, quando non si riesce a superare l’umiliazione per esempio di non potersi comprare una casa, di dovere fare contemporaneamente più mestieri, per sbarcare il lunario, causa inflazione.

Problemi che non hanno avuto le generazioni precedenti.

Ai problemi quotidiani sopra elencati si sommano poi altre constatazioni tutt’altro che piacevoli, come la condizione preoccupante di decadimento delle infrastrutture pubbliche.

Le strade centrali delle metropoli occupate da homless in misura assurda.

Il diagare della criminalità.

Lo scadere del livello della scuola.

La radicalizzazione delle contrapposizioni e delle differenze fra i gruppi sociali e peggio ancora degli schieramenti politici, al limite della guerra civile.

Un America arrabbiata col mondo, ma anche con sé stessa , che ha identificato “il nemico” che la insidia nella Cina.

Se le cose stanno così, allora viene da dire l’America rischia di disintegrarsi, ma cosa c’entra la globalizzazione, che dà il titolo al libro, perché dovrebbe andare in crisi anche la globalizzazione che è un fenomeno di dimensioni mondiali?

Perchè la globalizzzione, nella realtà, è sinonimo di egemonia amaricana, egemonia che è diventata assoluta ,dopo la caduta del comunismo che ha da dato all’America la conduzione di un mondo unipolare, mentre nei decenni precedenti ,era almeno bipolare.

Gli americani pensano : la Cina ci sfida militarmente, la Cina rovina la nostra posizione economica perché facendo dumping, ci obbliga a mettere dazi e ci fa aumentare il costo della vita.

Abbiamo sbagliato a diventare troppo interdipendenti con la Cina e oggi sgangiarci (decoupling) risulta difficile.

Ci avevano raccontato ,che avremmo potuto aumentare la nostra ricchezza ,rimanendo senza industria, quando abbiamo lasciato che la Cina diventasse la fabbrica del mondo.

Abbiamo sbagliato.

Per di più, constatiamo che la deterrenza americana nel mondo non funziona più, vedi le sanzioni adottate contro la Russia, che due terzi dell’intiero mondo aggirano, disobbedendo così in modo plateale al volere dell’egemone o forse dell’ex egemone.

La Cina ha superato il Giappone nella produzione automobilistica e addirittura Byd ha superato Tesla nelle auto elettriche.

La Cina e’ la seconda economia del mondo, ma sta diventando la prima quanto a Pil.

Anche se come Pil pro - capite ha ancora parecchia strada da fare.

Adirittura, per numero di imbarcazioni, la marina cinese ha superato quella americana.

Ecco perché la globalizzazione, che si traduceva come egemonia mondiale americana, sta diventando deglobalizzazione.

Il libro di Maronta, che ho cercato di illustrare per sommi capi, è scritto bene ed è molto documentato.









sabato 12 ottobre 2024

Marzio Mian Volga Blues Viaggio nel cuore della Russia - Edizioni Gramma Feltrinelli - recensione

 



Dai vari siti che lo citano, ricavo le notizie essenzili sull’autore.

Marzio G.Mian è un giornalista ,che fa parte di The Arctic Times Project, organizzazione giornalistica non profit ,che indaga sulle conseguenze della crisi climatica nell’Artico.

Ha realizzato incheste e reportage in più di 50 paesi.

E’anche autore di teatro.

E’ stato per 7 anni vice-direttore di Io Donna del Corriere della Sera, collabora con Internazionale,il Giornale,GQ Italia,Rai Sky Italia.

Giornalista e inviato in mezzo mondo, ha sviluppato un interesse particolare a cercare di capire il punto dei vista dei russi.

E’ da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, che gli analsiti di geopolitica non sanno più a che santo votarsi, per farci capire ,che i rapporti internazionali e le guerre in paritcolare sono molto più complicate di come appaiono e che quindi l’equazione di ferro, adottata con incredibile unanime conformismo dai nostri media :,Russia invasore = cattivo/Ucraina invaso = buono ,non è semplificabile alla stregua del darby Milan-Inter, ma che va almeno contestualizzata nella storia recente.

Quindi bisogna tener conto che quando è in corso una guerra, le cronche che provengono dai paesi in guerra e loro alleati ,non sono notizie vere, ma pura propaganda.

E che per capirci veramente qualcosa ,occorre sempre partire dal cercare di afferrare il punto di vista di tutti e due i contendenti, tutti e due, non solo di quello, che ci è più simpatico o più vicino.

In parole un po più prosaiche, occorre cercare di capire l’”anima” dei paesi in guerra.

Per cercare di capire l’anima della Russia, Mian ha intrapreso un viaggio per i 3.800 kilometri ,che occorre farsi, per seguire tutto il corso del Volga, il maggior fiume della Russia e di Europa, dal Baltico al Caspio.

Ne è venuto fuori un brillante reportage ,che è risultato qualcosa di molto più di un semplice reportage, perché le descrizioni pur brillanti di alcuni luoghi simbolo di questo paese, come Stalingrado oggi Volgograd, o Astrakan, e sopratutto le interviste ai personaggi russi più disparati, o dai puntuali richiami alla storia del paese ,ne esce fuori davvero uno dei migliori tentativi di penetrare l’anima della Russia.

Confessiamocelo, noi ,di nostra iniziativa “di pancia”, subito ben corroborata del resto ,a nostra parziale discolpa, dai commenti tutt’altro che approfonditi o originali dei media, abbiamo battezzato e banalizzato questa guerra con la presente brillante pensata : una mattina Putin, autcrate completamente fuori di testa ha deciso di invadere l’Ucraina e l’ha fatto,

Di conseguenza ,attenzione!, perché oggi è toccata agli ucraini ,ma domani potrebbe toccare a noi.

Perchè mi son permesso di fare l’affermazione, sommamente divisiva ,riportata sopra ?

Prima di tutto perché mi risulta ,che rappresenti il modo di pensare più diffuso sull’argomento, e poi perché questo libro sembra scritto apposta, per sostenere il punto di vista dei già citati analisti di geopolitica, che ripetono ,se pure con non molto successo : fate attenzione, la figura dell’uomo solo al comando, oggi battezzato autocrate, non esiste e nella storia, non è mai esistita.

Perché anche i più cupi e screditati autocrati o dittatori della storia ,rimanevano al potere solo ed esclusivamente, fin quando li sorreggeva il consenso di fondo dei loro popoli ,conforme a linee guida di lungo o lunghissimo corso, impresse nella loro storia culturale, se non adirittura ancestrale.

Ecco allora l’estrema utilità di cercare di capire l’anima della Russia.

Per poi scoprire, inevitabilmente ,che l’autocrate del momento, non fa altro che cecare di uniformarsi al modo di sentire del suo popolo.

I russi possono o non possono riuscirci simpatici, vicini o lontani, ma la pensano in modo molto, ma molto diverso da noi.

Attenzione, perché è qui che si gioca il confine fra guerra e pace.

Nell’analizzare il senso di quel “diverso”.

Se ci riteniamo tutti nel nostro Occidente figli della filosofia dei Lumi, dovremmo per coerenza essere abituati ad applicare il valore della tolleranza a ciò che è diverso : allora è pace.

Se, invece, ciò che è diverso, lo definiamo imediatamente inferiore : allora è guerra.

Dobbiamo sempre scegliere fra Immanuel Kant e Friedrich Nietzche.

Fra uomo razionale, che ha posto la sua dignità nell’etica ,oppure nel superuomo, che ritiene che la sua dignita risieda unicamente nella potenza.

Il fatto che siamo diversi ,non significa affatto che siamo superiori ,e che i Russi ,per divenire nostri amici, debbano adottare il nostro modo di pensare, la nostra visione del mondo, che sarebbe la migliore , la più elevata e quindi quella da imporre al resto del mondo.

Non funziona così.

I Russi possono sembrarci arcaici o medioevali, nel loro attaccamento alla tradizione ortodossa ed all’idea imperiale, ma questi sono i russi e non altro.

Non sono proprio aspiranti occidentali anche se bevono Coca Cola, mangiano amburgher Mec Donald e aspirerebbero a possedere un Iphon.

Naturalmente usando ingegnose manovre per aggirare le pesanti e onnipresenti sanzioni americane, ben descritte nel libro, che andrebbe letto anche solo per questa parte.

Mian ha il grande merito, innazi tutto, di avere cercato con grande onestà intellettuale di “fotografare” quella, che ,nel suo reportage ,si veniva rivelando come l’anima profonda della russia ,poi, pur non essendo ,né volendo essere, un analista geopolitico, di cercare di capire il fondamento almeno di qualcuno, dei punti fissi della visione del mondo dei russi.

Ne accenno uno : l’atavica aspirazione all’impero.

Forse ,quello che più risulta indigesto, al nostro modo di pensare.

Ma proviamo a uscire dalle semplificazioni, alle quali ci ha abituato lo studio sbrigativo della storia, che ci hanno appioppato i programmi ministeriali.

Secondo i manuali le due guerre mondiali ci avrebbero liberato dagli imperi, istituzioni superate, basate sulla sola forza e oggi improponibili.

Attenzione però.

Ragioniamo contestualizzando.

Gli imperi sono stati, non il risultato di deliranti sogni di potenza, di qualche stravagante personaggio storico, ma niente altro che l’inevitabile soluzione, da adottare, da parte di paesi che si ritrovavano a governare su territori particolarmente vasti e sopratutto su popoli poco omogenei ,divisi da lingue,religioni e sopratutto etnie ,molto diverse fra di loro e quindi difficili da tenere insieme.

La Russia, guarda caso, è il paese territorialmente più grande del mondo.

Diviso in 85 entità federali, assimilabili alle nostre regioni.

Non parliamo di lingue,religioni ed etnie.

Come si fa a tenerlo insieme un paese del genere, senza ricorrere al concetto di impero?

Non che per l’America, tanto per dire, il discorso si sviluppi in modo diverso.

Non siamo abituati a ragionare in questo modo, ma è proprio per questo che servono libri come questo.