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giovedì 5 giugno 2025

Vito Civello : Chi ha sparato il primo colpo?: La verità nascosta sulla guerra in Ucraina e il grande inganno dell’Occidente - Ed. autoprodotto Amazon Logistica – recensione

 





Quando è scoppiata la guerra in Ucraina nel febbraio 2022 bisogna riconoscere che anche i più autorevoli analisti, tipo Caracciolo di Limes, si trovarono presi del tutto di sorpresa, perchè la cosa era anomala, per una serie di ragioni e prima di rutto per il fatto che era stata troppo annunciata.

Anche al bar sport sotto casa, mia tutti avevano visto in televisione le file di carri armati russi ,che si spostavano dalla Bielorussia verso il confine ucraino.

Di conseguenza , si interpretava la cosa, come una forte pressione russa per ottenere qualcosa dal governo ucraino, ma non come le prime mosse di una invasione vera, perchè militarmente giocarsi l’elemento sorpresa è giudicata una pura scemenza.

Eppure l’han fatto, convinti di trovare un accoglienza festosa di pro-russi.

Perchè ho premesso questo discorso ? Per mettere in luce il fatto, che il mondo moderno è complicato e che anche gli esperti (abbiamo citato Limes da una parte e addirittura il successore del KGB dall’altra, che sono considerati più che autorevoli ,possono incorrere in errori di valutazione clamorosi ,dimostrando che la situazione sul campo era sfuggita a tutti e due.

Di fronte a una situazione di così difficile lettura, purtroppo i media, invece di dire che per capirci qualcosa di serio, occorreva studiare più approfonditamente i fascicoli, hanno fatto il contrario ,semplificando le cose in modo assolutamente puerile.

Putin sarebbe impazzito e scemenze analoghe.

Ecco perchè in questa situazione, se a qualcuno interessa cercare di capire come stanno le cose ,al di là della propaganda delle due parti in guerra ,è di estrema utilità questo libretto di pura documentazione sintetica.

L’autore è un esperto di comunicazione e la cosa si capisce subito dalla scelta quasi geniale di pubblicare il libro in italiano e in russo.

Ovviamente ,non per fare propaganda all’opinione russa, ma per far capire in modo immediato al lettore, che ,quanto meno, bisogna tenere conto anche del cosa ne pensano della vicenda in Russia.

La documentazione presentata nel libro mette in luce le seguenti concause della guerra, che i media hanno largamente snobbato.

Cioè le azioni tese a :

-sottomettere economicamente l’Ucraina alla finanza occidentale;

-manipolare l’opinione pubblica ucraina perchè esprimesse governi giudicati allineati agi interessi anglosassoni;

-armare in modo intensivo l’esercito ucraino ed addestrarlo per arrivare a fare arrivare la Nato fino in Ucraina

Allora il matto che ha voluto la guerra non è stato Putin ma erano Obama e Biden?

Assolutamente no.

Ma che ci siano stati comportamenti scorretti ,sulla base del diritto internazionale, che ci siano stati errori di valutazione da tutte e due le parti ,e che è inconcepibile e in contraddizione coi nostri principi e valori occidentali ,che la strada del negoziato non sia mai stata presa in considerazione ,prima di combinare pasticci costosissimi è un fatto documentabile.

Si vedano le dichiarazioni successive dei capi di stato dell’epoca sugli accordi di Minsk, che mettono in evidenza la loro mancanza di buona fede, sono lì nero su bianco.

Non parliamo delle esternazioni della Nuland.

Non vi dico chi è ,perchè così obbligo il lettore ad andare a cercarla.

Brutta faccenda, politicamente e moralmente deprecabile, ma non certo solo per Putin.





Luigi Contu Domani sarà tardi Romanzo Il 25 aprile di un fascista salvato dai partigiani Solferino Editore – recensione

 





Se avete voglia di leggere una storia di buona gente che riesce a comportarsi all’altezza della loro formazione anche nelle circostanze più avverse, questo libro fa per voi.

L’autore, omonimo del protagonista ,essendone il nipote ( figlio del fratello del nonno), è giornalista di lungo corso e attualmente direttore dell’Ansa.

A me il libro è piaciuto tantissimo perché tratta uno degli argomenti tuttora più delicati e “divisivi” per il nostro paese : fascismo e antifascismo, veleggiandoci sopra come un aliante.

I protagonisti sono sì fascisti e partigiani, anzi arci-fascisti e arci-partigiani nelle convinzioni, ma nei rapporti sociali che si svolgono in un paese della Val Brembana ,sono prima uomini ,che rispondono alle loro coscienze ed ai loro sentimenti profondi, in base ai quali se uno è una brava persona ,lo giudichi per quello, non per la tessera di partito, anche nelle circostanze storiche più pericolose.

Figuriamoci ! La narrazione parte dal 23 aprile 1945, repubblica sociale ancora formalmente in carica, soldati tedeschi ancora presenti, brigate partigiane in piena attività, Mussolini ancora vivo e vegeto, che non sa cosa fare, nemmeno di fronte alla autorevole mediazione del Cardinale Shuster, arcivescovo di Milano, che gli offre la sua ultima opportunità di salvare almeno la pelle.

Il protagonista è un servitore dello stato, dirigente dell’ufficio agricoltura della zona.

Fascista della prima ora, ma distinguiamo.

Chissà se le prime guerre che ci coinvolgono ,se pure indirettamente per la prima volta dopo quel 1945, e il diffondersi della geopolitica ,come modo efficace per interpretare gli eventi, sono riusciti a convincerci ,che per guardare a fatti storici occorre prima di tutto contestualizzare, cioè non giudicare in modo affrettato, usando i parametri di oggi, ma studiandosi i parametri di allora.

Se usassimo questi parametri metodologici essenziali verremmo a sapere che esistevano cento e oltre modi, per essere fascisti, e altrettanti, per essere partigiani.

Luigi Contu era un fascista singolare, che avendo preso sul serio il manifesto di San Sepolcro (come sarebbe utile che quelli che tanto blaterano di qui e di la ,l’avessero almeno letto) credeva nei valori del socialismo ,che il primo fascismo proponeva scritti nero su bianco, e che si illuse che quel movimento li avrebbe veramente messi in pratica.

Certo che quel Contu, come tanti e tanti altri come lui ,fece ripetuti errori di valutazione ,continuando a credere nel fascismo primitivo, anche dopo il delitto Matteotti eccetera eccetera.

Ma la sua posizione al momento degli eventi ,che entrano nel romanzo, non va oltre quella di capo ufficio statale con una manciata di dipendenti.

I tempi sono quelli che sono e quando avvengono fatti che portano i locali responsabili della repubblica sociale a catturare e condannare a morte alcuni capi partigiani, Contu si attiva per salvare dalla fucilazione quante più persone può.

Nel suo ufficio e nel paese è molto ben voluto anche a causa di questo suo agire ispirato a valori umani e non a fanatismi ideologici.

E’ interessante vedere come quei tempi fossero difficili, perché anche in quel piccolo ufficio di montagna, c’erano gli infiltrati partigiani, che riferivano e uno di questi era l’impiegato di Conti che ostentava la fede fascista più becera.

Ma non sto a riassumere la storia che è interessantissima e coinvolgente.

Ancora più coinvolgente è la vicenda sentimentale di Congiu, separato dalla sua amata dagli avvenimenti bellici e dall’influenza, che nella vicenda assume il fatto che lui fosse fascista e la sua fidanzata di famiglia rigorosamente socialista.

Dico solo ,che ci sono figure che dopo aver letto il libro difficilmente si dimenticheranno, dal parroco del paese che era riuscito a nascondere brillantemente il fatto di essere membro addirittura del comitato del CLN locale, all’autista che diventa amico e confidente di Contu ma che è anche membro della locale brigata partigina.

Nella timeline della narrazione del libro, il bello ovviamente deve ancora venire dopo la presa del potere da parte del CLN e della condanna a morte del medesimo Contu.

Ma mi guardo bene dall’anticiparlo.




lunedì 23 dicembre 2024

Cecilia Sala : L’incendio Reportage su una generazione tra Iran Ucraina e Afganistan - Mondadori edizioni – recensione

 




Ho letto questo libro dopo aver visto la sua presentazione da parte dell’autrice (insieme ad Alessandro Aresu ) su Youtube, e ,lo confesso, ero più attirato dalla garanzia che mi dava il ben noto analista geopolitico che non l’autrice, che non conoscevo, se non dalle brevi note che mi apparivano su Instagram dal suo podcast Stories di Chora News.

Quando ho visto poi che scrive sul Foglio, che non rappresenta proprio il mio riferimento preferito, nicchiavo ancora di più.

La faccio breve, temevo di dovermi aspettare un libro costruito col solito assemblamento di reportage sulle “rivoluzioni colorate” ,in salsa più o meno ultra-atlantista ,come vuole il main -stream dei media nostrani e purtroppo anche non nostrani.

I lettori che hanno avuto la pazienza di seguire le decine di recensioni che ho fatto ormai da anni dei saggi degli analisti geopolitici, che provengano dalla scuola di Limes o da quella di Domino, sanno in quale basso conto siano tenute ,da questa scuola di pensiero, le “rivoluzioni colorate”, che ,anche analizzandole con criteri banali, se tutte ,politicamente, sono finite nel nulla, qualche ragione ci sarà, per dubitare sulla loro consistenza.

Letto il libro però, devo dire, che mi sono ricreduto per la gran parte.

Ho molto apprezzato l’abilità dell’autrice nello sforzo di presentare non solo la parte che lei ,come noi, sapeva destinata a raccogliere il culmine di interesse nei lettori ,cioè l’obbligo dell’ hijab o addirittura del burka ,per la popolazione femminile dell’Iran e dell’Afganistan ,ma inserendo questo problema in un contesto più vasto e in certi casi, molto più vasto, che ne riduce il peso specifico.

Bisogna riconosce che ci vuole coraggio a presentare i propri reportage in contesti di analisi più ampi del problema delle donne perseguitate dalla “polizia morale per favorire la virtù e contrastare il vizio”, quando i lettori si sa che sono stati abituati da anni di informazione approssimativa e ideologicamente a senso unico a vedere solo quella parte del problema.

Cecilia Sala non lo dice, ma fa ricorso più volte ai parametri di analisi tipici della geopolitica, fondati sullo studio dei movimenti di fondo delle culture e delle spiritualità dei popoli, che vanno molto oltre all’immagine che ci da la nostra lente di lettura, basata sulla classificazione : democrazia e quindi buoni, autocrazia e quindi cattivi.

Questi parametri sono eticamente corretti per carità, ma sono di matrice solo occidentale e quindi ci portano a equivocare spesso completamente il punto di vista del “Sud del mondo” o dei “Brics allargati” ,che per tanto che la cosa non ci piaccia o ci spaventi, costituisco la stragrande maggioranza del mondo.

Questo sud del mondo mira a recuperare le proprie posizione di “grandezza” ,rinchiuse nella loro storia e non mira affatto a copiare i nostri modi di vita ,le nostre culture, e i nostri assetti politici.

Questa è la filosofia della geopolitica ,che nel libro della Sala costituisce l’ispirazione della parte più corposa e riuscita, che a mio parere è quella dedicata all’Iran, ma che non viene mai teorizzata in modo esplicito ,come è logico che sia, dato, che l’autrice è una giornalista e non un analista di geopolitica.

Ho voluto mettere il dito su questo fatto, per dimostrare che per acquisire questo metro di giudizio, l’autrice deve aver studiato seriamente, diversamente, non sarebbe riuscita ad arrivare alla profondità di giudizio che emerge in gran parte del libro.

Accenno solo ad alcune situazioni che emergono dalla lettura.

Per carità, non mancano racconti delle “rivoluzioni” ,che coraggiosamente le donne iraniane hanno messo in atto, rischiando tantissimo e ci mancherebbe.

Ma da li si va oltre e nel caso dell’Iran molto oltre, perché è sicuramente una enorme sorpresa per i lettori italiano apprendere da questo libro, per esempio, che il peso delle donne in Iran è in diversi campi molto più corposo e pesante di quello delle donne nel nostro paese.

I numeri cantano, e sono quelli riferiti alle donne iraniane ingegnere, medico, informatico, matematiche,fisiche nucleari e spaziali eccetera eccetera.

E’ una contraddizione evidente, ma se ignoriamo questa realtà,non siamo in grado di capire il senso delle cose.

E’ una contraddizione senza dubbio che gli uomini col turbante, sul lavoro ,debbano essere molto cortesi con lo staff femminile di qualsiasi istituzione, se non di dover molto spesso digerire il, fatto di esserne dipendenti, quando poi, fuori dall’ufficio, le medesime dirigenti si trovano a precipitare al rispetto di usanze da medioevo , studiate per indicare una subordinazione al genere maschile. ma questo non toglie il fatto che sul lavoro la situazione è capovolta.

Ed anzi, la contraddizione è così assurda, da far ritenere verosimile il fatto che quel regime abbia i giorni contati, ma non per sostituirlo con un regime all’occidentale, perché pare che il fascino del glorioso passato dell’impero persiano abbia più attrazione sulla gioventù iraniana che non il nostro modo di vita occidentale.

Pare proprio che preferiscano Ciro il Grande a Voltaire e Montesquieu e peggio che peggio se conditi in salsa americana.

Nei due altri capitoli sull’Ucraina e sull’Afganistan ,l’analsi mi sembra meno profonda, ma non viene meno ugualmente l’interesse per i casi umani raccontati.







sabato 12 ottobre 2024

Marzio Mian Volga Blues Viaggio nel cuore della Russia - Edizioni Gramma Feltrinelli - recensione

 



Dai vari siti che lo citano, ricavo le notizie essenzili sull’autore.

Marzio G.Mian è un giornalista ,che fa parte di The Arctic Times Project, organizzazione giornalistica non profit ,che indaga sulle conseguenze della crisi climatica nell’Artico.

Ha realizzato incheste e reportage in più di 50 paesi.

E’anche autore di teatro.

E’ stato per 7 anni vice-direttore di Io Donna del Corriere della Sera, collabora con Internazionale,il Giornale,GQ Italia,Rai Sky Italia.

Giornalista e inviato in mezzo mondo, ha sviluppato un interesse particolare a cercare di capire il punto dei vista dei russi.

E’ da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, che gli analsiti di geopolitica non sanno più a che santo votarsi, per farci capire ,che i rapporti internazionali e le guerre in paritcolare sono molto più complicate di come appaiono e che quindi l’equazione di ferro, adottata con incredibile unanime conformismo dai nostri media :,Russia invasore = cattivo/Ucraina invaso = buono ,non è semplificabile alla stregua del darby Milan-Inter, ma che va almeno contestualizzata nella storia recente.

Quindi bisogna tener conto che quando è in corso una guerra, le cronche che provengono dai paesi in guerra e loro alleati ,non sono notizie vere, ma pura propaganda.

E che per capirci veramente qualcosa ,occorre sempre partire dal cercare di afferrare il punto di vista di tutti e due i contendenti, tutti e due, non solo di quello, che ci è più simpatico o più vicino.

In parole un po più prosaiche, occorre cercare di capire l’”anima” dei paesi in guerra.

Per cercare di capire l’anima della Russia, Mian ha intrapreso un viaggio per i 3.800 kilometri ,che occorre farsi, per seguire tutto il corso del Volga, il maggior fiume della Russia e di Europa, dal Baltico al Caspio.

Ne è venuto fuori un brillante reportage ,che è risultato qualcosa di molto più di un semplice reportage, perché le descrizioni pur brillanti di alcuni luoghi simbolo di questo paese, come Stalingrado oggi Volgograd, o Astrakan, e sopratutto le interviste ai personaggi russi più disparati, o dai puntuali richiami alla storia del paese ,ne esce fuori davvero uno dei migliori tentativi di penetrare l’anima della Russia.

Confessiamocelo, noi ,di nostra iniziativa “di pancia”, subito ben corroborata del resto ,a nostra parziale discolpa, dai commenti tutt’altro che approfonditi o originali dei media, abbiamo battezzato e banalizzato questa guerra con la presente brillante pensata : una mattina Putin, autcrate completamente fuori di testa ha deciso di invadere l’Ucraina e l’ha fatto,

Di conseguenza ,attenzione!, perché oggi è toccata agli ucraini ,ma domani potrebbe toccare a noi.

Perchè mi son permesso di fare l’affermazione, sommamente divisiva ,riportata sopra ?

Prima di tutto perché mi risulta ,che rappresenti il modo di pensare più diffuso sull’argomento, e poi perché questo libro sembra scritto apposta, per sostenere il punto di vista dei già citati analisti di geopolitica, che ripetono ,se pure con non molto successo : fate attenzione, la figura dell’uomo solo al comando, oggi battezzato autocrate, non esiste e nella storia, non è mai esistita.

Perché anche i più cupi e screditati autocrati o dittatori della storia ,rimanevano al potere solo ed esclusivamente, fin quando li sorreggeva il consenso di fondo dei loro popoli ,conforme a linee guida di lungo o lunghissimo corso, impresse nella loro storia culturale, se non adirittura ancestrale.

Ecco allora l’estrema utilità di cercare di capire l’anima della Russia.

Per poi scoprire, inevitabilmente ,che l’autocrate del momento, non fa altro che cecare di uniformarsi al modo di sentire del suo popolo.

I russi possono o non possono riuscirci simpatici, vicini o lontani, ma la pensano in modo molto, ma molto diverso da noi.

Attenzione, perché è qui che si gioca il confine fra guerra e pace.

Nell’analizzare il senso di quel “diverso”.

Se ci riteniamo tutti nel nostro Occidente figli della filosofia dei Lumi, dovremmo per coerenza essere abituati ad applicare il valore della tolleranza a ciò che è diverso : allora è pace.

Se, invece, ciò che è diverso, lo definiamo imediatamente inferiore : allora è guerra.

Dobbiamo sempre scegliere fra Immanuel Kant e Friedrich Nietzche.

Fra uomo razionale, che ha posto la sua dignità nell’etica ,oppure nel superuomo, che ritiene che la sua dignita risieda unicamente nella potenza.

Il fatto che siamo diversi ,non significa affatto che siamo superiori ,e che i Russi ,per divenire nostri amici, debbano adottare il nostro modo di pensare, la nostra visione del mondo, che sarebbe la migliore , la più elevata e quindi quella da imporre al resto del mondo.

Non funziona così.

I Russi possono sembrarci arcaici o medioevali, nel loro attaccamento alla tradizione ortodossa ed all’idea imperiale, ma questi sono i russi e non altro.

Non sono proprio aspiranti occidentali anche se bevono Coca Cola, mangiano amburgher Mec Donald e aspirerebbero a possedere un Iphon.

Naturalmente usando ingegnose manovre per aggirare le pesanti e onnipresenti sanzioni americane, ben descritte nel libro, che andrebbe letto anche solo per questa parte.

Mian ha il grande merito, innazi tutto, di avere cercato con grande onestà intellettuale di “fotografare” quella, che ,nel suo reportage ,si veniva rivelando come l’anima profonda della russia ,poi, pur non essendo ,né volendo essere, un analista geopolitico, di cercare di capire il fondamento almeno di qualcuno, dei punti fissi della visione del mondo dei russi.

Ne accenno uno : l’atavica aspirazione all’impero.

Forse ,quello che più risulta indigesto, al nostro modo di pensare.

Ma proviamo a uscire dalle semplificazioni, alle quali ci ha abituato lo studio sbrigativo della storia, che ci hanno appioppato i programmi ministeriali.

Secondo i manuali le due guerre mondiali ci avrebbero liberato dagli imperi, istituzioni superate, basate sulla sola forza e oggi improponibili.

Attenzione però.

Ragioniamo contestualizzando.

Gli imperi sono stati, non il risultato di deliranti sogni di potenza, di qualche stravagante personaggio storico, ma niente altro che l’inevitabile soluzione, da adottare, da parte di paesi che si ritrovavano a governare su territori particolarmente vasti e sopratutto su popoli poco omogenei ,divisi da lingue,religioni e sopratutto etnie ,molto diverse fra di loro e quindi difficili da tenere insieme.

La Russia, guarda caso, è il paese territorialmente più grande del mondo.

Diviso in 85 entità federali, assimilabili alle nostre regioni.

Non parliamo di lingue,religioni ed etnie.

Come si fa a tenerlo insieme un paese del genere, senza ricorrere al concetto di impero?

Non che per l’America, tanto per dire, il discorso si sviluppi in modo diverso.

Non siamo abituati a ragionare in questo modo, ma è proprio per questo che servono libri come questo.


mercoledì 18 settembre 2024

Piero Angela : Viaggio nel mondo del paranormale Cosa c’è di vero nei fenomeni paranormali? Un libro per chi vuole capire – Mondadori Editore – recensione

 



Dopo aver letto e recensito i tre libri. coi quali Federico Faggin ha enunciato e divulgato la sua teoria del “panpsichismo da informazione quantica” (elaborata insieme al fisico Prof. D’Ariano), mi ero ricordato di avere in biblioteca questo libro scritto da Angela, in prima edizione nel lontano 1978 e poi abbondantemente ristampato, e di non averlo ancora letto.

Perchè questo accostamento?

Perchè Angela padre è stato, senza ombra di dubbio, il più efficace e noto divulgatore scientifico, che abbiamo avuto nel nostro paese e quindi sapendo, che nei sui saggi ha sempre sostenuto a spada tratta l’assoluta primazia della visione della fisica classica ,per addivenire alla conoscenza del mondo che ci circonda, volevo vedere se ,nell’ambito di quel punto di vista ,si potesse trovare uno spazio per la teoria e la conseguente visione del mondo di Faggin.

Il libro del quale stiamo parlando è una serrata e documentatissima critica dei comportamenti paranormali esaminati, per concludere, che assolutamente nessuno di quegli eventi è mai stato riconosciuto né è riconoscibile dalla scienza, come un accadimento ,che sfugge alle leggi della fisica, e che troverebbe quindi le sue cause in una manifestazione di parapsicologia, causata da forze occulte.

Sappiamo che Angela è stato il promotore della fondazione del CICAP (Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale) nel 1989, con scenziati illustri e ricercatori più o meno noti, con lo scopo di promuovere l’uso del metodo scientifico ed il pensiero critico, smascherando nel contempo, chi cerca di accreditare pseudoscienze, magari in buona fede, ma non di rado anche per lucro.

Ecco, arrivati a questo punto, chiariamo subito ,che l’enorme sforzo fatto da un personaggio della statura di Federico Faggin (inventore e costruttore del primo microprocessore e del primo schermo tattile) per formulare una teoria, in grado di conciliare la visione del mondo della scienza classica e quella delle spiritualità, usando la fisica quantistica, non ha nulla a che fare con quella che Angela chiama parapsicologia e che riguarda fenomeni come telepatia, chiaroveggenza,precognizione,psicocinesi,poltergeist,comunicazione con le piante,sedute spiritiche,fotografia del pensiero,fotografia Kirlian,bio-feedback,astrologia, sogni premonitori,sensazioni di deja vue,profezie,medium, veggenti,sensitivi.

Ho riportato volutamente l’elenco ,che si trova nell’ultima di copertina, perché è pressochè completo.

Da quel che si deduce dalla lettura delle quattrocento pagine del libro, la sua stesura è costata all’autore un lavoro immane, andando a intervistare un numero incredibile di celebri sensitivi, ma sopratutto di esperti, in grado di svelare, che ,regolarmente ,dietro a quei fenomeni, non c’era altro che una spesso grande abilità manipolatoria, di chi si esibiva, usando trucchi molto efficaci.

Questo di Angela è un libro interessantissimo non solo perchè che ci conduce dentro in profondità in un mondo che fa notizia , ma che ben pochi conoscono, ma perché, svelandoci quasi tutti i trucchi di quel “mestiere” ,di fatto ,mette insieme senza volerlo, un piccolo prontuario di psicologia.

Ed è stato costretto a farlo, perché diversamente ,non avrebbe potuto spiegare cose contro-intuitive.

Una per tutte.

I sensitivi, alcuni dei quali, in certi tempi, erano diventati molto famosi, denotando una incredibile perspicacia prioprio da psicologi, avevano convinto, nel corso del tempo ,alcuni scienziati di notevole fama, alcuni dei quali addirittura premi Nobel ,a partecipare al loro “spettacolo” ,per poi chiedere loro di voler rilsciare gentilmente un loro apprezzamento, oggi si direbbe un “like” o meno.

Fatto sta che, quasi sempre, alcuni gruppi di scenziati hanno pubblicato relazioni entusiastiche su quello che avevano visto ,dichiarando anche ,che a loro avviso quegli avvenimenti andavano,oltre le leggi della fisica conosciute.

Come mai ?

Angela ci svela il mistero.

Cadendo in un errore logico elementre, le opinioni pubbliche, tendono a fare nella loro mente un sillogismo che non stava in piedi : se degli scenziati, dicono che questi sensitivi ,fanno cose che vanno oltre le leggi fisiche da loro ben conosciute, c’è la prova ,che esistono forze oscure e che questi sensitivi le posseggono.

Il problema è questo : gli scienziati sono delle eccellenze nel loro campo ,ma sono del tutto digiuni delle tecniche ,delle abilità, e dei…..trucchi ,che i sensitivi sono capaci di produrre.

Scrive infatti Angela, se questi sensitivi avessero consentito, che fra gli scenziati, fosse presente un qualunque professionista di quelle “arti”, sarebbero stati immediatamente smascherati e gli scienziati si sarebbero risparmiati delle obiettive brutte figure.

Ma non è mai successo ,nemmeno una volta.

A ognuno il suo mestiere.

A parte i trucchi da prestigiatore e l’abilità manuale ,che questi sensitivi acquisisono con l’allenamento, c’è proprio l’uso di conoscenze ,magari solo pratiche o magari anche teoriche, tipiche della psicologia, usate per manipolare le persone.

Forse il più elementare è mettere in atto la capacità di fare concenrare l’attenzione del pubblico su una cosa precisa, distraendolo ,da qualsiasi altro settore.

Per esempio, nelle sedute spiritiche, è stato appurato ,che mantenendo l’ambiente scuro, con una fioca luce rossa ,da camera oscura, ma a bassissima potenza, i collaboratori del medium possono andare e venire ,vestiti ovviamente di nero, facendo le veci del defunto ,che dovrebbe materializzarsi con qualche atto, un verso, una frase, un rumore eccetera e nessuno si accorge dei loro movimenti.

Ma in quasi tutte le altre forme di “spettacoli” ,la presenza ,non notata ovviamente, di collaboratori del sensitivo ,si rivela fondamentale, perché sono costoro che, con segnali e gesti in codice, comunicano al sensitivo ,quello che vuole rivelare: la carta, un numero, un disegno, eccetera.

Il libro è una vera miniera di tutti quesri trucchi.

Ed è stato di grandissima utilità, ad esempio per smascherare a suo tempo, le pericolose ciarlatanerie dei presunti “curadores” ,filippini o di altri paesi.

Si tenga presente un altro fatto appurato, che è totalmente illogico e contro-intuitivo : chi vuole credere, anche se messo di fronte alle prove dei trucchi usati dai “sensitivi”, continua a crederci.

Siamo tutti purtroppo dei creduloni per tendenza innata della nostra psiche, come ha avuto modo di dimostrare un’altro scenziato e divulgatore ben noto come Telmo Pievani.

Ecco, le cose che ho sopra accennato, sono veramente di grandissimo interesse.

Ma prima di chiudere ,vorrei tornare alla domanda ,che mi ero posto per mio interesse personale, circa la teoria del panpsichismo di Faggin, immaginando come verrebbe trattata da Piero Angela.

Il peronaggio Angela, lo abbiamom tutti conosciuto nelle sue numerosissime trasmissioni, era una persone di una cortesia da vero gentleman ,e queste sue nobile qualità ha permeato anche la trattazione di tutto il libro.

Infatti ,anche quando smaschera i trucchi più vistosi, non si lascia andare mai al minimo cenno di dileggio, ma al contrario, ribadisce che molti di questi “sensitivi” ,probabilmente erano in assoluta buona fede ,e credevano davvero di possedere poteri eccezionali ,oltre la scienza.

Ma su certe convinzioni Angela non è mai stato equivoco.

E’ chiaro che non è stato un “credente” nella parapsicologia.

E pur avendo rispetto per le religioni, credo che ,non sia mai stato nemmeno un “credente” in quelle “fedi”.

Ma lui stesso, in questo libro, ci dice che secondo lui scienza e religioni possono tranquillamente convivere, purché ognuna delle due ,si accontenti di rimanere nel proprio campo e non pretenda di andare a predicare nel campo dell’altro.

Ecco, però, il solo parlare di religioni e non di spiritualità, ci fa capire ,che probabilmente Angela rispettava ,ma non aveva un suo particolare interesse per l’”oltre” la scienza.

Peccato perché questo non è solo il campo fin troppo rivendicato dalle religioni, ma è sopratutto quello delle “spirtualità” ,che sono da sempre andate”oltre” le religioni istituzionali.

Non lo dico per cercare il pelo nell’uovo, perché personalmente ho una grandissima stima di Angela, per quello che ha fatto e credo che gli dobbiamo essere grati per avere fondato il Cipas, con tutto quello che rappresenta, ma non riesco a non pensare a quali ulteriori campi si sarebbero aperti, se una personalità con le abilità che gli riconosciamo avesse frequentato di più i territori della spiritualità e della filosofia perennis!






mercoledì 31 luglio 2024

Domino Rivista sul mondo che cambia n.7/2024. La notte dell’Occidente. Fragili e anziani gli europei sono aggrappati all’unico Occidente ancora della storia. Quell’America profonda che ci odia – recensione

 





Ci vuole del coraggio e delle convinzioni granitiche per dare alle stampe un volume esplicitamente dedicato alla crisi esistenziale dell’Occidente, perché per farlo ,bisogna rifarsi alla quintessenza della geopolitica ,umana , aggiungerebbe Fabbri.

Quintessenza della geopolitica che impone l’uso di parametri, che contraddicono in modo netto quelli in uso, praticamente sulla totalità dei media.

Gli analisti di geopolitica si sono guadagnato il loro spazio, anche presso programmi televisivi, e quindi sono discretamente conosciuti, ma sono ,purtroppo, portatori di un punto di vista ancora di nicchia.

La cosa è difficile da comprendere se si pensa che Limes, la rivista di geopolitica più nota, ha compiuto la bellezza di 31 anni ed è divenuta una realtà moto solida, affiancata dalla Scuola di Limes, da eventi annuali, sempre molto seguiti, e dalla presenza sui media, ma sopratutto su Youtube, nonché con un sito ben fatto, suddiviso in rubriche.

La neonata Domino è nei suoi due anni e mezzo, che non sono affatto pochi, stante il fatto ,appena rilevato ,che suona campane dal suono sconosciuto e piuttosto non gradito dai media generalisti.

Però è un fatto che la gente compra sempre meno giornali e invece continua a comprare Limes e Domino, cioè non premia affatto il pensiero unico mainstream ,avversato e superato dalle due riviste di geopolitica.

Domino ha fatto la sua scuola e lo stesso Fabbri si divide presenziando in molteplici conferenze, poi riportate da Youtube.

Ottimo lavoro ,che dovrà pure produrre degli effetti sul mondo dei media della carta stampata, delle tv e dei media.

Purtroppo il conformismo e l’autocensura nei riguardi del potere, di qualunque colore esso sia, non è affatto un punto debole solo italiano, ma è la regola in tutto il nostro Occidente.

Occidente che è in crisi identitario-esistenziale, perché conta sempre meno nel mondo , si accorge di questo, e ne rimane sconvolto.

Ho sentito proprio Fabbri, in numerose conversazioni ,ricordare il fatto che è diventato un po iconico a questo proposito e cioè la narrazione del prode marine americano ,che si trova a combattere a Bagdad nella guerra di Bush ,contro il terrorismo” ,ed è assolutamente convinto di fare la cosa giusta ,che però per essere giusta presuppone che gli iracheni si sentano tiranneggiati dal bieco Saddam , vogliano avere l’occasione di aderire ai valori dell’Occidente, conquistando la democrazia e quindi acccolgano come liberatori i soldati americani.

Cosa che non è successa affatto, tanto che il famoso monumento al dittatore, hanno dovuto abbatterselo i marines medesimi,usando un carro armato come bulldozer, pare ,senza il minimo aiuto dei locali tutt’altro che impegnati ad applaudire.

Non è stata una buona idea quella di tentare di esportare la democrazia, perché era basata su un presupposto errato.

Che in sostanza era questo : noi rappresentiamo il punto più alto della civilizzazione e quindi siamo investiti della missione di allargare al mondo intero i nostri valori e le nostre conquiste.

L’errore, abbastanza madornale, sta nel fatto che nessuno si è preoccupato di andare a chiedere al resto del mondo ,se era vero, che morissero dalla voglia di diventare come noi.

Errore che poteva manifestarsi solo per il fatto che sempre nessuno si era preoccupato di studiare preventivamente e seriamente il modo di pensare del resto del mondo.

L’arroganza che ne è derivata, ricordava quindi un po troppo da vicino i medesimi errori commessi ai tempi degli imperi coloniali ,basati sui falsi concetti di supremazia di una civiltà sulle altre se non proprio di banale razzismo.

E questo forse era comprensibile sull’onda dell’euforia seguita alla caduta dell’Urss e del comunismo ,che portò il famoso Fukuama a straparlare di fine della storia ,ipotizzando l’avvento di un mondo globale, unipolare, sotto il solo impero degli Usa.

Ma era appunto un modo di straparlare ,che non faceva i conti con la geografia e con la storia ,in base alle quali, risulta che l’Occidente, se pure allora vincente, rappresentava una ristretta minoranza del mondo, che al massimo poteva arrivare a 1/8.

La rimanente, schiacciante maggioranza, ha sua storia, suoi valori, sua etno- cultura, macinata e costruita nei secoli, esattamente come i nostri , ma solo diversi dai nostri e spesso molto diversi.

E sopratutto il resto del mondo è assodato che non smania affatto di copiarci e di diventare come noi, che ovviamente non siamo visti come il meglio del meglio.

Anzi! Se pensavamo che avessero archiviato il colonialismo come un piccolo incidente di percorse, ci sbagliamo di grosso.

Se oggi la Cina può aspirare ad acquisire una sua egemonia ,in concorrenza con quella americana, è proprio perché, di fronte al resto del mondo ,può dire che loro non hanno mai colonizzato nessuno e che per questo, non hanno intenzione di cominciare a farlo in ritardo.

Spero di aver colto alcuno dei punti fondamentali dell’analisi di questo numero di Domino, altamente interessante, come i precedenti.



mercoledì 24 luglio 2024

Limes Rivista italiana di geopolitica n 6/2024 Germania senza qualità. Viaggio nel paese più spesato d’Europa. Il Modell Deutschland divora sé stesso. Le Germanie che non si amano restano due – recensione

 




Se c’è un paese del quale non possiamo fregarcene questo è la Germania, per ragioni storiche antiche ( il confine fra Ovest ed Est all’Elba risale a Cesare) e moderne (abbiamo perso la guerra insieme e abbiamo gareggiato nella ricostruzione).

Siamo concorrenti nel manifatturiero ,ma nello stesso tempo, a cominciare dalle nostre regioni del Nord, siamo economie talmente interconnesse, da non poter essere sciolte.

Si accenna anche in questo volume al fatto che la tanto decantata Unione Europea (alla quale gli analisti di geopolitica danno ben poco peso) per noi pare abbia una sola ragion d’essere quasi insuperabile, la Germania (che poi non è nientaltro che la ,UE in buona sostanza), garantisce per il nostro debito, che si avvicina pericolosamente a quello che gli americani, esagerati in tutto ,chiamano 3 trilioni.

Il solito Lucio Caracciolo ,Direttore di Limes e della Scuola di Limes, con il suo formidabile stile con poche pennellate, o forse meglio, incisioni da cesello, cerca di inserire nella nostra mente i tratti fondamentali di quel paese.

Spaventa il fatto che non sono le stesse cose che si ripetono vuotamente nei media, né quelle (poche) che apparivano sui nostri manuali di storia.

L’analisi comincia col caratterizzare la Germania, come stato recente (Versailles 1870 dopo la sconfitta francese di Napoleone III a Sedan e la vittoria di Bismark), paese, che non si è mai sentito veramente stato.

Perchè le etnie ,che lo compongono, sono troppo delineate e diverse (Sassoni, Prussiani,Franchi, Turingi, Renani, Bavaresi).

Per identificare i nostri vicini ,noi tendiamo a usare i parametri ai quali siamo abituati,Nord e Sud Italia.

Ma non è la stessa cosa nel caso tedesco, perché da noi l’integrazione veloce e definitiva di un numero enorme di immigrati interni meridionali al centro nord, sopratutto negli anni del boom, ha dimostrato, ammesso che ce ne fosse bisogno, che il nostro paese avrà altri problemi ,ma è un paese nazione coeso, non è diviso in etnie.

Non è così in Germania.

L’Est (brutalmente quello che è oltre la Germania romana e quindi oltre l’Elba) è una entità a sé stante.

Per capirci veramente qualcosa ,buttiamo pure alle ortiche la narrazione romantica della riunificazione ,dopo la caduta del muro, descritta al tempo, come fosse il nostro risorgimento rivisitato.

Non è andata così, è stata ,ci dice Caracciolo, una incorporazione quasi coloniale del malandato Est da parte dello sviluppato Ovest, dove quelli dell’Ovest non nascondevano affatto un atteggiamento di degnazione, condiscendenza e di superiorità, che ha prodotto pesanti conseguenze.

Nel volume si dà una cifra assolutamente illuminante : decenni dopo l’unificazione i tedeschi dell’Est che ricoprono posizioni apicali nella Bundesrepublik sono il 2%, avete letto bene, il due per cento, cioè quasi nessuno.

E beh , allora usare l’aggettivo coloniale per descrivere quella “riunificazione” ,non appare affatto scorretto o esagerato.

Sui salari poi le cose non vanno affatto meglio, c’è un divario elevato.

Di qui cattolici che hanno accettato. anche troppo di buon grado ,l‘imposizione dei vincitori americani di occuparsi solo di economia, di crogiolarsi in un sistema di welfare capace di elevate prestazioni e di lasciare difesa e politica estera agli strateghi d’oltre atlantico.

Di là protestanti, che vengono dalla tradizione prussiana, culturalmente di tutt’altro tenore e di tutt’altri riferimenti culturali ,che con la democrazia non hanno né troppa dimestichezza né particolare entusiasmo.

Passati dal nazismo, che avevano a suo tempo stravotato, a un comunismo nazionalista sui generis.

Questi non smaniano per l’economia e il benessere come stella polare, né per i così detti valori universali, che in realtà ,sono solo quelli dell’Ovest del mondo, che la geopolitica non si stanca di precisare, rappresenta una minoranza, e anche piccola ,del mondo, non l’universale, che è un equivoco, senza base nella realtà.

Ma non bastano due Germanie, che si sentono e sono diverse.

In mezzo ce n’è una terza, la più forte e prospera, ma anche la più trascurata, con la ovvia conseguenza di generare sentimenti di risentimento : la Baviera con il confinante Baden Wuertemberg-

Per diktat del vincitore americano, questa regione è stata bollata a vita dal marchio di aver tenuto a battesimo nelle sue birrerie il nascente nazismo.

Andava punita, sembra una favola demenziale, se ripetuta dopo ottant’anni ,ma è pura realtà.

Se ci chiediamo quanti bavaresi ricoprono posti apicali in Germania, rimaniamo male.

Molto male, in ogni caso nessuno di loro è mai salito al Cancellierato, e solo questo fatto vuol ben dire qualcosa.

Ecco, dette le cose essenziali , Caracciolo non si sottrae ad affrontare per le corna un problema storico, che nel caso della Germania (ma per l’Italia no ?) è il tabù del nazismo come “male assoluto”.

No, non va bene ,se si va avanti col ripeterci questo dogma non ci accorgiamo nemmeno che lo usiamo, non perché siamo buoni e diversi di nostro, ma perché ,volgarmente, ci fa un gran comodo rimuovere il problema.

In altre parole,dire che Hitler era un pazzo e che il nazismo è stato il male assoluto è un espediente per non fare i conti con la storia.

La storia siamo noi, non abbiamo la possibilità di mettere le parentesi ai fatti che non ci fanno comodo e di ignorarli.

Nazisti siamo stati noi, nel senso dei nostri familiari, che se non erano fra coloro che hanno avuto la responsabilità di essere come diceva lo storico Goldhagen : i “volonterosi carnefici di Hitler” ,sono stati almeno la massa grigia, che faceva finta di non vedere e di non sapere.

Onore ai pochi resistenti, ma senza ignorare i loro limiti in senso storico militare e politico.

La storia richiede che con lei si facciano i conti : contestualizzando, cioè mettendosi nei panni di coloro che abitavano quei periodi.

Con battuta efficace, Caraccio dice addirittura, che è necessario che ci mettiamo nei panni del diavolo, se vogliamo capire.

E’ antipatico, molto antipatico prendersi le proprie responsabilità, ma non ha senso dopo ottant’anni cavarcela ancora con i tabù.

Caracciolo impietosamente snocciola gli elementi di nazismo che sono stati molto ampiamente condivisi all’epoca.

Che dire del razzismo e degli atteggiamenti xenofobi, ampiamente diffusi, anche fuori dalla Germania?

La divisione Charlemagne, francese nella Wehrmacht ,ultima difesa del bunker di Hitler a Berlino è spiacevole,la sua memoria è stata rimossa ma c’è stata.

E gli imperialismi coloniali di Spagna,Portogallo,Belgio,Francia, Inghilterra e ultima Italia, non erano portatori di razzismo?

E il militarismo era solo nazista?

E come mai nello studio di Hitler c’era il ritratto di Henry Ford? La classe industriale non era interessata?

E i collaborazionisti del nazismo non è il caso di ricordarli anche in Italia?

Conclusione : no, purtroppo i nazisti non erano marziani, erano uomini come noi, e questo ha delle conseguenze.

Bisogna prenderne atto e ripulirci se qualcosa di quello ci è rimasto addosso, a noi personalmente non ai presunti pazzi ed ai mali assoluti.

Ci cuoledel coraggio fare di questi discorsi, ma per fortuna che c’è chi li fa sapendo cosa rischia allontanandosi dal mainstream di comodo.

E’ inutile che aggiunga che se l’editoriale è un pezzo impagabile, il fascicolo è corposo e riporta

una documentazione notevole, con analisi di studiosi di ottimo livello.















mercoledì 10 luglio 2024

Limes Rivista italiana di geopolitica n.5 - 2024 Misteri persiani. Viaggio al centro dell’impero iraniano. Israele e il suo nemico perfetto nel Medio Oriente fuori controllo. – recensione

 




Come di consueto, per dare al lettore un’idea dell’interesse e del peso delle analisi contenute in questo volume di Limes, piuttosto che elencarle o commentarle, divise per autore, ritengo sia più utile limitarmi a dare una sintesi dell’editoriale di Lucio Cracciolo, che difficilmente delude le aspettative.

In questo caso il direttore di Limes e della Scuola di Limes va subito al sodo della guerra in corso fra Israele e Iran.

Guerra che, come tutti sappiamo ,l’Iran conduce attraverso i suoi proxy (Hezbollah, Huty,Hamas etc.) ma che ,nella risposta al raid israeliano su un consolato iraniano a Damasco nell’aprile scorso,è stato diretto, se pure ispirato a grande moderazione, chiaramente leggibile come volontà iraniana a non cercare lo scontro.

Caracciolo ,lo abbiamo appena detto, evita di partire nel discorso con le consuete introduzioni, per enunciare almeno due o tre punti fondamentali ,atti a diradare la disperante nube di ignoranza dei fondamentali, che sembrano continuare a pervadere i nostri media.

Ma pur con la sua consueta eleganza è costretto a richiamarli, nel corso dell’esposizione.

Tanto per cominciare ,il fatto fondamentale, che gli iraniani, o meglio i persiani ,sono e si sentono prima di tutto i discendenti del glorioso impero achemeide di gente come Ciro il Grande (550-330 a.C.) .

Secondo, i persiani non sono arabi e non amano affatto i vicini arabi.

L’Iran aspira ad affermarsi come potenza regionale, erede appunto dell’impero persiano, in quella fascia , che ha una continuità geografica evidente, che va dal mediterraneo all'Afganistan.

(Libano,Siria,Iraq,Iran,Afganistan)

Ha quindi grosse aspirazioni, ma come stato, ha una struttura complessa e non molto omogenea, dato che etnicamente, gli iranici non arrivano nemmeno alla maggioranza assoluta, seguiti da azeri, ebrei,curdi,turchi e per ultimo arabi.

Ne è una conferma il fatto che sia la guida suprema Ali Khamenei, sia, l’appena eletto Presidente Massoud Pezeshkian sono di etnia azera e non iranica.

Quindi l’ultima cosa da fare è metterli tutti in un calderone e battezzarli come arabi, solo per il fatto che la religione prevalente è l’Islam sciita.

Religione, con un prestigio in netta discesa ,sopratutto fra i giovani, che demograficamente contano non molto, ma moltissimo e che significativamente guardano con interesse ,non solo ai simboli che richiamano l’impero achemenide, ma anche alla antica e tradizionale religione di Zoroastro (simbolo del fuoco ,rinvenibile sui sepolcri achemenidi).

Gli iraniani, ben lontani da ammirare i nostri valori e i nostri modi di vita, manifestano contro l’oligarchia religiosa, che si nasconde in realtà dietro a quella che detiene il potere reale ed è di carattere militar- poliziesco (Guardini della rivoluzione ,detti Pasdaran e paramilitari Basij), ma il fatto che lo sciismo sia arabo, gioca a sfavore del suo clero, ultimamente soggetto ad ,un tempo impensabili ,canzonature ,per privare alcuni chierici malcapitati ,del turbante ,in filmati virali che girano sul web.

Ma se c’è malcontento e contestazione parziale del regime (nezam) ,non è certo per instaurare una democrazia occidentale, ispirata ad una economicismo liberista.

La sterminata massa dei giovani e giovanissimi iraniani si esaltano pensando a Ciro non a Biden od a Trump.

Vogliono la gloria per il loro popolo , non il benessere individualista.

Gli arabi li disprezzano, punto.

Gli israeliani (piccolo Satana) ,ritenuto appendice del Grande Satana, a stelle e strisce ,li odiano, d’accordo, ma capiscono benissimo, che costoro, come nemico, sono pressoché indispensabili ,per garantire coesione e identità a casa loro, probabilmente sarebbero nei guai se non ci fossero.

Il modella di deterrenza americano è in crisi, lo sanno benissimo gli Iraniani, che con la fattiva complicità, piena di inventiva, dei quasi nemici emiratini di Dubai, le hanno letteralmente inventate tutte ,per aggirare le sanzioni americane e comprarsi tutto quello ,che Washington ha loro vietato.

Gli americani ,quasi sono arrivati a temerli da quando hanno appurato che sono ormai in possesso, se non ancora dell’atomica (ma non ci sono certezze assolute) ,dei vettori per usarle le atomiche con l’ultima generazione di razzi ultrasonici capaci di superare i 1.500 Km.

E cioè che in altre parole hanno Israele sotto tiro nel giro di 12 minuti che sono veramente pochi per intercettarli.






mercoledì 3 luglio 2024

Paolo Franchi : L’irregolare Una vita di Gianni De Michelis – Marsilio Editore – recensione

 





Dopo aver affrontato (non senza qualche fatica) la corposa biografia di Berlusconi ,scritta da Filippo Ceccarelli, mi sono imbattuto nella altrettanto recente biografia di un altro grande outsider della politica italiana Gianni De Michelis.

Mi ha molto interessato perché, come nel caso di Berlusconi mi sembra ingiusto che il destino abbia lasciato alla (poca) memoria dei posteri più i lati singolarmente ,diciamo, folkloristici e contro-corrente della vita privata dei due personaggi, più che la loro eredità politica, che pure è stata corposa , forse ancora più nel caso di De Michelis.

L’autore ,che per essere stato testimone oculare di quello che narra,non può essere un giovinetto, ha avuto la ventura di transitare per le redazioni di alcune delle principali testate vicine al Pci, per poi approdare a una lunga permanenza in Via Solferino, e quindi, diciamolo pure, al top del giornalismo italiano.

La conoscenza personale di De Michelis, ma anche di tanti altri esponenti della vita politica di lui contemporanei, lo porta a mettere in evidenza il carattere veramente singolare del personaggio, per il quale nutre chiaramente parecchia stima.

De Michelis appartiene alla razza di chi è cresciuto a pane e politica fin dalla più tenera età.

E le contraddizioni sempre presenti nell’avventura umana della nostra specie, in De Michelis sono ancora più accentuate.

Per esempio ,il fatto che il politico più, diciamo, spregiudicato nella vita privata ,come è stato De Michelis,fosse figlio di un pastore metodista che non consentiva che si toccasse cibo ,senza premettere il dovuto ringraziamento all’Altissimo.

Sarà bene che lo dica, perché è passato un sacco di tempo da quegli anni 80 ,attraversati dal probabilmente più fidato ministro di osservanza craxiana, e quindi i più giovani non sanno che il personaggio, se pure sanguigno ed estroverso di carattere, passava abitualmente con disinvoltura da Consigli dei ministri al fianco di Andreotti, a intere nottate in discoteca, e che finì per conoscerle così bene da scriverci sopra una specie di libro-guida turistica.

Ma chi non lo conosce, non faccia l’errore di assimilare le serate in discoteca di De Michelis, alle alle “serate eleganti” con annessi e connessi di Silvio Berlusconi, sono due mondi diversissimi.

Per De Michelis erano uno svago come avrebbe potuto essere per altri un paio d’ore in palestra.

Infatti la figura di De Michelis non si può nemmeno delineare, senza dire anche, che di professione era professore universitario di chimica industriale.

Abituato a quel guardare lontano, che contraddistingue chi allo studio sistematico è abituato a dedicare parecchie ore della propria vita.

Le discoteche ci sono, ma non sono certo quelle, che hanno contraddistinto questo personaggio.

Per chi ama approfondire o semplicemente ripassare, quelli che oggi ,si direbbero, gli ultimi anni della prima repubblica, questo è uno dei libri giusti.

Abbiamo accennato prima alle contraddizioni tipiche dell’animo umano.

De Michelis ne ha collezionate e parecchio di peso.

Politicamente era nato socialista, ma ideologicamente di fede lombardiana, cioè dell’ala decisamente di sinistra del partito.

Ma forse, la sua formazione professionale, indirizzata al fare, al mondo industriale ,lo portava a privilegiare la programmazione di “riforme di struttura” ,con la mentalità del “problem solving”, più che a farsi condizionare dall’ideologia.

Sempre gli è rimasto attaccato il chiodo tipico della storia socialista italiana, di smarcarsi prioritariamente da qualsiasi forma di subordinazione rispetto agli ingombranti vicini comunisti.

Fin dagli anni formativi delle lotte per gli organismi rappresentativi universitari, il nemico da battere era ,probabilmente, prima il comunista e poi tutti gli altri, pur essendo De Michelis assolutamente e genuinamente di sinistra.

In Italia è andata così.

Oltre ad essere figlio di un pastore metodista, il cui regalo di maggior peso e significato è stata quella Bibbia, che ha tenuto sempre sul comodino, lui ateo o tutt’al più agnostico, ma non oltre, un altra singolarità non propriamente socialista che ha collezionato è stata sposare la rampolla di una delle grandi e rinomate famiglie veneziane.

Come il suo capo è stato pesantemente inquisito da tangentopoli, ma, a differenza di Craxi, ne è uscito bene, se pure provatissimo come tutti gli altri.

Il libro è interessantissimo, perché interessantissimo è il personaggio, e l’autore ha avuto la capacità di condensare tutto quanto in uno spazio più che ragionevole.





venerdì 28 giugno 2024

Filippo Ceccarelli : B Una vita troppo – Feltrinelli ED. – recensione

 



Se il lettore ha la pazienza (e ce ne vuole nel resistere per le oltre 600 pagine di questa ,anche troppo accurata, biografia di Silvio Berlusconi) si rende conto subito che le cose nella politica di oggi viaggiano veloci, come tutto il resto, appunto.

Nel senso ,che a ben breve distanza dalla dipartita del Cavaliere nazionale, devono davvero essere finiti sia il berlusconismo che l’anti-berlusconismo ,se un giornalista di Repubbica, cioè di uno degli organi di stampa, che hanno avversato il Leader di Forza Italia con più accanimento, dedica chissà quanto tempo, a scrivere, forse, la biografia più elegante (per rimanere nel lessico berlusconiano) corretta,morigerata e civile di Berlusconi ,facendola stampare, per di più ,da Feltrinelli, l’editore leader del sinistrismo per antonomasia.

E si comprende come possa accadere, che dopo aver fatto la fatica immane di avere compulsato archivi di ogni genere ,oltre ai faldoni auto-prodotti dall’autore ,in decenni ,nei quali ha seguito tutte le vicende del personaggio, il dovere professionale, nel tempo, si è accompagnato a una qualche forma di complicità, se non proprio di simpatia e di familiarità per il personaggio che studiava.

La stessa cosa del resto è’ accaduta a storici e biografi di altri personaggi celebri e sicuramente meno piacevoli del nostro Berlusca.

E sì ,perché il medesimo effetto, dilaga a macchia d’olio col passare del tempo.

Perchè Silvio Berlusconi ,per sorprendente che sia questo fatto, è il Presidente del Consiglio che è rimasto al governo per più tempo nell’Italia repubblicana.

Quando il riferimento al potere politico dura così tanto ,il popolo in generale, non solo quello dei suoi fans e dei suoi tifosi, è portato a vederlo come qualcosa di familiare e ,quindi, magari proprio a riferirsi a lui come Berlusca o con altri appellativi come si fa con amici e familiari.

Il caso Berlusconi ,immagino che gli storici lo valuteranno proprio come un “caso”, nel senso che lui, era diverso da tutti i suoi predecessori, e probabilmente, lo sarà anche dei suoi successori.

Forse solo Grillo era abbastanza outsider ed estraneo alla politica ,da potere in qualche modo assomigliarli, tanto che i due non si amavano, ma raramente si attaccavano.

L’unico che ha battuto alle elezioni Berlusconi ,come sappiamo, è stato Romano Prodi, Professore fino al midollo, tutto il contrario del personaggio Berlusconi.

Ecco un argomento sul quale i suoi avversari hanno scivolato, a volte rovinosamente.

Quando si sono relazionati a Berlusconi ,col massimo della supponenza e arroganza immaginabili, descrivendolo come un personaggio volgare e ignorante, in contrapposizione a loro unici ritenutisi depositari della cultura e delle buone maniere democratiche ,e l’hanno fatto spesso e volentieri.

Leggete il libro di Ceccarelli e vedrete documentato il fatto per esempio che, quanto a curriculum scolastico ,il Berlusca era da 110 e lode.

Anche se con gli intellettuali e gli uomini di cultura notoriamente non legava.

Quanto poi alle buone maniere, come ancora il libro dimostra, chiunque abbia avuto la ventura di incontrarlo direttamente ,regolarmente ne parla come di una persona molto a modo, che metteva l’interlocutore a suo agio e che per di più risultava quasi sempre simpatico.

Se poi parliamo di capacità imprenditoriali è difficile trovare altri esempi altrettanto brillanti si self made man.

E poi se andiamo avanti a elencare le cose in positivo, attribuibili al personaggio, eccoci a quella probabilmente la più importante di tutte : le televisioni.

Berlusconi è stato definito fino alla noia “grande comunicatore” ,semplicemente perché lo era, e non solo ,perché le catene televisive le aveva create e le possedeva, ma perché le sapeva usare alla grande, insieme all’editoria, per “conquistare le menti e i cuori” o ,se si vuole essere più crudi ,per manipolare l’opinione pubblica, potere che hanno tutti i media e che tutti usano per il bene o per il male.

Qualcuno ha scritto di Berlusconi, che la sua influenza sul paese, come detentore del potere mediatico, sapientemente usato, è stata tanto forte da aver cambiato addirittura gli italiani, dal punto di vista antropologico.


E in effetti quell’individualismo edonista, tipico del berlusconismo, prima non era così diffuso, ma può anche essere, che sia stato solo un portato dei tempi nuovi, che il Berlusca ha solo interpretato.

Il libro , lo abbiamo detto fin dall’inizio, è scritto da un giornalista, che lavora per l’organo di stampa fra i più anti- berlusconiani ,che ci siano stati, ma tutti gli aspetti ascrivibili alle migliori qualità del Cavaliere, li ha ampiamente descritti e documentati.

E beh, poi ovviamente, c’è anche il resto, e cioè le ragioni per cui l’altra metà degli italiani è stata in parte non-berlusconiana, se non proprio anti- berlusconiana.

“Io sono uno di voi” voleva assolutamente far credere il Cavaliere, perché così si era probabilmente anche convinto di essere, ma l’affermazione proprio non stava in piedi, lui che era fra gli imprenditori più ricchi d’Italia, e aveva tante ville prestigiose, da metterlo in imbarazzo su quale scegliere di volta in volta come dimora momentanea.

Il sottotitolo della copertina del libro recita “una vita troppo”.

Azzeccatissimo! Perché il personaggio era troppo in tutto.

L’eccesso di ricchezza lo spingeva ad atti che non si possono che definire di megalomania, come la costruzione dell’incredibile monumento funebre-mausoleo nel parco della villa di Arcore.

Ma non mi dilungo oltre perché se il libro di Ceccarelli va oltre le 600 pagine è proprio perché elenca ed elenca tutto quello che nella mente e nelle mani del Cavaliere diventava quel “troppo”, che in molti casi ha lasciato il segno.

Last but not least ,le donne di più o meno facili costumi.

Troppe se non troppissime.

Tendeva al troppo in molti campi è vero, ma in questo campo ce lo ricorderemo veramente , perché è inutile dirlo, quando si va sul pruriginoso, lo sanno i giornalisti, si fa tiratura facile, facile.

E il Cavaliere ne faceva proprio di tutti i colori, come non si era mai visto prima, se non alla corte di Bisanzio.

Peccato, perché con tutte le ambizioni che aveva coltivato, lavorandoci spesso senza risparmiarsi mai, rischia di rimanere nella memoria collettiva come un vecchio satrapo, mentre le 600 pagine del libro di Ceccarelli ci dimostrano che, con più o meno successo, si sarebbe meritato obiettivamente una considerazione di ben altro livello.

Ma caspita!, se l’è proprio cercata ,avrebbe detto quel diavolo del divo Giulio.