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martedì 12 dicembre 2023

Marco Mancini - Le regole del gioco Dal terrorismo alle spie russe : come il controspionaggio offensivo ha protetto gli italiani - Ed.Mondadori – recensione

 



Ottimo libro, basato sulla narrazione di una vicenda umana singolarissima.

Addirittura colui che è stato il capo di una sezione del Sisde, cioè i servizi segreti italiani, che si racconta, e già questa sarebbe una notizia, perché, se c’è una cosa del tutto contro-intuitiva, è proprio questa.

Infatti, per quanto poco possiamo conoscere questo mondo, ci appare ovvio che una spia può fare tutto meno che raccontarsi.

Immaginiamoci poi il capo delle spie.

E’ ovvio quindi che il racconto ci presenta alcune cose essenziali, ma senza rivelare ovviamente né segreti di stato, né situazioni che potrebbero mettere in pericolo o far “saltare la copertura” ad agenti ,che fanno o hanno fatto questo lavoro.

Ci vengono rivelati autentici episodi da thriller d’azione e, solo per questo, varrebbe la pena leggersi il libro.

Ma il discorso si allarga e diventa molto, ma molto più serio, quando ci viene snocciolata una lungo fila di azioni-missioni ,compiute dal reparto speciale dei Carabinieri del Generale Dalla Chiesa e dal Sisde , che ci fanno capire che non è per uno straordinario colpo di fortuna, né per la particolare lungimiranza (ma quando mai!) dei nostri governanti politici, che siamo stato l’unico paese importante dell’Occidente ,che non ha dovuto subire il suo 11 settembre.

Non è stato un caso, è stato per merito di coraggiosi e preparati servitori dello stato, che si sono inventato e costruito il “controspionaggio offensivo” per individuare per tempo le cellule del terrore e bloccarle in tempo.

A che prezzo?

A un prezzo molto caro, per loro, prima di tutto in termini di costante rischio della vita propria e quel che è peggio di quella delle loro famiglie.

Ma non basta, purtroppo.

Perchè questo libro riporta anche, nella sua trama ,di fatti che fanno parte ormai della storia nazionale, intessuta insieme ,le vicende di uno spiacevole ,chiamiamolo “affaire Mancini”.

A volte può capitare ,che ,come nei film ,il valoroso servitore dello stato, che sventa pericoli orribili, che mettevano a rischio la vita di suoi concittadini, si ritrovi in un percorso lineare , che inevitabilmente accontenta le aspettative del pubblico, che si aspetta almeno la consegna di una luccicante medaglia, in segno di dovuta riconoscenza, musichetta e fine del film.

Troppo spesso però, nella vita reale,le cose vanno diversamente o più precisamente vanno storte.

A Marco Mancini sono andate per un po’ dritte, ma verso la fine di carriera, decisamente storte.

Il lettore colga la “consecutio temporum”, che non può essere casuale.

Quando i suoi successi “sul campo” diventavano troppo eclatanti, gli sono capitati tra capo e collo, non semplicemente due incidenti giudiziari, da chiarire velocemente, ma due arresti ,seguiti da due diversi periodi di detenzione ,in attesa di giudizio.

Giudizi che hanno scagionato “con formula piena” l’interessato, che però avrà avuto ampio modo di chiedersi se valeva la pena aver rischiato tante volte la pelle, per essere ripagato in quel modo.

Ma torniamo alla sopracitata consecutio temporum, che spiega abbondantemente, come la meschina invidia, di individui meschini, che magari ti lavorano accanto ,possa nella vita ,risultarti più pericolosa della canna puntata di uno o più kashnikov ak47, esperienza che Mancini ha fatto in più occasioni.

Il libro finisce ,giustamente a mio avviso, con una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché si studi un momento il dossier e, capita l’importanza di ricostruire la rete del “controspionaggio offensivo” ,che aveva tessuta il Mancini ,compia atti solleciti per mettere più al sicuro noi cittadini italiani.

Purtroppo infatti il libro ci fa capire, che la più che verosimile invidiuccia di mediocri concorrenti aveva costretto il Mancini medesimo a un “pensionamento forzato”, guarda caso proprio quando gli era praticamente già stato annunciata la promozione alla sedia più alta, del servizio nel quale aveva lavorato, riportando risultati tanto consistenti.

La conseguenza ,però non è stata solo una questione riferita a un privato cittadino, che subisce un ‘ingiustizia subendo un siluramento invece di una promozione , ma il pratico smantellamento della rete che lo stesso aveva costruito, con paziente lavoro per anni, con conseguenze molto pesanti e pericolose per tutti noi.

Ma leggetelo questo libro, capirete tante cose.

Per esempio che non è per caso ,che l'afflusso dei migranti coi famosi barconi è deflagrato improvvisamente.


giovedì 16 novembre 2023

Limes : La Cina resta un giallo. La fine del mezzo secolo d’oro trova il colosso in mezzo al guado. I misteri dei palazzi di Pechino – n 9/2023 – recensione

 



Come sempre su Limes non si può perdere l’editoriale di Lucio Caracciolo, anche se il suo vezzo di ricorrere spesso e volentieri a termini ultra-colti a volte diventa sconcertante.

In questo editoriale dopo poche righe vi imbatterete nel termine “apofatismo” che non è proprio di uso comune, ma questo è Caracciolo.

Al di là dei termini esoterici il suo argomentare è molto solido.

Seguo da molto tempo Caracciolo e quindi ho imparato col tempo che i suoi giudizi e previsioni sono basati su analisi molto accurate.

Di conseguenza non mi rende affatto felice dover constatare, che nelle uscite recenti, esprime un pessimismo abbastanza accentuato.

Non solo e non tanto per le guerre che deflagrano in serie, ma per la situazione complessiva di fondo.

Del resto non è un caso ,che da tempo Limes abbia coniato un felice neolgoismo proprio per descrivere la situazione attuale di questo nostro mondo : “caoslandia” ,che dice tutto ,senza dover spendere troppe parole.

In questo editoriale, si da per assodato il fatto, che l’egemonia americana e il conseguente unilateralismo ,è soggetto a tali scricchiolamenti ,da costringere gli analisti di geopolitca a guardare a un futuro ,nel quale verosimilmente si vedrà imporsi o un altro impero egemone ,o più probabilmente una intesa fra imperi ,che porterebbe a un equilibrio multipolare e a un altro tipo di globalizzazione.

Dove dovremo misurare il livello di potenza del nuovo o nuovi egemoni ?,si chiede Caracciolo.

Naturalmente sul mare, ci risponde lo stesso direttore di Limes, che non a caso, è riuscito a far diventare quasi usabile ,il termine :“talassocrazia”, troppo importante per essere trascurato, dato che il controllo dei mari, come ci ha più volte spiegato, è forse il parametro più importante della geopolitica.

E’ interessante e significativo rilevare che Caracciolo spiega il complesso atteggiamento degli alleati asiatici americani più decisi ,come il Giappone, che mentre da un lato stanno elaborando verso la Cina tutto un cordone sicuritario, dietro al quale difendersi, dall’altro lato sono tutt’altro che propensi a battezzarsi nel credo occidentale perchè nel loro subconscio vedono scritto sempre più chiaro il motto “l’Asia agli Asiatici”.

Far dimenticare le umiliazioni coloniali o successive a chi le ha subite, non è facile o forse è addirittura impossibile.

Ma noi occidentali ci passiamo sopra quasi sempre.

Ecco allora che il quadro complessivo che ne deriva è assolutamente figlio dell’era della complessità e della contraddizione, appunto caoslandia.

Giappone, India, Turchia, Iran ,e non dimentichiamoci Russia, non sono affatto avviati a sposare l’Occidente come cultura.

Va bene l’economia liberale ,con tutti i vantaggi del libero mercato e della globalizzazione, ma non fermiamoci alle apparenze.

In profondità ,si muovono altre e ben più antiche forze.

Questo numero, come ha sottolineato giustamente il simpatico e tenace Alfonso Desiderio, curatore del canali di Limes, presentando il volume, è arricchito da una partecipazione del tutto inusuale di analisti cinesi e quindi è ancora più ,diciamo ,di prima mano.

Se avete tempo naturalmente leggete tutto quanto, ma se avete obiettivi limiti di tempo, oltre all’editoriale di Caracciolo, non trascurate di leggere l’articolo di Alessandro Aresu, uno dei collaboratori, divenuti più autorevoli di Limes, molto dettagliato sull’elemento forse portante della guerra ,per ora solo commerciale, fra Cina e Usa, il mercato dei microcip.



lunedì 21 agosto 2023

George Friedman : America’s Secret War. Inside the worlwide struggle between the United States and its enemies - Ed. Abacus – recensione

 



Mi sono accostato a questo mostro sacro della geopolitica mondiale, con un certo senso di soggezione, ma devo dire che mi sono trovato benissimo, per tutte le quasi 400 pagine del libro.

Nel senso che l’autore ha più lo stile diretto del manager che non quello tendenzialmente ricercato dell’accademico.

Anzi ,se c’è una cosa che mi ha più volte stupito, è proprio questo approccio senza veli e senza cautele.

Oddio, non facciamo gli ingenui.

L’autore è il fondatore della più famosa e qualificata agenzia privata di intelligence del mondo (Stratfor) e quindi mettere alla berlina le infinite figuracce fatte dalla Cia nel corso degli ultimi decenni e delle guerre americane ,che sono state spalmate durante questi anni, magari gli hanno procurato anche un certo piacere personale.

Non dimentichiamoci però che gli americani ,a differenza di noi europei e ancora di più di noi italiani, sono , non per amore di retorica, ma perché lo sono proprio nel loro animo e nella loro cultura, e quindi se da una parte Friedman mette alla berlina la Cia, dall’altra rimane rigidissimo nel delineare e difendere la strategia globale americana e la sua politica di potenza, anche in questo caso senza veli e senza imbarazzi di sorta.

Ma va bene così.

Perchè ,se si vuole capire qualcosa della storia nella quale siamo inseriti, volenti o nolenti, le recenti vicende ucraine credo che ce lo insegnano, occorre individuare e buttare alle ortiche i paraocchi dei nostri pregiudizi e giudizi stereotipati, anche se li vediamo largamente condivisi.

Perchè la geopolitica ce l’ha insegnato : le cose funzionano in un altro modo.

Tanto per fare un esempio, se vogliamo cercare di capire com’è la situazione sul campo in un dato momento, durante una guerra guerreggiata, non ci sono di nessuna utilità i giudizi o pregiudizi etici -ideologici.

Quello che ci serve è qualsiasi cosa per leggere la realtà com’è.

Ecco a cosa serve la geopolitica.

Abbiamo capito che parla un linguaggio crudo e antico.

Infatti parla apertamente di politica di potenza, di imperi, di egemonia, di eserciti,flotte, armamenti e non di diritti umani, democrazia eccetera e questo ci destabilizza.

Non ne parla, non perché i suoi analisti sono persone insensibili o peggio amorali, ma semplicemente perché si occupano di altro.

Il giudizio etico verrà dopo, ma è un’altra cosa.

Tutto questo per dire, che ,se volete apprendere come sono andate le guerre americane degli ultimi decenni (a partire dall’11 settembre 2001) nella realtà, dovete assolutamente leggere questo libro.

Scoprirete, con molto sconcerto, che una cosa è la realtà, una cosa, quasi sempre molto diversa, è la narrazione, che di questa realtà viene fatta dai governi interessati

Narrazione ,che i media propinano a guerra in corso, anche perché, scoprirete sempre leggendo il libro, che manipolare mediaticamente la realtà e l’opinione pubblica è ,e lo è da sempre, non solo nei tempi moderni, parte delle tecniche della guerra medesima, allo stesso modo come lo sono gli armamenti.

Veniamo al dunque ,in modo che il lettore capisca perché un libro come questo è importante che venga letto.

Tutti ,o almeno, gran parte di noi, siamo stati testimoni in diretta degli avvenimenti dell’11 settembre 2001, quando un commando di Al Quaida (del quale ,tra parentesi, Friedman ammira e loda la preparazione e l’efficienza professionale) ha quasi contemporaneamente dirottato ben quattro aerei civili ,delle maggiori dimensioni, per usarli come bombe, due contro le Twin Towers del World Trade Center a New York, uno contro il Pentagono e l’ultimo contro un obiettivo rimasto ignoto ,che non ha potuto portare a termine la missione, per una sopravvenuta serie di contrattempi, che hanno consentito ai passeggeri di rivoltarsi, senza potere però impedire che il loro aereo precipitasse in Pennsylvania.

Ebbene, da quasi subito si è appreso che la provenienza degli attentatori suicidi era senza ombra di dubbio nella grande maggioranza l’Arabia Saudita.

Ed allora perché ,sempre noi ci siamo chiesti , per quale strana ragione il Presidente W Bush ha deciso di rispondere alla prima minaccia della storia nei tempi moderni alla “homland” ,al suolo della madrepatria americana, andando a invadere prima l’Afganistan e poi l’Iraq ,invece che l’Arabia Sudita ?

Nelle nostre elucubrazioni da bar, devo confessare che, per lo più ci siamo detti : eh, si è ovvio, la famiglia del presidente è notoriamente in affari col petrolio e quindi come farebbe ad andare a bombardare i propri interessi?

Apparentemente la cosa sembrava verosimile, anche perché e lo vedremo bene dal libro, l’amministrazione di W.Bush è stata tutt’altro che brillante nel mostrare al pubblico quali erano, a suo avviso, le cause e le ragioni della guerra in Afganistan prima e in Iraq dopo.

E, detto fra di noi,ma sempre tra parentesi, per delle guerre che sono sempre costate migliaia di vittime ,alle forze armate americane, sarebbe valso la pena di spiegare decentemente e il più convincentemente possibile, ai parenti di quelle vittime, perché mai i loro cari erano andati a morire in Afganistan e in Iraq.

Ma andiamo avanti.

Ecco che a questo punto della narrazione, Friedman toglie i veli e ci mostra la realtà vera, che, come sospettavamo, non c’entra proprio nulla con l’andare a esportare la democrazia e i diritti umani.

Si trattava semplicemente di studiare una reazione che contribuisse a ristabilire la consapevolezza nel mondo della potenza americana come egemone globale.

L’America sapeva benissimo che dietro AlQuaida c’era prima di tutto il Wahabismo saudita, ma sapeva anche che un attacco diretto all’Arabia Saudita avrebbe causato più danni che vantaggi.

E’ ovvio che gli americani stessi hanno fatto immediatamente due più due.

Il commando che aveva ferito in modo così grave la posizione nel mondo dell’America era di provenienza saudita e la sua azione era in perfetta sintonia con l’ortodossia ultra fondamentalista Wahabita, praticata in Arabia Saudita e difesa con la spada dai regnanti, perché da loro usata come efficace “instrumentum regni”.

Gli Americani si resero conto, che attaccare i sauditi direttamente, avrebbe significato prima di tutto deporre la famiglia reale ,che in passato aveva dimostrato fedeltà agli Usa, da ultimo in ordine di tempo permettendo addirittura agli Americani stessi di insediarsi nel suo territorio, per costruirvi basi militari di molto grandi dimensioni per aiutarli a sconfiggere quel Saddam che aveva invaso il Kwait.

Facendo ciò i regnanti sauditi hanno rischiato grosso, perché il clero wahabita aveva fortemente contrastato “l’invasione” del regno, che custodisce i luoghi santi dell’Islam, da parte dei “Crociati” infedeli.

E poi quali e quante grane avrebbe dovuto affrontare l’America, se avesse invaso l’Arabia Saudita ,pensando che poi avrebbe avuto la responsabilità diretta di gestire quel paese dalle mille tribù, delle quali negli Usa si sapeva ben poco.

E l’aspetto economico, non era certo secondario, dato che un attacco diretto ai sauditi, avrebbe significato causare uno shock petrolifero colossale ,con conseguenze disastrose sull’economia mondiale.

Poi gli Usa avevano la prova, che la monarchia saudita non aveva una responsabilità diretta nel sostenere Al Quaida ,nel senso che a finanziarla, non era direttamente la famiglia reale, ma erano singoli facoltosi cittadini, che facevano collette, tramite organizzazioni ,ong e charity wahabite.

L’interesse strategico dell’America era di mantenere la stabilità del Medio Oriente, perché questo garantiva l’egemonia americana nella regione.

E quindi a Washington si decise che quel finanziamento saudita ad Al Quaida doveva essere troncato al più presto, ma minacciando i Sauditi senza invaderli.

Cioè occorreva mettere in atto una prova di forza al più presto, tanto più che nel paese si diffondeva il sacro terrore di essere indifesi di fronte a possibili ulteriori azioni di commandos, magari ancora più invasive di quella dell’11 settembre, perché avrebbero potuto fare uso di bombe nucleari sporche o di armi chimiche.

Per realizzare questa strategia risultava essenziale mantenere al potere dell’Arabia Saudita la famiglia regnante, insediata al potere dagli Inglesi ,ed ereditata come “cliens” dagli americani, ma costringendola a combattere Al Quaida in modo concreto.

Ecco perché si scelse come obiettivo l’Afganistan ,che aveva al governo i Talebani, anche loro islamici molto vicini al fondamentalismo estremo dei wahabiti e che dava rifugio a Osama Bin Laden, l’organizzatore del commando dell’11 settembre.

Non vado oltre nel libro troverete i dettagli anche di tecnica militare estremamente interessanti di quelle guerre.












lunedì 7 agosto 2023

Domino rivista sul mondo che cambia – n 7 /2023 La Russia non deve morire Spaventati dal caos che provocherebbe la caduta di Putin adesso gli americani vogliono chiudere la guerra d’Ucraina. Contro la volontà di Kiev (e di Pechino) – recensione

 



La geopolitica ,ormai lo abbiamo capito, è materia nuova ed ancora piuttosto ostica, perché contraddice molte delle convinzioni che abbiamo immagazzinato.

Di conseguenza non sembra proprio il tipo di lettura di tutto riposo da fare sotto l’ombrellone.

Ma forse è proprio per questo ,che Dario Fabbri ,nel numero di luglio di Domino, ha sparato grosso e ad alzo zero.

Non nascondiamocelo, in qualsiasi bar sport d’Italia, per non dire in qualsiasi conversazione d’ufficio o di famiglia, quando si parla della guerra d’Ucraina, quello che viene fuori in prima battuta è : ma Putin è matto.

Vivevamo comodi e tranquilli nel mondo (illusorio per la geopolitica) dell’economicismo.

Ricordate la famosa battuta di Clinton “It’s economic stupid” ?

Ma sempre la geopolitica ci invita a pensare che a muovere il mondo in realtà non è l’economia, ma altre cose ,se vogliamo, più vecchie o addirittura arcaiche come la storia, le narrazioni che i singoli popoli si sono fatti sulla loro identità e il “fattore umano”.

Se seguiamo questi criteri arriviamo a constatare che ci sono popoli che non vivono di economia, ma proprio di storia e di narrazioni e su questa base sono convinti che i loro paesi o sono “imperi” o non sono.

Capisco che è grossa da dire e da visualizzare, ma pare che le cose funzionino proprio così.

Ecco ,allora, se vogliamo contarcela da persone colte, che si materializzano i fantasmi della pace di Vestfalia e del Congresso di Vienna, diventando attualissimi.

O se vogliamo dircela più terra-terra, traduciamo il vocabolo “impero” ,che avevamo cancellato dalla memoria con la matita rossa del politicamente corretto ,con la parola potenza “egemone”.

Che si attanaglia perfettamente agli Stati Uniti ed alla Cina, fra gli egemoni in atto, e alla Russia, Turchia, Iran,Brasile o Messico fra quelli potenziali.

Che fanno gli egemoni ?

Oh caspita! Che volete che facciano, fanno i loro interessi ,ammantandoli di parole buone.

Missione messianica di esportare nel mondo democrazia e diritti umani dicono alcuni (Stati Uniti e seguaci), stabilità e armonia (Cina e seguaci) eccetera eccetera.

Detto questo, torniamo al “Putin è matto!”

L’affermazione può essere compresa perché in effetti Putin ha commesso errori così grossolani da sembrare fuori di testa.

A cominciare ,dicono i militari, dal contraddire gli stessi manuali di tecnica militare stampati in Russia, perché un’offensiva si fa, non si annuncia tre mesi prima, perché così si fa saltare la sorpresa, mettendosi subito in posizione di svantaggio.

Poi non si fanno muovere colonne corazzate in fila indiana senza supporto di fanteria come hanno fatto i Russi iniziando l’invasione, perché così facendo,se un carro è colpito, questo frena l’avanzata di tutta la colonna e l’azione fallisce, eccetera eccetera.

Putin è universalmente definito l’autocrate per eccellenza.

Errore banale, dice la geopolitica, secondo la quale nessuno può fare e disporre quello che vuole, ma deve contare su un ampio e articolato apparato, che condivide il potere con lui .

E poi comunque tutti i componenti del medesimo gruppo sanno che devono essere sempre supportati dal consenso dei loro popoli se vogliono rimanere in sella.

E infatti questa affermazione della geopolitica, indigesta e contro-intuitiva è stata vistosamente confermata dal tentato golpe di Pregozin un mese fa.

Il fatto poi che lo stesso Pregozin sia ancora vivo, contraddice radicalmente tutte le nostre narrazioni e convinzioni sulla “governance” della Russia.

Il potere è sempre condiviso per sua natura.

Uno dei maestri del pensiero liberale, Bruno Leoni ,era addirittura autore della teoria del “potere diffuso”.

Veniamo quindi a sapere ,intendiamoci, per quanto possibile, che “là dove si puote quel che si vuole”, per dirla con Dante, cioè al Pentagono e agenzie sicuritarie americane collegate, nelle ore durante le quali si consumava il tentativo di golpe di Pregozin, si era in ansia e molto in ansia.

E ,incredibile ma vero, ci si augurava che il gruppo di potere che esprime Putin rimanesse in sella.

Perchè? Perchè erano diventati matti anche loro? Evidentemente perché dalle (buone e dettagliate) informazioni che avevano, sapevano con sicurezza che l’alternativa a Putin sarebbe stato il dissolvimento di un gruppo di potere relativamente moderato ,come risulta quello putiniano, a favore di nazionalisti estremisti, probabilmente incapaci di tenere insieme il paese più grande del mondo, quale è la Russia, dotata di ben 85 regioni, e un numero di etnie, lingue,religioni da far paura.

Qualche incosciente in Occidente potrebbe sfregarsi le mani, sognando la dissoluzione della Russia, pensando così di “fargliela pagare come si meriterebbero”, ma fortunatamente (si spera) al Pentagono pare la pensino proprio diversamente ,preoccupatissimi di doversi poi occupare di dover metterci mano loro, per rimettere insieme i cocci ,comprensivi di pare 3.000 testate nucleari sparse qua e là.

Prospettiva da film dell’orrore, ma al Pentagono il livello di orrore cresce a dismisura pensando a quanto si sfregherebbero le mani ,piuttosto ,a Pechino,nel caso di una dissoluzione della Russia, pronti a prendersi, in sol boccone, quella immensa terra che si chiama Siberia, magari dotata di un clima da cani, ma che risulta il forziere minerario più fornito del mondo.

E quindi : salvate il compagno Putin! Era l’invocazione che usciva dal Pentagono, per contro-intuitiva che la cosa possa apparire.

Ecco in quattro parole il contenuto di questo numero di Domino.

Come vedete, risulta avvincente come un thriller e quindi va benissimo anche sotto l’ombrellone.




lunedì 6 febbraio 2023

Vittorio Emanuele Parsi : il posto della guerra e il costo della libertà .Il punto non è fermare la guerra,il punto è salvare la democrazia .Editore Bompiani - recensione

 




Se il lettore è sicuro ,senza se e senza ma, che Putin ha invaso l’Ucraina senza averne alcun motivo legittimo, in quanto l’Occidente non avrebbe in alcun modo provocato la Russia, minacciandone la sicurezza, e che il medesimo autocrate da tempo meditava di attentare all’ordine internazionale, decretando la fine di 75 anni ininterrotti di pace in Europa per fermare l’espansione della democrazia all’Est, ecco, allora questo è il libro che fa per lui.

Io ,sinceramente, quando ho letto proprio nella prima pagina tre righe solenni ,che sembrano un proclama, dove si dice che le cose per cui vale la pena di vivere sono anche quelle per le quali vale la pena di morire, e che libertà individuale e possibilità di autodeterminazione come popolo, sono valori “non negoziabili” , mi sono un pochino raggelato.

Semplicemente perché, avendo scelto praticamente da sempre di seguire, come metro di giudizio filosofico le idee dell’illuminismo ,mi sono imposto di diffidare sempre e comunque di chi ti propone qualsiasi affermazione come “valore non negoziabile” e cioè come verità assoluta.

Per carità il Prof.Parsi è una eccellente persona e immagino anche un buon docente di relazioni internazionali ,ma come si evince dalle ultime pagine del libro, deve essersi sconvolto quando ha appurato, che secondo i sondaggi di opinione, si è rilevato che la grande maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina non tanto per la cosa in sé, ma ancor più per la deduzione che ne deriverebbe logicamente ,e cioè che mai e poi mai la medesima maggioranza riterrebbe di sentirsi moralmente obbligata a partecipare di persona a un conflitto armato.

A questo punto il Professore si deve essere chiesto : e se capitasse a noi quello che è capitato all’Ucraina, chi sarebbe disposto ad andare in guerra?

Questo libro sembra essere stato scritto proprio per contrastare questa eventualità, spiegando perché sarebbe invece necessario e obbligatorio

apprestarsi ad andare a combattere per la libertà e la democrazia, quando queste venissero minacciate, come succede in Ucraina.

In modo un po 'ultimativo ma molto efficace il professore ci dice che non ci sono pasti gratis e che quindi anche libertà e democrazia hanno un costo che può richiedere anche di prendere le armi per defenderle.

OK, ma allora se le cose stanno così non siamo nel capo delle ideee condivisibili?

Che ? Non saremo dei codardi se la pensassimo diversamente?

Dipende.

Ecco ,adesso, dico una cosa che farebbe andare in bestia il medesimo Professore che aborre il ragionamento : una cosa sono i sacri principi ,un’altra è la realtà e l’applicazione pratica, dico questo perchè non vedo come si possa evitare di farlo questo ragionamento tenendo i piedi ben piantati per terra.

OK quei principi sono probabilmente ,voglio sperarlo sinceramente, condivisi da tutti noi.

Il fatto che Putin abbia sbagliato clamorosamente la bracciata al punto da rischiare la sua stessa poltrona se non di più è del tutto evidente.

Poi però in questa materia, a mio avviso ,per capirci qualcosa di concreto che ci aiuti a giudicare occorre rivolgersi a un’analisi di tipo geopolitico e non di politica internazionale per presentare al proprio giudizio una serie di fatti che sono contradditori e che non sono affatto riducibili al bianco o al nero e tanto meno “non negoziabili”.

La faccio breve semplificando molto perché non devo dilungarmi più di tanto.

Il Prof. Parsi insegna relazioni internazionali e sulla base della sua materia si aggrappa forse un po’ troppo dogmaticamente a questo teorema :dopo le due guerre mondiali si è riusciti a fondare un ordine mondiale che è durato 75 anni perché si è riusci a creare una serie di vincoli e istituzioni internazionali che hanno sostituito alle legge della giungla delle regole condivise.

Questo ordine è riuscito a funzionare solo e unicamente perché lo si è fondato sui valori della libertà, dell’autodeterminazione e della democrazia.

Chi non si adegua si deve adeguare pagandone il prezzo, diversamente salta l’ordine e si torna alla giungla.

Ma non c’è solo la visione tipica delle relazioni internazionali, oggi prevale l’interesse per le analisi della geopolitica che non ragionano diciamo sulla storia delle ideologie, ma sulla storia del potere, dei fondamentali e che invece non hanno troppa considerazione per le istituzioni internazionali.

Chi vuole si accosti a “Limes” e a “Domino”, riviste di geopolitica di ottimo livello,più e più volte recensiti sul mio blog per chiarire questi concetti.

Se si usano gli strumenti della geopolitica l’analisi del Prof. Parsi mostrerebbe vistose screpolature, ne elenco alcune:


  • l’indubbio coraggio anche fisico e personale del Pesidente ucraino Zelensky non è sensato che ci faccia perdere di vista il fatto che la libertà e ancor di più la democrazia in Ucraina avevano ,già prima della guerra ,delle declinazioni che non erano propriamente quelle alle quali siamo avvezzi nei paesi fondatori della UE. Quindi non basta dire che se necessario bisogna avevere il coraggio di prendere le armi per difenddre la democrazia, occorre anche chiedersi per “quale” democrazia;

  • la determinazione e la motivazione nel combattere dell’esercito ucraino ci appaiono ammirevoli, ma non trascuriamo il peso che oggi ancor più di ieri ha la propaganda e quella che in geopolitica si definisce la “narrazione della pedagogia nazionale”, queste forme di manipolazione ci sono e vanno valutate da tutte due le parti del fronte;

  • può essere realistico porsi il problema del costo della difesa dei propri principi, che può o dovrebbe in certi casi convincerci a prendere le armi fino a mettere in gioco la propria vita, ma allora, come per qualsiasi altra cosa nella vita, anzi a maggior ragione, occorre mettere in atto un calcolo di costi-benefici e chiarirsi bene a che punto occorre fermarsi;

  • non vedo poi come si possa evitare il confronto con il : “tu non ucciderai!”, biblico, ma presente ben prima del testo biblico nella cultura umana fin dalla notte dei tempi. Nel conflitto ucraino stiamo parlando di decine di miglia di morti, arrivati dopo un anno, verosimilmente ai 100.000 per parte, più il doppio dei feriti, sempre per parte, e decine di milioni di profughi. Lo ripeto sarebbe folle a questo punto non chiedersi fino a che punto giudichiamo ragionevole andare avanti?

  • Spero sinceramente di avere male interpretato, ma mi sembra che Il Professore nel libro sembra sostenere che sarebbe nostro dovere, per fedeltà a quei famosi principi non negoziabili, pretendere che la Russia non solo esca da tutti i territori occupati ma che addirittura si rassegni ad attuare al suo interno quella “decolonizzazione” ,che le vecchie potenze europee hanno già realizzato per tempo, cioè in parole povere che si dissolva.

Ma se questa fosse la visione del Professore, sarebbe  in contrasto netto con praticamente tutte le analisi delle agenzie geopolitiche, che chiunque può consultare ,che mettono   in guardia contro il disfacimento della Russia. Per la semplice ragione che questo disfacimento favorirebbe solo una enorme crescita dell’ influenza della Cina e creerebbe comunque spaventosi momenti di instabilità per di più con migliaia di testate atomiche fuori controllo;

  • Mi meraviglia che il nostro Professore, che tiene a far sapere di essere Capitano di Marina, non prenda in considerazione il fatto che il Pentagono fin da subito ha chiarito di essersi posti dei limiti invalicabili, altro che i “valori non negoziabili”. Ne sono chiarissima sintesi le dichiarazioni assolutamente non equivoche, niente meno, che del Capo di Stato Maggiore della difesa americana Gen.Mark Milley dell’11 novembre scorso : “adesso bisogna trattare” eccetera (d’accordo uscite a libro ancora in stampa, ma ben note nei suoi contenuti ormai da mesi);

  • Mi meraviglia ancora di più che tutto in tutto il libro, ma letteralmente tutto non ci sia il minimo cenno al fatto che il nostro Occidente, che ha generato l’ideologia liberale e gli annessi valori ritenuti “non negoziabili” ,sulla carta geografica del mondo rappresenti con sufficiente approssimazione ⅓ mentre il resto del mondo, che questi valori non condivide con noi almeno nella identica declinazione, rappresenta ⅔ ;

  • come è possibile ignorare che la maggioranza del mondo fondi il proprio pensiero filosofico e politico su “altri” valori ,pure elaborati da civiltà millenarie. Guai se anche questi paesi ritenessero che i loro valori sono “non negoziabili” ,sarebbe una guerra senza fine.

Noi che facciamo riferimento all’ideologia liberale, diamo la priorità all’individuo, il resto del mondo e sopratutto quello asiatico, fa riferimento a un patrimonio culturale-filosofico ,che si basa sulla priorità della società, della comunità rispetto all’individuo.

Forse sarebbe meglio cercare di capirci invece che proclamare l’assoluta verità dei nostri “valori non negoziabili”, anche perchè sia i nostri che i loro sono relativi a qualcosa e quindi non sono verità assolute, che non esistono;

- Mi sembra sorprendente anche che in questo libro si faccia riferimento solo ed esclusivamente a Putin o a Xi ,ignorando il fatto che l’analisi geopolitioca, da tempo ormai, ha chiarito che anche dove il potere politico è concentrato in un “autocrate” ,in reltà il medesimo deve rispondere a un sistema sofisticato , complesso e plurale, che personale è solo di facciata. Non sarebbe più sensato allora degnarci di cercare di capire come la pensano i popoli russi e cinesi invece che i soli Putin e Xi?;

- non posso, per finire, tacere il fatto che rappresentano a mio avviso una seria caduta di stile ,fortunatamente poco comuni fra gli accademici ,le ripetute allusioni a chi propone opinioni diverse ,rispetto a quelle esposte nel libro, come fossero tutti poveri ignoranti e incolti, vittime del loro narcisismo ,quando non anche magari prezzolati da Mosca.