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venerdì 21 marzo 2025

Stephane Allix : Dopo La straordinaria inchiesta di un reporter sulle prove della vita oltre la vita Libreria Pienogiorno - recensione

 



Approfondendo l’argomento della vita altre la vita terrena ho trovato di particolare importanza questo lavoro di Stephan Allix non solo perché ha venduto più di 2 milioni di copie su un argomento ancora considerato un tabou, ma perchè l'autore ha lavorato per anni come un inviato di guerra per poi trasformarsi in giornalista d’inchiesta quando ha cominciato ad occuparsi di questo tema e quindi ha raccolto testimonianze sull’argomento con lo stile del reporter.

Le testimonianze che Allix ha raccolto in questo libro appartengono per lo più alla categoria che viene definita VSCD vissuti soggettivi di contatti con un defunto.

Allix stesso mette le mani avanti affermando che d’accordo le esperienze che ha raccolto sono soggettive, ma sottolinea che soggettivo non significa assolutamente che non accada ,soggettivo non è sinonimo di illusione o di allucinazioni.

Le testimonianze sono molte.

La compagna di un giovane fan di base jumping assiste al lancio del compagno che per un colpo di vento finisce contro la parete e poi precipita nel vuoto.

La ragazza corre dove a visto finire il corpo, viene bloccata dagli amici che cercano di convincerla a fermarsi li e in quel mentre vede nella sua mente il corpo del compagno caduto che si alza, le fa un cenno,sorride come per comunicarle :non preoccuparti, va tutto bene.

Ancora anni dopo quella ragazza conserva con estrema lucidità quei momenti nella sua mente ed è certissima di avere visto quella scena.

Poi quella esperienza ha avuto nel ricordo della protagonista quasi una continuazione quando nella camera ardente allestita nel paese vicino a dove si era verificata la caduta rimasta sola vicino al feretro e presa da assoluta disperazione la ragazza sente nuovamente la presenza del compagno come se qualcuno da lui incaricato le dicesse di andare perchè lui era altrove ma che tutto andava bene e lei si sentiva presa da una indescrivibile senso di benessere e di amore.

Nel medesimo periodo Allix viene a conoscenza della testimonianza di un amico di infanzia del giovane perito nell'incidente che non aveva potuto partecipare al funerale perché era lontano.

Mentre stava dormendo con la sua compagna, quest’ultima avverte con imbarazzo e una certo timore la presenza dell’amico defunto che fluttua sopra al loro letto per un lungo momento come se volesse dire di non preoccuparsi e per consolarli.

Ebbene il libro prosegue con una serie di interviste che descrivono esperienze analoghe.

Alix dice di essersi premurato di porre il problema della natura di questi fenomeni a un amico neuropsichiatra, Christophe Faurè, con vasta esperienza nel campo specifico di assistenza a persone che si trovavano a elaborare il lutto, di formazione laica e quindi non influenzabile da idee preconcette.

Quello psichiatra gli ha riferito che quel tipo di esperienze non ritiene che possano essere classificate come allucinazioni, perchè queste quando si verificano hanno altre caratteristiche sono indotte da sostanze particolari o comunque non sono mai episodi singoli ed hanno natura invasiva.

Non sono neppure episodi deliranti perchè questi durano ore se non giorni e portano a un deterioramento psichico.

Mentre le VSCD si presentano come episodi che non manifestano altre manifestazioni bizzarre e sopratutto regolarmente producono effetti positivi nelle persone che li sperimentano.

Lo stesso Allix ha avuto colloqui interviste con numerosi altri esperti scientificamente qualificati ed ha da loro avuto conferma del fatto che queste esperienze sono parecchio diffuse e che quindi è strabiliante vedere come il pregiudizio materialista - scientista sia così diffuso nella società contemporanea da fare barriera anche alla sola presa di conoscenza dei fenomeni stessi.

In conclusione l’autore dice che questi fenomeni sono giudicati non spiegabili dagli uomini di scienza che ha intervistato, che però in molti ne sono bene a conoscenza.

A suo parere anche queste esperienze VSCD confermano quello che filosofie e spirtualità ci dicono da sempre e cioè che la vita non si interrompe con la morte ma continua immutabile in una evoluzione continua.

Non ci condanna perchè offre uno spazio di evoluzione continua e le prove che la vita ci pone da affrontare sono una occasione di conoscenza e di crescita che dovremmo affrontare con questa consapevolezza fino a concepire che non ha senso odiare nessuno perchè chi ci induce all’odio non fa altro che spingerci ad allargare il nostro spirito superando i limiti del nostro io ed elevandoci da lui, andiamo oltre o meglio andiamo sopra, è possibile.

Le prove sono un apprendimento.

La vita ha senso se ci decidiamo ad accettare la presenza costante della sua dimensione spirituale.





giovedì 20 marzo 2025

Eben Alexander Milioni di farfalle Il paradiso esiste Ci sono stato Oscar Bestseller- recensione

 




Libro di lettura scorrevole ma coinvolgente, anzi troppo coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Sopratutto in questo caso è indispensabile fare subito una presentazione dell’autore, perché il libro medesimo riporta esperienze dirette dell’autore e quindi è autobiografico.

Ebbene il Prof. Alexander dispone di una qualifica scientifica di primo piano avendo insegnato per un lungo periodo (15 anni) alla prestigiosa Harvard Medical Scool nel corso di neurochiturgia.

Si presenta come autore di 150 fra pubblicazioni e saggi.

E’ quindi una persona che il cervello dal punto di vista fisico non può che conoscerlo più che bene sulla base ovviamente delle attuali acquisizioni in materia.

Ma è anche una persona che ha avuto la ventura di sperimentare non su uno o più pazienti, ma su sé stesso quella che si può definire una esperienza di vita extrasensoriale, cioè fuori dallo spazio-tempo, quando nel pieno della sua carriera professionale è stati colpito da una malattia estremamente rara dal decorso ,ritenuto senza possibilità di scampo ,che lo ha portato in coma per sette giorni consecutivi (meningite batterica da EColi)

Il medesimo Prof. Riferisce che in quei giorni il suo cervello, macchina dedicata sopra a ogni altra funzione a produrre coscienza non è che lavorava in modo anomalo o insufficente, non lavorava affatto.

La neocorteccia celebrale in quei giorni era morta,disattivata e quindi lui ritiene che le esperienze di NDE (Near Death Experience) che ha fatto e che ricorda benissimo, devono necessariamente appartenere a un mondo cosciente ,dotato di libero arbitrio, completamente svincolato dai limiti del suo cervello fisico.

Sulla base di quella esperienza si è quindi convinto che la morte fisica e cerebrale non produca la fine della coscienza, ma solo un prolungamento oltre la morte, perché quello che ha visto e provato,, era reale né più né meno di quello che aveva sempre vissuto.

Ricostruendo la sua esperienza l’autore ha denominato “Regno della prospettiva del l verme” quello che ricorda ,come sue prime impressioni da quando era piombato nel coma.

Una vaga visione di vasi sanguigni , radici, ambiente fangoso , mostruosi animali ,suoni emessi apparentemente da animali ,mondo spiacevole abbastanza da suscitare in lui la determinazione di studiare come andarsene da li, fino a quando gli compare un entità di impareggiabile bellezza,luce bianca e suoni musicali complessi, eccolo catapultato nel mondo più bello che sia immaginabile.

Campagna verde e quella sensazione di piacere e di sicurezza ,che si prova da bambini quando ci si sente protetti e amati.

Volava su quel mondo insieme a una bella fanciulla circondati da milioni di farfalle .

La fanciulla lo guarda non uno sguardo romantico o di semplice amicizia ,ma gli comunica qualcosa che quando lo vivi ritieni che è valso la pena di vivere.

La medesima fanciulla gli diceva : sarai amato e protetto, qui non puoi rischiare di sbagliare, vedrai cose straordinarie, ma poi dovrai tornare.


Si trova in un paesaggio di nuvole, esseri sotto forma di sfere scintillanti, canti.

Fino a percepire un essere divino contemporaneamente presente all’esterno ma anche dentro a sé stesso.

Chi sono, dove sono,dove vado ?

Le domande eterne di tutte le filosofie le poneva a chi sentiva vicino e costoro rispondevano, ma senza bisogno di parlare perché le loro risposte le percepiva direttamente.

Straordinaria quella essenza divina che percepiva sia dentro che fuori di sé e che Alexander dice di avere nelle sue ricostruzioni subito denominato come OM che gli comunicava che esistevano altri universi nei quali albergava l’amore e che il male era presente solo come piccolo residuo perché quel mondo era abitato da amore e da una intelligenza parecchio più avanzata di quella umana.

Alexander si preoccupa di assicurare che quella sublime esperienza che ha fatto gli appariva come assolutamente reale e che comunque non era assimilabile né confondibile con il mondo confuso e spesso inverosimile che tutti sperimentiamo nei sogni.

Questa esperienza che l’autore dice di avere battezzato come viaggio nell’”Utero Cosmico” che riflettendoci sopra ritiene di individuare come un flash sul lato invisibile e spirituale della nostra normale esistenza.

Esperienza che andava anche al di là da quella dei sogni lucidi perché ricordava di avere risontratao di potere esercitare su se stesso un autocontrollo notevole che gli consentiva se lo voleva di salire ai livelli più alti di quel mondo.

In quel medesimo mondo faceva questa singolare esperienza che bastava pensare a una cosa per acquisirne conoscenza.

Ma ci dice l’autore così’era la sostanza la realtà vera di quel mondo?

Risponde che era la sensazione piacevolissima di essere amati di un amore incondizionato che provocava la sensazione di sentirsi protetti che si sperimenta nelle infanzie più felici.

Ma perché se quella è come una forma di vita spirituale parallela che è comunque sempre presente nella nostra esistenza normalmente non riusciamo a introdurci o ad averne consapevolezza.

Il neurochirugo Alexander risponde che il nostro cervello esclude o meglio oscura quel mondo cosmico come la luce del sole oscura la meraviglia del cielo stellato.

Infatti normalmente riusciamo a vedere solamente quello che il filtro del nostro cervello lascia passare perché l’emisfero sinistro che è deputato alle funzioni logico linguistiche e che genera la razionalità ci crea la sensazione dell’ego come qualcosa di nettamente definito.

E’ questo che forma una barriera alla conoscenza ed all’esperienza della realtà superiore.

Alexander mette in evidenza una caratteristica peculiare della sua esperienza di solito non riscontrabile in modo così netto nelle esperienze Nde e cioè il fatto di essersi sentito del tutto libero dalla sua identità corporea.

L’autore cita a questo punto una frase nientemeno che di Albert Einsein che non potrebbe essere più appropriata :”il vero valore di un essere umano è detrminato principalmente dalla misura e dal senso in cui egli ha raggiunto la liberazione dal sé”

Facendo come un bilancio sulla realtà della sua esperienza il Prof. Alexander sembra porre come qualcosa di molto più di un’ipotesi la deduzione che non è il cervello che produce la coscienza, visto che mentre faceva quella esperienza e si sentiva cosciente il suo cervello fisiologicamente non c’era.

Allora il vero pensiero non è questione di cervello.

Il vero pensiero è qualcosa di pre-fisico.

Noi siamo molto di più che semplici corpi e cervelli fisici.

C’è una intelligenza libera e interiore, non legata a identità o un nostro status temporale o spaziale.

Quando manifestiamo amore e compassione allora possiamo avvicinarsi a questa realtà.

Ecco credo di avere riportato l’essenziale.

Il libro però è ancora più interessante perché descrive in modo a volte anche dettagliato la situazione familiare complessa dell’autore e cerca anche di entrare nei rapporti quotidiani della vita professionale dell’autore.

E questo è fortemente interessante perché l’autore pur avendo sempre avuto una visione del mondo laica che contemplava anche l’adesione pacifica al mainstream imperante negli ambienti scientifico- accademici consistente nell’ideologia materialista scientista, dopo l’esperienza che ha avuto è stato lungamente impegnato a cercare di fare capire ai colleghi che non esiste solo il punto di vista materialista scientista, ma è possibile fare convivere quel punto di vista con quello della spiritualità.

Il libro è stato molto ben accolto dal grande pubblico ma non è per questo che ne consiglio caldamente la lettura.



lunedì 21 agosto 2023

George Friedman : America’s Secret War. Inside the worlwide struggle between the United States and its enemies - Ed. Abacus – recensione

 



Mi sono accostato a questo mostro sacro della geopolitica mondiale, con un certo senso di soggezione, ma devo dire che mi sono trovato benissimo, per tutte le quasi 400 pagine del libro.

Nel senso che l’autore ha più lo stile diretto del manager che non quello tendenzialmente ricercato dell’accademico.

Anzi ,se c’è una cosa che mi ha più volte stupito, è proprio questo approccio senza veli e senza cautele.

Oddio, non facciamo gli ingenui.

L’autore è il fondatore della più famosa e qualificata agenzia privata di intelligence del mondo (Stratfor) e quindi mettere alla berlina le infinite figuracce fatte dalla Cia nel corso degli ultimi decenni e delle guerre americane ,che sono state spalmate durante questi anni, magari gli hanno procurato anche un certo piacere personale.

Non dimentichiamoci però che gli americani ,a differenza di noi europei e ancora di più di noi italiani, sono , non per amore di retorica, ma perché lo sono proprio nel loro animo e nella loro cultura, e quindi se da una parte Friedman mette alla berlina la Cia, dall’altra rimane rigidissimo nel delineare e difendere la strategia globale americana e la sua politica di potenza, anche in questo caso senza veli e senza imbarazzi di sorta.

Ma va bene così.

Perchè ,se si vuole capire qualcosa della storia nella quale siamo inseriti, volenti o nolenti, le recenti vicende ucraine credo che ce lo insegnano, occorre individuare e buttare alle ortiche i paraocchi dei nostri pregiudizi e giudizi stereotipati, anche se li vediamo largamente condivisi.

Perchè la geopolitica ce l’ha insegnato : le cose funzionano in un altro modo.

Tanto per fare un esempio, se vogliamo cercare di capire com’è la situazione sul campo in un dato momento, durante una guerra guerreggiata, non ci sono di nessuna utilità i giudizi o pregiudizi etici -ideologici.

Quello che ci serve è qualsiasi cosa per leggere la realtà com’è.

Ecco a cosa serve la geopolitica.

Abbiamo capito che parla un linguaggio crudo e antico.

Infatti parla apertamente di politica di potenza, di imperi, di egemonia, di eserciti,flotte, armamenti e non di diritti umani, democrazia eccetera e questo ci destabilizza.

Non ne parla, non perché i suoi analisti sono persone insensibili o peggio amorali, ma semplicemente perché si occupano di altro.

Il giudizio etico verrà dopo, ma è un’altra cosa.

Tutto questo per dire, che ,se volete apprendere come sono andate le guerre americane degli ultimi decenni (a partire dall’11 settembre 2001) nella realtà, dovete assolutamente leggere questo libro.

Scoprirete, con molto sconcerto, che una cosa è la realtà, una cosa, quasi sempre molto diversa, è la narrazione, che di questa realtà viene fatta dai governi interessati

Narrazione ,che i media propinano a guerra in corso, anche perché, scoprirete sempre leggendo il libro, che manipolare mediaticamente la realtà e l’opinione pubblica è ,e lo è da sempre, non solo nei tempi moderni, parte delle tecniche della guerra medesima, allo stesso modo come lo sono gli armamenti.

Veniamo al dunque ,in modo che il lettore capisca perché un libro come questo è importante che venga letto.

Tutti ,o almeno, gran parte di noi, siamo stati testimoni in diretta degli avvenimenti dell’11 settembre 2001, quando un commando di Al Quaida (del quale ,tra parentesi, Friedman ammira e loda la preparazione e l’efficienza professionale) ha quasi contemporaneamente dirottato ben quattro aerei civili ,delle maggiori dimensioni, per usarli come bombe, due contro le Twin Towers del World Trade Center a New York, uno contro il Pentagono e l’ultimo contro un obiettivo rimasto ignoto ,che non ha potuto portare a termine la missione, per una sopravvenuta serie di contrattempi, che hanno consentito ai passeggeri di rivoltarsi, senza potere però impedire che il loro aereo precipitasse in Pennsylvania.

Ebbene, da quasi subito si è appreso che la provenienza degli attentatori suicidi era senza ombra di dubbio nella grande maggioranza l’Arabia Saudita.

Ed allora perché ,sempre noi ci siamo chiesti , per quale strana ragione il Presidente W Bush ha deciso di rispondere alla prima minaccia della storia nei tempi moderni alla “homland” ,al suolo della madrepatria americana, andando a invadere prima l’Afganistan e poi l’Iraq ,invece che l’Arabia Sudita ?

Nelle nostre elucubrazioni da bar, devo confessare che, per lo più ci siamo detti : eh, si è ovvio, la famiglia del presidente è notoriamente in affari col petrolio e quindi come farebbe ad andare a bombardare i propri interessi?

Apparentemente la cosa sembrava verosimile, anche perché e lo vedremo bene dal libro, l’amministrazione di W.Bush è stata tutt’altro che brillante nel mostrare al pubblico quali erano, a suo avviso, le cause e le ragioni della guerra in Afganistan prima e in Iraq dopo.

E, detto fra di noi,ma sempre tra parentesi, per delle guerre che sono sempre costate migliaia di vittime ,alle forze armate americane, sarebbe valso la pena di spiegare decentemente e il più convincentemente possibile, ai parenti di quelle vittime, perché mai i loro cari erano andati a morire in Afganistan e in Iraq.

Ma andiamo avanti.

Ecco che a questo punto della narrazione, Friedman toglie i veli e ci mostra la realtà vera, che, come sospettavamo, non c’entra proprio nulla con l’andare a esportare la democrazia e i diritti umani.

Si trattava semplicemente di studiare una reazione che contribuisse a ristabilire la consapevolezza nel mondo della potenza americana come egemone globale.

L’America sapeva benissimo che dietro AlQuaida c’era prima di tutto il Wahabismo saudita, ma sapeva anche che un attacco diretto all’Arabia Saudita avrebbe causato più danni che vantaggi.

E’ ovvio che gli americani stessi hanno fatto immediatamente due più due.

Il commando che aveva ferito in modo così grave la posizione nel mondo dell’America era di provenienza saudita e la sua azione era in perfetta sintonia con l’ortodossia ultra fondamentalista Wahabita, praticata in Arabia Saudita e difesa con la spada dai regnanti, perché da loro usata come efficace “instrumentum regni”.

Gli Americani si resero conto, che attaccare i sauditi direttamente, avrebbe significato prima di tutto deporre la famiglia reale ,che in passato aveva dimostrato fedeltà agli Usa, da ultimo in ordine di tempo permettendo addirittura agli Americani stessi di insediarsi nel suo territorio, per costruirvi basi militari di molto grandi dimensioni per aiutarli a sconfiggere quel Saddam che aveva invaso il Kwait.

Facendo ciò i regnanti sauditi hanno rischiato grosso, perché il clero wahabita aveva fortemente contrastato “l’invasione” del regno, che custodisce i luoghi santi dell’Islam, da parte dei “Crociati” infedeli.

E poi quali e quante grane avrebbe dovuto affrontare l’America, se avesse invaso l’Arabia Saudita ,pensando che poi avrebbe avuto la responsabilità diretta di gestire quel paese dalle mille tribù, delle quali negli Usa si sapeva ben poco.

E l’aspetto economico, non era certo secondario, dato che un attacco diretto ai sauditi, avrebbe significato causare uno shock petrolifero colossale ,con conseguenze disastrose sull’economia mondiale.

Poi gli Usa avevano la prova, che la monarchia saudita non aveva una responsabilità diretta nel sostenere Al Quaida ,nel senso che a finanziarla, non era direttamente la famiglia reale, ma erano singoli facoltosi cittadini, che facevano collette, tramite organizzazioni ,ong e charity wahabite.

L’interesse strategico dell’America era di mantenere la stabilità del Medio Oriente, perché questo garantiva l’egemonia americana nella regione.

E quindi a Washington si decise che quel finanziamento saudita ad Al Quaida doveva essere troncato al più presto, ma minacciando i Sauditi senza invaderli.

Cioè occorreva mettere in atto una prova di forza al più presto, tanto più che nel paese si diffondeva il sacro terrore di essere indifesi di fronte a possibili ulteriori azioni di commandos, magari ancora più invasive di quella dell’11 settembre, perché avrebbero potuto fare uso di bombe nucleari sporche o di armi chimiche.

Per realizzare questa strategia risultava essenziale mantenere al potere dell’Arabia Saudita la famiglia regnante, insediata al potere dagli Inglesi ,ed ereditata come “cliens” dagli americani, ma costringendola a combattere Al Quaida in modo concreto.

Ecco perché si scelse come obiettivo l’Afganistan ,che aveva al governo i Talebani, anche loro islamici molto vicini al fondamentalismo estremo dei wahabiti e che dava rifugio a Osama Bin Laden, l’organizzatore del commando dell’11 settembre.

Non vado oltre nel libro troverete i dettagli anche di tecnica militare estremamente interessanti di quelle guerre.












giovedì 28 ottobre 2021

Telmo Pievani : Creazione senza Dio – Einaudi – recensione

 



 



L’autore è un accademico professore di Filosofia delle Scienze Biologiche all’Università di Padova, ma è sopratutto un ottimo divulgatore della legge dell’evoluzione al punto da essere riuscito a scrivere alcuni libri sotto forma di album illustrati dedicati esplicitamente ai bambini che hanno avuto un meritato successo.

E’ Presidente della Società Italiana di Biologia Evolutiva e questo titolo probabilmente chiarisce meglio la sostanza del suo lavoro scientifico.

D’accordo è anche epistemologo per usare un termine tradizionale, ma immagino che se dovesse scegliere fra definirsi filosofo o scienziato opterebbe con tutta probabilità per il secondo termine.

Le Università chiaramente non riescono ancora a trovare definizioni accettabili per materie che sono per natura pluri-disciplinari.

Nessuno si è speso come lui in Italia per definire e spiegare la legge dell’evoluzione da Darwin in poi.

Nessuno come lui ha saputo essere tanto efficace come polemista per smontare le argomentazioni dei vari teo-con , atei devoti, personaggi in vesti prelatizie,ed anche uomini di scienza incapaci di

scrollarsi di dosso pregiudizi anti-scientifici indimostrabili.

Pievani però non è affatto della scuola degli Odifreddi o dei Dawkins che maltrattano i loro interlocutori credenti trattandoli con ironia e con sarcasmo.

Anzi tiene a dimostrare rispetto per chi vuole avere un fede religiosa pur essendo magari un uomo di scienza.

Purchè non si facciano giochetti per far passare come scienza quello che è solo, teologia ,filosofia o semplicemente pregiudizio ideologico.

La prima parte del libro è la migliore descrizione delle leggi dell’evoluzione che abbia mai trovato perché ha il grandissimo pregio di essere argomentata quasi leggendo alcuni passi fondamentali dei taccuini di appunti che Charles Darwin ci ha lasciato.

Nelle specie si hanno mutazioni casuali dovute a errori di riproduzione che intervengono su tempi estremamente lunghi subendo nel frattempo l’influenza dell’ambiente che salva solamente i soggetti che meglio riescono ad adattarsi.

Che riesce a farci capire cos’è l’evoluzione è la miriade di imperfezioni che gli organi del nostro corpo si portano dietro.

Noi siamo il risultati di una serie di imperfezioni che hanno avuto successo dice Pievani.

Sui tempi lunghi delle ere geologiche siamo arrivati anche noi Sapiens 200.000 anni fa derivando da ominidi e da primati con i quali infatti (scimpanzè) condividiamo il 99% del DNA.

Siamo figli del caso e della lotta per sopravvivere adattandoci al meglio all’ambiente circostante, cioè siamo figli di una parte che abbiamo ereditato ma abbiamo anche una parte che ci abbiamo messo noi usando di tutte le nostre capacità.

E quindi sappiamo spiegare benissimo chi siamo e da dove veniamo usando le leggi dell’evoluzione naturale.

Punto.

C’è bisogno di tirare in ballo un Dio creatore?

Per fare che cosa, se sappiamo già come è nato e come si è evoluto l’universo noi compresi?

Temo che i più di noi siano convinti che i Papi e i preti abbiano tirato in ballo la teoria dell’Intelligent Design per confutare le leggi dell’evoluzione semplicemente perché consideravano insopportabile l’idea che l’uomo presunta creatura su immagine di Dio discenda dalle scimmie e sia anche lui almeno parzialmente un animale.

Darwin ha impostato le sue scoperte negli anni 30 dell’ 800, ma l’opera principale l’”Origine delle Specie “ è uscita nel 1859, cioè la pubblicazione è stata volutamente dilazionata nel tempo proprio perché l’autore si era reso perfettamente conto di avere elaborato una rivoluzione copernicana nelle conoscenze umane.

Regnava Papa Pio IX quello del Sillabo contro le idee liberali e quindi di fatto contro tutti quelli che poi furono elencati e definiti come diritti umani.

Andare a dire a un Papa di quell’universo culturale che lui stesso non era stato creato da nessun Dio ma che discendeva dai gorilla era veramente un colpo da ko.

Ma anche i prelati della Chiesa Anglicana alla quale apparteneva la famiglia Darwin non erano da meno.

Da allora sì gli argomenti contrari erano esclusivamente teologici contestavano la non creazione, ma erano chiaramente influenzati alla reazione emotiva verso l’idea inaccettabile dell’eredità scimmiesca.

Poi col passare degli anni e col fatto che la teoria dell’evoluzione passava appunto dal rango di teoria a quello di legge biologica universalmente accettata dalla scienza la reazione ha tentato di spostarsi su argomenti meno diretti , più subdoli e formalmente più elaborati.

Dal vecchio argomento antropologico risalente ai tentativi di dimostrazioni dell’esistenza di dio elaborati da San Tommaso si assemblò la teoria dell’Intelligent Design, di scuola sopratutto Nord Americana.

Non è molto originale : se vediamo un orologio ci viene subito da pensare che quello esiste perché prima c’è stato un orologiaio che l’ha ideato e che l’ha costruito, analogamente se ammiriamo la complessità del creato “deve” esistere una mente intelligente che l’ha ideato e che l’ha costruito.

Questa la sostanza dell’argomentazione anche se poi l’originale è stato rielaborato in una lunga serie di varianti.

Mi ha sorpreso il fatto che Telmo Pievani conceda molto più spazio di quello che immaginavo all’elencazione delle dottrine ID che sinceramente non mi sembra meritino tanta attenzione data la modestia dei loro assunti logici.

E’ vero però che incredibilmente queste teorie abbiano tuttora un largo pubblico sopratutto negli Usa.

Inviterei però il lettore a chiedersi perché argomenti che sul piano dell’argomentazione logica non stanno in piedi si trovino ad avere un largo seguito magari tenendo presente quanto esposto nel libro che su questo Blog è stato recensito il 18 ottobre scorso ,quello dell’editorialista del quotididiano cattolico francese La Croix Nicolas Senèze intitolato “lo scisma americano.Come l’America vuole cambiare il Papa” .

Libro nel quale con dovizia di particolari si documenta il fatto che in America dietro al tradizionalismo religioso più fanatico dove si trovano le posizioni dogmatiche più oscurantiste la teologia di fatto è solo la foglia di fico che molto munifici tycoon dell’industria e della finanza usano e strumentalizzano per costringere il pubblico ad associarli a quello che a loro interessa veramente e cioè al dogma liberista del libero mercato per farne un unicum, venduto in modo indivisibile come il pacchetto dei “valori americani”.

Dietro ai movimenti pro life, ai family day ,all’avversione verso la teoria gender eccetera ci sono sicuramente parecchi credenti in perfetta buona fede, che si vedono, ma ci sono anche un sacco di soldi che non si vedono.

Soldi per pagare media e lobby, e il gioco è fatto.

Certo che questo tipo di riflessioni non fa parte del bagaglio che autori come Telmo Pievani usano perché esula dal loro mestiere, ma è opportuno che se ne faccia cenno perché il lettore possa avere più frecce al proprio arco per comprendere meglio.

Pievani conserva un atteggiamento molto corretto e rispettoso nel riguardo dei credenti.

In sostanza la sua posizione è questa : le leggi dell’evoluzione ormai provate e accettate senza condizioni dalla comunità scientifica spiegano perfettamente cosa siamo e da dove veniamo per via naturale, senza alcuna necessità di ricorrere ai miti religiosi della creazione.

Di conseguenza il ricorso ai miti religiosi e quindi all’ID è del tutto superfluo.

Ma se ci sono persone che ritengono di voler credere ai miti delle religioni organizzate perché reputano che così facendo possono trovare conforto al “mestiere di vivere”, nessun problema.

La scienza non è fatta per dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di Dio.

A patto però che la religione non pretenda di sottomettere la scienza ai suoi miti ove si manifestassero punti di contrasto.

Pievani non nasconde il fatto che la quasi totalità del mondo scientifico non è costituita da credenti nelle religioni organizzate, ma questo non significa che ci sia una preclusione.

La scienza è strumento di conoscenza, la religione organizzata è strumento di consolazione, di conseguenza può esistere lo scienziato credente, ma la religione non può pretendere di essere strumento di conoscenza.

Così come lo scienziato può coltivare una sua spiritualità al di fuori delle religioni organizzate.

Quando la religione pretende di uscire dai binari ponendosi arbitrariamente come strumento di conoscenza come quando propone una delle varianti neo-creazioniste ,inevitabilmente va a sbattere contro muri logici invalicabili.

Qualche piccolo esempio.

Ma perché mai un eventuale creatore avrebbe dovuto o voluto essere così poco efficiente creando delle forme superflue ed eccessivamente ridondanti?

Peggio ancora se si va a riflettere sulle imperfezioni del presunto “artefatto” del creatore.

Collide in modo insuperabile il concetto di un dio immagine della perfezione con realtà imperfette, errate non funzionali, irrazionalmente complesse.

Un creatore pasticcione e con le idee confuse?

Non parliamo della natura matrigna e orribilmente crudele creata da un dio supposto per definizione come bene supremo, che ci vorrebbe bene?

L’argomento della teodicea è un muro insuperabile.









venerdì 24 maggio 2013

La Chiesa è da intendersi come madre o come semplice mezzo? Grande Don Gallo. Ma se fosse riuscito a fare un passo oltre………




Se ne è andato a 84 anni uno dei più noti “preti da strada” italiani.
Nato sotto il cupo e trionfalistico pontificato tradizionalista di Pio XII, ha avuto almeno la soddisfazione di morire regnante quel papa Francesco, che ha cominciato ad aprire le finestre del Vaticano chiuse da decenni.
Ha iniziato la sua missione come un giovane pretino salesiano, lavorando nel riformatorio di Genova.
Dopo qualche anno i suoi metodi non furono apprezzati e fu allontanato.
Uscì dall’ordine salesiano.
L’uomo era attratto ovviamente dalla “cultura del fare” tipica dei figli di Don Bosco, ma non era certo tipo da digerire lo stile da caserma allora vigente.
Trovò poi la sua strada dedicandosi agli ultimi, che in una città come Genova  certo non mancavano.
Figuriamoci quali potevano essere i suoi rapporti con arcivescovi come l’ultraconservatore Siri, incattivito dal fatto di essere uscito cardinale da un conclave nel quale era entrato come papa (quello che ha eletto Giovanni XXIII) e di avere poi dovuto subire un Concilio, il Vaticano secondo, del quale non condivideva nulla.
Non meglio è andata con i suoi successori Tettamanzi e peggio ancora con i salesiano- politicante Bertone.
Poi con lo stile democristiano di Bagnasco invece ci vivacchiava.
Dotato di una grande carica umana, un carattere estroverso, un naturale carisma, nel giro degli anni la comunità di San Benedetto al porto è riuscito a farla diventare un punto di riferimento.
Colto quanto basta, non è mai stato un intellettuale.
Come la gran parte di questi preti d’azione e di trincea, la teologia per lui non era di alcun aiuto, semmai era un peso morto.
Inutile negarlo, con quel suo cappellaccio in testa, sciarpa rossa o arcobaleno, sigaro spento in bocca, era anche un personaggio facile preda dei conservatori di tutti i colori, che lo accusavano di narcisismo.
Ma i problemi veri cominciavano quando apriva la bocca.
Quando diceva di sentirsi sacerdote perché era convinto che Dio è antifascista, tirava un colpo che gli alienava subito la simpatia di metà degli italiani.
E così quando non si sottraeva, ma anzi prendeva la guida di cortei, manifestazioni, raduni di piazza pacifisti, ambientalisti, operai, eccetera, tirava un altro colpo alla categoria dell’Italia borghese, delle varie maggioranze silenziose, che concepiscono il proprio salotto come il maggior grado di partecipazione politica del quale sono capaci.
Appunto la politica.
Un prete che fa politica, per il farisaismo nazionale, se gli ideali politici che professa sono di sinistra, è considerato un sacrilego, ed è invece considerato una illuminata guida spirituale se le idee che pratica sono di destra o reazionarie.
Questo è quello che pensa gran parte degli italiani, anche se non è disposta a riconoscerlo.
A Don Gallo però non dispiaceva di essere diventato un personaggio pubblico, come non gli dispiaceva tirare le botte, che tirava, per prendere posizioni nette e senza diplomazia sui problemi politici e sociali.
Ma tutto questo gli serviva per tenere in piedi e fare crescere la sua comunità.
Se non fosse diventato a suo modo una celebrità, i suoi superiori   e i personaggi ai quali stava sulle scatole glì sarebbero passati sopra con lo schiacciasassi e allora addio comunità.
Ricordati i tratti del personaggio,  veniamo ora alle considerazioni di fondo, che più mi stanno a cuore.
Prima di tutto questa.
I preti da strada sono espressione di una stretta minoranza all’interno della Chiesa cattolica.
Se si facesse un sondaggio di opinione di questo tenore: ritiene che sia più autentico e vicino all’insegnamento di Gesù di Nazareth l’agire del tuo vescovo, parroco, curato, frate o suora, che conosci o quello dei vari Don Ciotti, Colmegna, Gallo eccetera e dei missionari in Africa?
Non ho dubbio che la quasi totalità risponderebbe a favore dei preti da strada e dei missionari.
E ci vuole poco.
Nonostante la diffusa impreparazione in materia religiosa degli italiani quattro idee sul messaggio evangelico ce le abbiamo tutti e se si fa la comparazione, 2 + 2 fa quattro per tutti allo stesso modo.
Questo mi pare evidente.
Ma se pensiamo che, come attestano gli studi di sociologia religiosa, il numero dei cattolici praticanti in Italia è in costante discesa e nelle grandi città è sceso intorno a una preoccupante 5%.
E che anche questo cattolicesimo residuale è più definibile come “religione civile”, per solennizzare le tappe della vita con i così detti “riti di passaggio” (battesimo, cresima, matrimonio, rito funebre) che non una religione vera e propria, nel senso di ricerca di un rapporto personale con Dio.
E che anche questi riti di passaggio tendono abbastanza rapidamente a lasciare il posto ai corrispondenti laici, tanto che nei matrimoni quelli civili sopravanzano ormai quelli religiosi.
Allora ci viene allora da chiederci come mai, di fronte a una crisi così clamorosa, la Chiesa  non fa nulla per cambiare, avvicinandosi all’agire e alle idee di questi preti da strada o dei missionari?
E va avanti invece con il solito tran tran, come se fossimo ancora secoli indietro, quando nella società prevaleva incontrastato un pensiero unico approvato dalla Chiesa?
In questa situazione, pur nutrendo personalmente una grandissima stima per questi preti da combattimento, sento anche un forte disagio nei loro confronti, avverto una ambiguità in questo loro coraggio forte, ma forse non sufficiente se non sa andare oltre a questa chiesa, che non è più credibile.
Mi chiedo cioè : non è che questi coraggiosi, che si dannano l’anima per una vita, senza che nessuno della gerarchia e del popolo cristiano ufficiale si degni di ringraziarli, di fatto con la loro azione autenticamente evangelica siano loro che tengono in piedi questa chiesa, ormai non più credibile come agenzia morale?
E se è così, non è che di fatto questi preti coraggiosi, senza volerlo, diventano un alibi, una foglia di fico, che nasconde le vergogne altrui?
Nei commenti più favorevoli e illuminati, che ho letto ieri a ricordo di Don Gallo, compreso quello del teologo progressista Mancuso, spesso ricorre questa frase: è stato osteggiato, deriso e perfino disprezzato dalla Chiesa ufficiale, ma è sempre stato graniticamente fedele alla Chiesa, sua madre.
Siamo proprio sicuri che questo atteggiamento sia un vanto?
Ebbene questo ragionamento proprio non lo digerisco, perché sono convinto che se non si riesce ad andare oltre a questa mentalità, il cattolicesimo non potrà avere un avvenire, ma finirà per deperire progressivamente fino ad arrivare all’irrilevanza completa.
Capisco benissimo la posizione personale e umana dello stesso Don Gallo, che quando, anche di recente, veniva pungolato su questi argomenti da interlocutori laici diceva: “ ma cosa volete che faccia di più, sono un vecchio prete di 84 anni, sono nato nella Chiesa e nella Chiesa morirò”.
Lo capisco umanamente, ma non condivido affatto l’argomentazione di tipo sentimentale e non razionale a favore della fedeltà a questa chiesa, per le ragioni che seguono:
1) come accennato in post precedenti, che il personaggio storico Gesù di Nazareth abbia fondato una sua chiesa è un’affermazione tutt’altro che pacifica, essendo basata su quasi nulla, come base scritturale.
La fondazione della Chiesa cattolica in realtà, sembra storicamente piu corretto, attribuirla a Paolo di  Tarso e questo però cambierebbe tutto sul piano della sua legittimità.
2)  l’argomentazione della teologia tradizionale a sostegno dell’autorità della gerarchia ecclesiastica e cioè quella della “successione apostolica ininterrotta” sta ancora meno in piedi, se affrontata sul piano dalla critica storica perché questa rivela che vi sono  personaggi, soprattutto fra i primi papi, dei quali è molto incerta addirittura l’esistenza, e poi c’è una serie successiva nella quale sono presenti diverse figure che la storia riconosce pacificamente come dei brutti ceffi.
Tutta la teologia tradizionale sulla Chiesa è fondata non su affermazioni, argomentare razionalmente, ma su ragionamenti “ab auctoritate” ( rivelazione, tradizione dogmatica ecc.) che oggi non accetta più nessuno in campo filosofico.
4)  La Chiesa definita in modo razionale è riconosciuta perfino in campo dottrinale, ma solo dopo il Vaticano II,  come  un mezzo e non come un fine, non come un valore in sé.
E allora si tratta di un mezzo lo si deve giudicare sulla base della suo funzionalità.
Cioè, se devo girare in città mi serve una cinquecento; se devo fare un viaggio lungo in autostrada ho bisogno di una cilindrata medio-alta; se devo andare in America devo prendere un aereo.
5) E’ del tutto evidente, e lo confermano gli studi di sociologia religiosa, che non c’è più una sola Chiesa monolitica, come nei secoli passati, ma che di fatto ci sono più chiese:
quella ufficiale; quelle che si sceglie a livello locale e che spesso non coincide con la parrocchia; per i più pensosi la chiesa di un religioso, scelto come guida spirituale di fiducia; quella dei preti da strada eccetera.
Gli studi di sociologia religiosa più recenti, da tempo, segnalano come diffusissima la tendenza crescente per la quale i credenti si confezionano personalmente e individualmente una religione fai-da-te, costruita sulla base di un copia e incolla, che ciascuno si assembla, incurante di ogni catechismo o dogmatico ufficiale.
6) in conseguenza delle considerazioni fatte sopra, la mentalità tradizionale, diffusissima fra i praticanti rimasti, che quella della Chiesa sia una concezione in senso sacrale- antropologica, come madre, è  una pia illusione e rappresenta un  voler  reiterare il proprio status mentale e psichico, proprio dall’infanzia, in quanto percepito come rassicurante, ma che in realtà non ha più alcun fondamento sostenibile, se non una sensazione soggettiva, che per definizione non fa testo e non dimostra nulla di obiettivo.
La “mala educazione” delle scuole di catechismo e peggio ancora dei seminari, “mala”  in quanto frutto di puro indottrinamento propagandistico, priva di qualunque spirito critico, e tanto meno di confronto con idee alternative, induce ad accettare in età adolescenziale un lavaggio del cervello, che può anche durare tutta la vita, se non lo si contrasta con un’analisi basata sulla critica razionale.
Ma il problema è che quando si fa questa operazione, si rischia di veder cadere tutto il proprio “bagaglio di fede”, proprio perché erroneamente costruito   su presupposti sbagliati, cioè su argomenti esclusivamente “ab auctoritate” come si è detto sopra (rivelazioni ,dogmatica e   argomenti razionalmente non documentabili).
La Chiesa non è sensato vederla come madre, la Chiesa è più ragionevole vederla come un mezzo, del quale ci si serve se e in quanto funziona per raggiungere un fine : il dialogo personale con dio e che quando non funziona più se ne cerca un altro.
Ammiro i preti da strada, ma non capisco proprio come mai non abbiano il coraggio di fare un passo in più, di andare oltre “questa” chiesa.
Fin dai tempi del concilio Vaticano secondo, sono rimasto personalmente convinto che la Chiesa avrebbe più probabilità di sopravvivere con soddisfazione per i suoi fedeli se  riconoscesse formalmente il pluralismo interno, che di fatto c’è di già da tempo, anche se non si vuole ammetterlo.
C’è già ed è anche istituzionalizzato almeno fin da quando si sono accettati più o meno “obtorto collo” i più svariati Movimenti.
Faccio solo un piccolo esempio: come fanno coloro che si riconoscono in un cattolicesimo evangelico tipo quello dei preti da strada ad accettare l’autorità arcivescovile di uno Scola, che vent’anni fa con Buttiglione e Formigoni faceva e fatturava corsi accelerati di politica per il Cavalier  Silvio Berlusconi e compagni di cordata?
Non dico affatto questo con spirito settario, al contrario.
Penso infatti che si debba riconoscere allo stesso modo la piena legittimità e diritto dei tradizionalisti di Cl di ritrovarsi e di esprimersi in una loro chiesa, che però non vedo cosa abbia a che fare con quella dei preti da strada, che è con tutta evidenza di altro segno.
Se ci fosse la tolleranza, che consentisse di poter usufruire di una chiesa officiata da Cl; una officiata dal preti da strada; una officiata in latino da coloro che sono rimasti a prima del Vaticano secondo, eccetera, il cattolicesimo sarebbe più forte e non più debole.
Inutile far finta che la Chiesa sia quella che nei fatti non c’è più.
Non c’è più la Chiesa, ci sono le chiese e le altre agenzie religiose e morali, comprese quelle del pensiero filosofico e scientifico laico e tutte con uguale dignità.
Il mondo è cambiato ed è cambiato molto in fretta.
Tutte queste agenzie hanno il diritto ed è buona cosa che esistano e che siano visibili nella loro diversità.
La gente deve poter andare a conoscerle per scegliere a ragion veduta e scegliere anche elementi dell’uno ed elementi dell’altro.
Cerchiamo di avere il realismo per capire, che tutto questo non fa parte di un futuro lontano o di scenari da fantascienza.
Questo è già quello che esiste oggi, solo che le istituzioni di potere cercano ferocemente di contrastarlo, preoccupate solo di auto conservarsi.
Non aiuta il cambiamento nemmeno  il nostro naturale conformismo che finge di non saperlo.
Sarebbe sciocco  lasciare deperire irrimediabilmente quelle che pur essendo ormai non più credibili sono tuttavia gli unici  punti di riferimento di un pensiero elevato per la gran parte della gente che pensa.
Per quella che non pensa, come diceva Martini,  purtroppo il problema di credere o di non credere nemmeno  si pone.




giovedì 9 maggio 2013

“il nostro fratello Giulio, assolto da ogni colpa, partecipa alla gloria di Dio”





Queste sono le parole pronunciate dall’officiante al funerale di Giulio Andreotti.
Ho l’impressione che anche un bimbetto di catechismo sia in grado di rendersi conto che in queste parole così altisonanti qualcosa non quadra proprio, tanto per cominciare, come può un prete arrogarsi il dritto di sostituirsi al giudizio di dio?
Nel caso particolare, ci sarà certo stato anche l’eccesso di entusiasmo per i potenti, che affligge in particolare la chiesa italiana e la induce così spesso a straparlare a loro favore, ma ci sono anche delle debolezze estreme nella teologia cattolica tradizionale su questa materia, per altro, così importante.

Ci sono almeno due punti di debolezza non superabili, se non ci si decide a cambiare la formulazione teologica tradizionale con qualcosa di più sensato:
Come sempre nel campo della teologia, anche in questa delicatissima materia si è avuta la presunzione di costruire nei secoli delle cattedrali teoriche sulla base di scarsissimi elementi scritturali.
Talmente scarsi nel Vecchio Testamento, che nel campo della esegesi biblica ebraica si ritiene da sempre che non sia affatto pacifico né agevole trovare nella bibbia degli argomenti, che appoggino con sicurezza la teoria della immortalità dell’anima, figuriamoci allora definire una dettagliata teoria del giudizio.
La teologia cattolica, senza disporre di niente di più, a livello scritturale nel Nuovo Testamento, se non pochi accenni indiretti (resurrezione di Lazzaro, scambio di parole col buon ladrone) si è lanciata nella definizione di un giudizio “particolare” al momento della morte, sostenendo che, subito dopo la dipartita, l’anima riceverebbe la ricompensa, la dannazione o l’avvio in un percorso di purificazione (Catechismo della Chiesa Cattolica canone 1021 e seg.-1030 e seg.- 1035 e seg. “dopo la morte discendono immediatamente negli inferi”).
Quindi il buon prete, sincero e probabile incauto ammiratore di Andreotti l’ha sparata grossa affermando addirittura : “partecipa alla gloria di dio”, sul piano del giudizio storico, ma forse non altrettanto sul piano teologico, dove sull’argomento ci si scontra contro definizioni inverosimili, incoerenti e in contrasto fra di loro.
Se prendiamo per buona la definizione dottrinale del “giudizio particolare”, sorge questo primo bel problemino :

1- se il sacerdote X assolve e comunica il fedele Y e questo passa a miglior vita, dio è tenuto ad aprirgli le porte del paradiso nel giudizio particolare?
Il canone 1470 del medesimo Catechismo parla direttamente del sacramento della confessione come “anticipo del giudizio divino”.
Se fosse così, già il “giudizio particolare” sarebbe una formalità umiliante per la dignità di dio, perché in contrasto con qualsiasi definizione dei suoi attributi.
Oppure, al contrario, c’è da ritenere, che al momento del giudizio particolare, salti la legittimazione della mediazione sacerdotale (anche questa tutta basata su costruzioni teologiche debordanti,  appoggiate su debolissime  pezze d’appoggio scritturali), e che quindi , seguendo la massima del diritto romano elementare “ubi maior, minor cessat” , ci si dovrebbe rimette, come vorrebbe il buon senso, al giudizio di dio, che ovviamente potrebbe essere in contrasto a quello sacerdotale.
Se non è così, per difendere il potere della chiesa, occorrerebbe che dio avesse la bontà di emettere ogni volta un giudizio non in contrasto con quello del suo mediatore, per evitare che la teoria della delega di mediazione porti a esiti paradossali, se non illogici come questo.
Per la teologia cattolica tradizionale non è un problema teorico di poco conto, perché se si ammettesse che dio, essendo l’essere perfettissimo, come definito da tutti i catechismi, per sua natura sarebbe ovviamente in grado di vedere anche quello che il sacerdote non ha visto, e quindi di dare un giudizio anche in pieno contrasto con quello del sacerdote.
Ma questa è una via non percorribile perché se la si percorresse  si darebbe un colpo mortale alla credibilità di tutta la teoria della mediazione-delega  sacerdotale, che definisce il ruolo del sacerdote  come titolare di “esercizio dei sacri misteri”, in nome di dio.
Non sviluppo ora questo aspetto per ragioni si spazio, basti dire però che le definizioni teologiche in materia fanno largo ricorso ai concetti di spirito e di mistero e sono invece molto caute nei dettagli.
Come è noto non esiste alcun fondamento scritturale sicuro su presunte deleghe e mediazioni affidate da dio a una classe sacerdotale, mentre al contrario, dal N.T. si evince un atteggiamento molto critico del Cristo sulla casta sacerdotale del suo tempo.
La stessa istituzione della chiesa, se si usano i criteri correnti più elementari di esegesi (presenza dell’affermazione in più evangelisti, affermazione ripetuta o concetto ripreso o meglio sviluppato in altri passi, sua concordanza con l’insieme del messaggio evangelico, sua consistenza logica, presenza nelle fonti più antiche ecc.) ha un fondamento debole, figuriamoci quindi ricercare il fondamento nel dettaglio dei singoli presunti poteri delegati.  

2- Come sappiamo la teologia cattolica tradizionale non si è limitata a definire il “giudizio particolare”, con  gli esiti, sopra descritti, ma, in ossequio ad altri passi scritturali, è stata costretta a definire anche l’esistenza di un successivo “giudizio definitivo”, al ritorno di Cristo, nel giudizio finale (quello dipinto da Michelangelo, per intenderci, Canone 1038 e seg.).
Nasce così un pasticcio imbarazzante, nel quale si avvita una teologia arrogante, che troppo spesso non va d’accordo con la logica.
Ed allora, se come abbiamo visto, il “giudizio particolare” rischia di apparire come una pura formalità, se il fedele e il sacerdote hanno fatto quanto prescritto, figuriamoci la consistenza del “giudizio finale”, che appare ridotto a pura ridondante scenografia.
Ricordo che il mio, pur quotato, insegnante di religione del liceo, per cercare di arrabattarsi fra queste contraddizioni ci ripetè l’ escamotage proposto dalla teologia tradizionale, che consiste in questo argomento debolissimo : che il giudizio finale sarebbe necessario alla fine dei tempi per valutare le conseguenze delle azioni avvenute nel frattempo (fra il giudizio particolare e quello finale) e fece l’esempio delle presunte nefandezze, operate da Lutero, che potrebbero essere viste solo alla fine dei tempi, per essere valutate in tutte le loro conseguenze.
Argomento debolissimo, perché ridurrebbe l’autore del “giudizio particolare” a uno che o non sa cosa sta facendo o che non ha abbastanza autorità per farlo.
Dal momento che il cristianesimo si definisce fino alla noia un monoteismo è lecito per lo meno ipotizzare o definire che il dio che opera il giudizio particolare sia il medesimo attore di quello finale, di dio ce n’è uno solo.
Si possono scrivere dei trattati¸ come si sono scritti, per elencare gli attributi di dio, ma è assolutamente pacifico che dio è universalmente concepito come una entità che conosce il futuro, essendo definito come onnisciente.
Se invece si ipotizzasse il giudizio finale come un vero giudizio e quindi con possibilità di ribaltare la mediazione sacerdotale nella confessione e poi quello particolare, si finirebbe ancor peggio, da un punto di vista logico.
Ci troviamo quindi di fronte alla incongruità della formulazione di un giudizio addirittura a tre livelli : quello del sacerdote come mediatore o delegato che interviene col sacramento della penitenza, quello particolare e quello finale.
Non se ne esce, o si ipotizza solo la possibilità di tre giudizi uniformi, cioè identici, ed allora tutta la costruzione dei tre livelli di giudizio sarebbe inconsistente, insensata, oppure si ipotizza la possibilità di tre giudizi veri e propri e quindi con la potestà di cassare ognuna delle sentenze precedenti, ma allora il sistema a tre livelli ridicolizzerebbe addirittura la dignità di dio, perché sarebbe come riconoscere che lo stesso dio si era sbagliato in uno dei due giudizi precedenti e questa evidentemente sarebbe una insensatezza.
E’ sconcertante rilevare come la teologia tradizionale offra argomenti così poveri in materie di questo spessore e importanza per i fedeli.
E’ facile dire che allora occorre mettere mano a nuove formulazioni della teologia cattolica, ma il compito è parecchio difficile.
Perché per secoli si è prodotto nulla, tutto va ripensato su nuove basi.
E’ talmente radicale la revisione che occorrerebbe fare in questo campo, che è il caso di chiedersi se ne varrebbe la pena o se non sia più produttivo lasciare perdere la teologia e rivolgersi più sensatamente alla filosofia.
Non è un caso che la storia del cristianesimo sia attraversata da secoli dal filone della mistica, cioè da coloro che hanno sempre inteso che il rapporto con dio debba essere diretto , senza mediazioni né sacerdotali né teologiche.
E’ inutile ricordare che una corposa fila di mistici è stata posta all’onore degli altari, anche se probabilmente i fedeli non pratici di teologia non colgono il grave imbarazzo della chiesa gerarchica per queste riconoscimenti.
Le più recenti correnti teologiche sono spesso arrivate alla conclusione che tutta la teologia vada riscritta non solo perché andrebbe orientata non più sul principio di autorità ma sulla ricerca filosofica, sul confronto con le acquisizioni della scienza e così via.
Ma soprattutto hanno sottolineato, che, se si parte dalla concezione di dio come spirito e non dalla concezione infantile antropomorfa del vecchio con la barba, occorre superare la visione tradizionale di un dio persona e avvicinarsi invece alla visione delle filosofie e religioni orientali, molto più antiche del cristianesimo, basate appunto su una concezione di dio come  impersonale.
Se si pensa a questi orizzonti, la vedo dura per i pochi fedeli rimasti, che stando alle indagini in materia sono sopravvissuti perché si sono assemblati una loro teologia personale e quindi sono impermeabili alle mille incongruenze della teologia tradizionale.
Non è un caso che le agenzie religiose, che oggi hanno maggior successo e sviluppo nel mondo , cioè quelle evangeliche, si presentino senza riferimenti dogmatici- teologici, ma accentuando gli aspetti esistenziali di esperienza.
Nelle loro celebrazioni cercano l’effetto della seduta psicanalitica, la liberazione dell’inconscio.
Al di là degli aspetti esteriori a volte folcloristici o dello sfruttamento anche economico a volte operato da furbastri pastori (come è sempre accaduto del resto, anche in casa cattolica) non è detto, che queste tendenze non seguano delle linee, che meriterebbero un serio approfondimento, cioè che non siano più vicini loro a una  proposta del rapporto con dio adatto all’uomo moderno ,che non quello delle agenzie tradizionali, forse ormai decotte.
E i fedeli?
Mi sembra che la cosa funzioni come in politica, se si documentassero un po di più, si accorgerebbero che oggi sono più liberi ed hanno più opzioni, che anni fa nemmeno si sognavano.
Con un po’ di pregiudizi in meno e molti strumenti in più vivrebbero meglio, o almeno questo è il mio parere personale.