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mercoledì 31 luglio 2024

Domino Rivista sul mondo che cambia n.7/2024. La notte dell’Occidente. Fragili e anziani gli europei sono aggrappati all’unico Occidente ancora della storia. Quell’America profonda che ci odia – recensione

 





Ci vuole del coraggio e delle convinzioni granitiche per dare alle stampe un volume esplicitamente dedicato alla crisi esistenziale dell’Occidente, perché per farlo ,bisogna rifarsi alla quintessenza della geopolitica ,umana , aggiungerebbe Fabbri.

Quintessenza della geopolitica che impone l’uso di parametri, che contraddicono in modo netto quelli in uso, praticamente sulla totalità dei media.

Gli analisti di geopolitica si sono guadagnato il loro spazio, anche presso programmi televisivi, e quindi sono discretamente conosciuti, ma sono ,purtroppo, portatori di un punto di vista ancora di nicchia.

La cosa è difficile da comprendere se si pensa che Limes, la rivista di geopolitica più nota, ha compiuto la bellezza di 31 anni ed è divenuta una realtà moto solida, affiancata dalla Scuola di Limes, da eventi annuali, sempre molto seguiti, e dalla presenza sui media, ma sopratutto su Youtube, nonché con un sito ben fatto, suddiviso in rubriche.

La neonata Domino è nei suoi due anni e mezzo, che non sono affatto pochi, stante il fatto ,appena rilevato ,che suona campane dal suono sconosciuto e piuttosto non gradito dai media generalisti.

Però è un fatto che la gente compra sempre meno giornali e invece continua a comprare Limes e Domino, cioè non premia affatto il pensiero unico mainstream ,avversato e superato dalle due riviste di geopolitica.

Domino ha fatto la sua scuola e lo stesso Fabbri si divide presenziando in molteplici conferenze, poi riportate da Youtube.

Ottimo lavoro ,che dovrà pure produrre degli effetti sul mondo dei media della carta stampata, delle tv e dei media.

Purtroppo il conformismo e l’autocensura nei riguardi del potere, di qualunque colore esso sia, non è affatto un punto debole solo italiano, ma è la regola in tutto il nostro Occidente.

Occidente che è in crisi identitario-esistenziale, perché conta sempre meno nel mondo , si accorge di questo, e ne rimane sconvolto.

Ho sentito proprio Fabbri, in numerose conversazioni ,ricordare il fatto che è diventato un po iconico a questo proposito e cioè la narrazione del prode marine americano ,che si trova a combattere a Bagdad nella guerra di Bush ,contro il terrorismo” ,ed è assolutamente convinto di fare la cosa giusta ,che però per essere giusta presuppone che gli iracheni si sentano tiranneggiati dal bieco Saddam , vogliano avere l’occasione di aderire ai valori dell’Occidente, conquistando la democrazia e quindi acccolgano come liberatori i soldati americani.

Cosa che non è successa affatto, tanto che il famoso monumento al dittatore, hanno dovuto abbatterselo i marines medesimi,usando un carro armato come bulldozer, pare ,senza il minimo aiuto dei locali tutt’altro che impegnati ad applaudire.

Non è stata una buona idea quella di tentare di esportare la democrazia, perché era basata su un presupposto errato.

Che in sostanza era questo : noi rappresentiamo il punto più alto della civilizzazione e quindi siamo investiti della missione di allargare al mondo intero i nostri valori e le nostre conquiste.

L’errore, abbastanza madornale, sta nel fatto che nessuno si è preoccupato di andare a chiedere al resto del mondo ,se era vero, che morissero dalla voglia di diventare come noi.

Errore che poteva manifestarsi solo per il fatto che sempre nessuno si era preoccupato di studiare preventivamente e seriamente il modo di pensare del resto del mondo.

L’arroganza che ne è derivata, ricordava quindi un po troppo da vicino i medesimi errori commessi ai tempi degli imperi coloniali ,basati sui falsi concetti di supremazia di una civiltà sulle altre se non proprio di banale razzismo.

E questo forse era comprensibile sull’onda dell’euforia seguita alla caduta dell’Urss e del comunismo ,che portò il famoso Fukuama a straparlare di fine della storia ,ipotizzando l’avvento di un mondo globale, unipolare, sotto il solo impero degli Usa.

Ma era appunto un modo di straparlare ,che non faceva i conti con la geografia e con la storia ,in base alle quali, risulta che l’Occidente, se pure allora vincente, rappresentava una ristretta minoranza del mondo, che al massimo poteva arrivare a 1/8.

La rimanente, schiacciante maggioranza, ha sua storia, suoi valori, sua etno- cultura, macinata e costruita nei secoli, esattamente come i nostri , ma solo diversi dai nostri e spesso molto diversi.

E sopratutto il resto del mondo è assodato che non smania affatto di copiarci e di diventare come noi, che ovviamente non siamo visti come il meglio del meglio.

Anzi! Se pensavamo che avessero archiviato il colonialismo come un piccolo incidente di percorse, ci sbagliamo di grosso.

Se oggi la Cina può aspirare ad acquisire una sua egemonia ,in concorrenza con quella americana, è proprio perché, di fronte al resto del mondo ,può dire che loro non hanno mai colonizzato nessuno e che per questo, non hanno intenzione di cominciare a farlo in ritardo.

Spero di aver colto alcuno dei punti fondamentali dell’analisi di questo numero di Domino, altamente interessante, come i precedenti.



mercoledì 24 luglio 2024

Limes Rivista italiana di geopolitica n 6/2024 Germania senza qualità. Viaggio nel paese più spesato d’Europa. Il Modell Deutschland divora sé stesso. Le Germanie che non si amano restano due – recensione

 




Se c’è un paese del quale non possiamo fregarcene questo è la Germania, per ragioni storiche antiche ( il confine fra Ovest ed Est all’Elba risale a Cesare) e moderne (abbiamo perso la guerra insieme e abbiamo gareggiato nella ricostruzione).

Siamo concorrenti nel manifatturiero ,ma nello stesso tempo, a cominciare dalle nostre regioni del Nord, siamo economie talmente interconnesse, da non poter essere sciolte.

Si accenna anche in questo volume al fatto che la tanto decantata Unione Europea (alla quale gli analisti di geopolitica danno ben poco peso) per noi pare abbia una sola ragion d’essere quasi insuperabile, la Germania (che poi non è nientaltro che la ,UE in buona sostanza), garantisce per il nostro debito, che si avvicina pericolosamente a quello che gli americani, esagerati in tutto ,chiamano 3 trilioni.

Il solito Lucio Caracciolo ,Direttore di Limes e della Scuola di Limes, con il suo formidabile stile con poche pennellate, o forse meglio, incisioni da cesello, cerca di inserire nella nostra mente i tratti fondamentali di quel paese.

Spaventa il fatto che non sono le stesse cose che si ripetono vuotamente nei media, né quelle (poche) che apparivano sui nostri manuali di storia.

L’analisi comincia col caratterizzare la Germania, come stato recente (Versailles 1870 dopo la sconfitta francese di Napoleone III a Sedan e la vittoria di Bismark), paese, che non si è mai sentito veramente stato.

Perchè le etnie ,che lo compongono, sono troppo delineate e diverse (Sassoni, Prussiani,Franchi, Turingi, Renani, Bavaresi).

Per identificare i nostri vicini ,noi tendiamo a usare i parametri ai quali siamo abituati,Nord e Sud Italia.

Ma non è la stessa cosa nel caso tedesco, perché da noi l’integrazione veloce e definitiva di un numero enorme di immigrati interni meridionali al centro nord, sopratutto negli anni del boom, ha dimostrato, ammesso che ce ne fosse bisogno, che il nostro paese avrà altri problemi ,ma è un paese nazione coeso, non è diviso in etnie.

Non è così in Germania.

L’Est (brutalmente quello che è oltre la Germania romana e quindi oltre l’Elba) è una entità a sé stante.

Per capirci veramente qualcosa ,buttiamo pure alle ortiche la narrazione romantica della riunificazione ,dopo la caduta del muro, descritta al tempo, come fosse il nostro risorgimento rivisitato.

Non è andata così, è stata ,ci dice Caracciolo, una incorporazione quasi coloniale del malandato Est da parte dello sviluppato Ovest, dove quelli dell’Ovest non nascondevano affatto un atteggiamento di degnazione, condiscendenza e di superiorità, che ha prodotto pesanti conseguenze.

Nel volume si dà una cifra assolutamente illuminante : decenni dopo l’unificazione i tedeschi dell’Est che ricoprono posizioni apicali nella Bundesrepublik sono il 2%, avete letto bene, il due per cento, cioè quasi nessuno.

E beh , allora usare l’aggettivo coloniale per descrivere quella “riunificazione” ,non appare affatto scorretto o esagerato.

Sui salari poi le cose non vanno affatto meglio, c’è un divario elevato.

Di qui cattolici che hanno accettato. anche troppo di buon grado ,l‘imposizione dei vincitori americani di occuparsi solo di economia, di crogiolarsi in un sistema di welfare capace di elevate prestazioni e di lasciare difesa e politica estera agli strateghi d’oltre atlantico.

Di là protestanti, che vengono dalla tradizione prussiana, culturalmente di tutt’altro tenore e di tutt’altri riferimenti culturali ,che con la democrazia non hanno né troppa dimestichezza né particolare entusiasmo.

Passati dal nazismo, che avevano a suo tempo stravotato, a un comunismo nazionalista sui generis.

Questi non smaniano per l’economia e il benessere come stella polare, né per i così detti valori universali, che in realtà ,sono solo quelli dell’Ovest del mondo, che la geopolitica non si stanca di precisare, rappresenta una minoranza, e anche piccola ,del mondo, non l’universale, che è un equivoco, senza base nella realtà.

Ma non bastano due Germanie, che si sentono e sono diverse.

In mezzo ce n’è una terza, la più forte e prospera, ma anche la più trascurata, con la ovvia conseguenza di generare sentimenti di risentimento : la Baviera con il confinante Baden Wuertemberg-

Per diktat del vincitore americano, questa regione è stata bollata a vita dal marchio di aver tenuto a battesimo nelle sue birrerie il nascente nazismo.

Andava punita, sembra una favola demenziale, se ripetuta dopo ottant’anni ,ma è pura realtà.

Se ci chiediamo quanti bavaresi ricoprono posti apicali in Germania, rimaniamo male.

Molto male, in ogni caso nessuno di loro è mai salito al Cancellierato, e solo questo fatto vuol ben dire qualcosa.

Ecco, dette le cose essenziali , Caracciolo non si sottrae ad affrontare per le corna un problema storico, che nel caso della Germania (ma per l’Italia no ?) è il tabù del nazismo come “male assoluto”.

No, non va bene ,se si va avanti col ripeterci questo dogma non ci accorgiamo nemmeno che lo usiamo, non perché siamo buoni e diversi di nostro, ma perché ,volgarmente, ci fa un gran comodo rimuovere il problema.

In altre parole,dire che Hitler era un pazzo e che il nazismo è stato il male assoluto è un espediente per non fare i conti con la storia.

La storia siamo noi, non abbiamo la possibilità di mettere le parentesi ai fatti che non ci fanno comodo e di ignorarli.

Nazisti siamo stati noi, nel senso dei nostri familiari, che se non erano fra coloro che hanno avuto la responsabilità di essere come diceva lo storico Goldhagen : i “volonterosi carnefici di Hitler” ,sono stati almeno la massa grigia, che faceva finta di non vedere e di non sapere.

Onore ai pochi resistenti, ma senza ignorare i loro limiti in senso storico militare e politico.

La storia richiede che con lei si facciano i conti : contestualizzando, cioè mettendosi nei panni di coloro che abitavano quei periodi.

Con battuta efficace, Caraccio dice addirittura, che è necessario che ci mettiamo nei panni del diavolo, se vogliamo capire.

E’ antipatico, molto antipatico prendersi le proprie responsabilità, ma non ha senso dopo ottant’anni cavarcela ancora con i tabù.

Caracciolo impietosamente snocciola gli elementi di nazismo che sono stati molto ampiamente condivisi all’epoca.

Che dire del razzismo e degli atteggiamenti xenofobi, ampiamente diffusi, anche fuori dalla Germania?

La divisione Charlemagne, francese nella Wehrmacht ,ultima difesa del bunker di Hitler a Berlino è spiacevole,la sua memoria è stata rimossa ma c’è stata.

E gli imperialismi coloniali di Spagna,Portogallo,Belgio,Francia, Inghilterra e ultima Italia, non erano portatori di razzismo?

E il militarismo era solo nazista?

E come mai nello studio di Hitler c’era il ritratto di Henry Ford? La classe industriale non era interessata?

E i collaborazionisti del nazismo non è il caso di ricordarli anche in Italia?

Conclusione : no, purtroppo i nazisti non erano marziani, erano uomini come noi, e questo ha delle conseguenze.

Bisogna prenderne atto e ripulirci se qualcosa di quello ci è rimasto addosso, a noi personalmente non ai presunti pazzi ed ai mali assoluti.

Ci cuoledel coraggio fare di questi discorsi, ma per fortuna che c’è chi li fa sapendo cosa rischia allontanandosi dal mainstream di comodo.

E’ inutile che aggiunga che se l’editoriale è un pezzo impagabile, il fascicolo è corposo e riporta

una documentazione notevole, con analisi di studiosi di ottimo livello.















mercoledì 10 luglio 2024

Limes Rivista italiana di geopolitica n.5 - 2024 Misteri persiani. Viaggio al centro dell’impero iraniano. Israele e il suo nemico perfetto nel Medio Oriente fuori controllo. – recensione

 




Come di consueto, per dare al lettore un’idea dell’interesse e del peso delle analisi contenute in questo volume di Limes, piuttosto che elencarle o commentarle, divise per autore, ritengo sia più utile limitarmi a dare una sintesi dell’editoriale di Lucio Cracciolo, che difficilmente delude le aspettative.

In questo caso il direttore di Limes e della Scuola di Limes va subito al sodo della guerra in corso fra Israele e Iran.

Guerra che, come tutti sappiamo ,l’Iran conduce attraverso i suoi proxy (Hezbollah, Huty,Hamas etc.) ma che ,nella risposta al raid israeliano su un consolato iraniano a Damasco nell’aprile scorso,è stato diretto, se pure ispirato a grande moderazione, chiaramente leggibile come volontà iraniana a non cercare lo scontro.

Caracciolo ,lo abbiamo appena detto, evita di partire nel discorso con le consuete introduzioni, per enunciare almeno due o tre punti fondamentali ,atti a diradare la disperante nube di ignoranza dei fondamentali, che sembrano continuare a pervadere i nostri media.

Ma pur con la sua consueta eleganza è costretto a richiamarli, nel corso dell’esposizione.

Tanto per cominciare ,il fatto fondamentale, che gli iraniani, o meglio i persiani ,sono e si sentono prima di tutto i discendenti del glorioso impero achemeide di gente come Ciro il Grande (550-330 a.C.) .

Secondo, i persiani non sono arabi e non amano affatto i vicini arabi.

L’Iran aspira ad affermarsi come potenza regionale, erede appunto dell’impero persiano, in quella fascia , che ha una continuità geografica evidente, che va dal mediterraneo all'Afganistan.

(Libano,Siria,Iraq,Iran,Afganistan)

Ha quindi grosse aspirazioni, ma come stato, ha una struttura complessa e non molto omogenea, dato che etnicamente, gli iranici non arrivano nemmeno alla maggioranza assoluta, seguiti da azeri, ebrei,curdi,turchi e per ultimo arabi.

Ne è una conferma il fatto che sia la guida suprema Ali Khamenei, sia, l’appena eletto Presidente Massoud Pezeshkian sono di etnia azera e non iranica.

Quindi l’ultima cosa da fare è metterli tutti in un calderone e battezzarli come arabi, solo per il fatto che la religione prevalente è l’Islam sciita.

Religione, con un prestigio in netta discesa ,sopratutto fra i giovani, che demograficamente contano non molto, ma moltissimo e che significativamente guardano con interesse ,non solo ai simboli che richiamano l’impero achemenide, ma anche alla antica e tradizionale religione di Zoroastro (simbolo del fuoco ,rinvenibile sui sepolcri achemenidi).

Gli iraniani, ben lontani da ammirare i nostri valori e i nostri modi di vita, manifestano contro l’oligarchia religiosa, che si nasconde in realtà dietro a quella che detiene il potere reale ed è di carattere militar- poliziesco (Guardini della rivoluzione ,detti Pasdaran e paramilitari Basij), ma il fatto che lo sciismo sia arabo, gioca a sfavore del suo clero, ultimamente soggetto ad ,un tempo impensabili ,canzonature ,per privare alcuni chierici malcapitati ,del turbante ,in filmati virali che girano sul web.

Ma se c’è malcontento e contestazione parziale del regime (nezam) ,non è certo per instaurare una democrazia occidentale, ispirata ad una economicismo liberista.

La sterminata massa dei giovani e giovanissimi iraniani si esaltano pensando a Ciro non a Biden od a Trump.

Vogliono la gloria per il loro popolo , non il benessere individualista.

Gli arabi li disprezzano, punto.

Gli israeliani (piccolo Satana) ,ritenuto appendice del Grande Satana, a stelle e strisce ,li odiano, d’accordo, ma capiscono benissimo, che costoro, come nemico, sono pressoché indispensabili ,per garantire coesione e identità a casa loro, probabilmente sarebbero nei guai se non ci fossero.

Il modella di deterrenza americano è in crisi, lo sanno benissimo gli Iraniani, che con la fattiva complicità, piena di inventiva, dei quasi nemici emiratini di Dubai, le hanno letteralmente inventate tutte ,per aggirare le sanzioni americane e comprarsi tutto quello ,che Washington ha loro vietato.

Gli americani ,quasi sono arrivati a temerli da quando hanno appurato che sono ormai in possesso, se non ancora dell’atomica (ma non ci sono certezze assolute) ,dei vettori per usarle le atomiche con l’ultima generazione di razzi ultrasonici capaci di superare i 1.500 Km.

E cioè che in altre parole hanno Israele sotto tiro nel giro di 12 minuti che sono veramente pochi per intercettarli.






lunedì 8 luglio 2024

Limes Rivista italiana di geopolitica n. 4- 2024 Fine della guerra. Conflitti infiniti perchè senza scopo. Sono la malattia dell’Occidente. Solo il ritorno della politica ci salverà. – recensione

 



L’editoriale di Lucio Caracciolo ,intitolato : “Il segreto di Clausewitz” ,bisogna dirlo, è un pezzo d’alta scuola, più che sufficiente per spingere a comprarsi e leggere questo numero di Limes, uscito a sostegno dell’annuale convegno che tutta l’equipe della rivista e della Scuola di Limes hanno tenuto al Palazzo Ducale di Genova a metà maggio.

E’ di tale spessore l’editoriale che sono costretto per ragioni di spazio a limitarmi a parlare di questo.

Caracciolo è riuscito con la sua prosa elegante, a volte alta, che lascia spesso campo allo spirito caustico, che caratterizza lo stile dell’autore, a sintetizzare in una trentina di pagine il meglio della geopolitica, indispensabile per interpretare la situazione attuale capendoci qualcosa.

Come vuole il titolo, si parte dalla celeberrima massima di Causewitz sulla guerra come continuazione della politica con altri mezzi.

Sono passati più di due secoli da quando questa massima ha cominciato a circolare, ma il ragionamento che vi è contenuto, rimane solido come fosse un’equazione fisica.

Se torniamo allo spirito caustico di Caracciolo eccolo che lo troviamo subito a commento proprio della medesima massima : purché la politica esista, dice infatti il direttore di Limes.

Nel senso ,che il ragionamento di Clausewitz, funziona se la guerra viene scatenata da una potenza che segue una strategia politica ben definita contro un avversario che ha pure una strategia politica ben definita.

In altre parole, non ha senso andare alla guerra pensando di evitare così altri guai.

Partiamo e poi si vede.

No. Non funziona così.

Caracciolo non risparmia la sua malcelata ironia per il mondo, del resto largamente maggioritario o mainstram ,dei media occidentali, prigionieri di narrazioni ,che ripetono a macchinetta il mantra : chi è l’aggressore e chi è l’aggredito? Chi viola i diritti umani e il diritto internazionale?

Si deve sempre partire dai nostri principi non negoziabili.

Poi se per difendere presunti “diritti umani” si va al suicidio, va bene così.

O No?

Forse è meglio uscire dalla propaganda e cercare di riferirsi alla realtà e non alle narrazioni di comodo che spesso coprono né più o meno, che volgari interessi di imprese private ,spesso collegate con la politica.

Lo “sragionamento” che può portarci al suicidio, pur con le migliori intenzioni, dice Caracciolo ,si basa storicamente sulla “occidentalizzazione” del mondo, figlio della rivoluzione francese.

A un certo momento della storia, la borghesia mercantile è partita alla conquista di sbocchi sull’intero globo ,per piazzare le sue produzioni producendo il colonialismo.

Questo impeto alla globalizzazione, fondata anche su principi al fondo razzisti e sulla pretesa di una superiorità, che sarebbe stata dimostrata dalla superiore potenza posseduta, ha portato a convincere i colonialisti della bontà di quella che Cracciolo definisce : la “bizzarra idea” dell’universalizzare l’Occidente.

Nacque così l’idea balzana di credere addirittura in una presunta missione di propagare le proprie idee valoriali per tutto il globo, nella erronea convinzione, che gli altri non aspettassero altro che l’opportunità di diventare anche loro occidentali.

Stranamente si trascurano in modo grossolano, geografia, storia ma sopratutto aritmetica e non si riflette mai su quello che invece dovrebbe essere il dato di partenza : noi occidentali siamo un miliardo di persone, mentre il resto del mondo è fatto da ben altre sette miliardi di persone e cioè noi ,che ci crediamo gli eletti, siamo una piccola minoranza, il resto del mondo è molto, ma molto più numeroso e pesante di noi.

Anche se ,sottolinea Caracciolo, la potenza non è determinata solamente dal numero, né degli uomini che degli armamenti.

Da quando mondo è mondo,invece le guerre le vincono coloro che dispongono dei soldati più determinati.

E si diventa più determinati, quando si ha dalla propria parte demografia e identità condivisa.

L’egemone dell’Occidente, cioè l’impero americano, è talmente convinto della propria presunta missione, che spesso questa missione l’ha codificata in documenti ufficiali.

Caracciolo cita “le nuove carte del Pentagono” firmate dal consigliere Thomas Barlett, redatte per conto dei “neocon” nel 2003, nelle quali le teorie della missione di costruire la biblica “Città sulla collina” e del “destino manifesto” degli americani di vegliare sul mondo viene esposta.

Oggi ,fortunatamente ,le ambizioni si sono molto ridimensionate a seguito della crisi dell’impero americano, che comincia seriamente a dubitare di avere una missione imperiale e comincia anche a riflettere sulla opportunità di dedicarsi prioritariamente ai fatti di casa.

Anche il soft power ,sul quale l’America aveva investito ,facendo annegare il mondo nei suoi prodotti di film e musica, si è inaridito quando ogni paese ha cominciato a produrre le medesime cose in proprio, per diffondere il senso di appartenenza del quale ritiene di aver bisogno.

Caracciolo ,però, è ben lontano dall’ invitare a sostituire favole, dimostratesi deboli ,con altre tipo sostituire la Nato con un esercito europeo o con un ombrello dei Briks.

Ripete invece ,che la visione realista del mondo impone di considerare tutt’ora l’ombrello americano come l’unico efficace.

L’Italia è un preda ricca e ambita da potenziali predatori e quindi bisogna programmarsi una capacità di difesa.

Ma ahimè, dice Caracciolo, non siamo fatti per la guerra, la demografia e la cultura ci remano fortemente contro, e ,quand’anche decidessimo oggi di riarmarci pesantemente, prima di diventare operativi ,abbastanza per difenderci da soli ,ci vorrebbero decenni.

Allora l’unica via percorribile ,oltre ovviamente l’uso adeguato della diplomazia, è fare la parte che riusciamo a fare in una coalizione con altri paesi coi quali condividere le forze.

Ma anche ,una buona volta, definire chiaramente quali sono i nostri interessi nazionali irrinunciabili.






sabato 10 febbraio 2024

Pierantonio Gallu OBIETTIVO CINA: La guida per entrare, fare business e crescere nel più grande mercato del mondo. Editore Chanell Marketing – recensione


 

Mi sono avvicinato a questo libro senza avere alcuna intenzione di andare a piantare una attività in Cina, dal momento che non gestisco alcuna attività commerciale.

Questo è un libro esplicitamente dedicato a chi opera sul mercato, con finalità molto pratiche, nel senso che è scritto da un manager ,divenuto consulente, che ha sviluppato una sua lunga esperienza sul campo, e che ha ritenuto utile utile rivolgersi sopratutto a gestori di piccole e medie imprese italiane, che hanno in programma di sbarcare in Cina, per evitare loro di commettere errori pacchiani ,che sarebbero destinati a fare perdere, invece che guadagnare soldi.

Il mio personale campo di interesse ,come sa chi ha la bontà di seguire questo blog ,è prevalentemente la geopolitica, e quindi mi sono interessato a questo libro con il solo scopo di cercare notizie di prima mano sulla Cina da chi ha maturato una seria esperienza sul campo.

Seguendo questa chiave di lettura ,ho trovato diverse dritte di primario interesse.

Anzitutto, ho molto apprezzato il consiglio base elargito da Gallu : se volete portare in Cina la vostra attività, avvicinatevi facendo subito un esercizio di umiltà ,che significa spendere il tempo dovuto,cioè molto di più di quello che pensate, per farvi un’idea seria di cosa sia un mondo di valori ,cultura e usi, ben diversi da quelli che ci sono abituali in Occidente.

Partiti col piede giusto, mettete in pratica quello che avete appreso, tenendo sempre in mente che quelli che volete raggiungere come clienti del vostro business ,ragionano da cinesi e non da occidentali.

Un analista di geopoltica direbbe esattamente la stessa cosa : se volete capire i cinesi cercate di ragionare da cinesi, perché se se aveste l’arroganza di giudicare quell’immenso paese ,con i parametri nostri ,sarete destinati a non capire niente ad a cadere da un equivoco a un altro.

Gli esempi che porta Gallu sono moltissimi.

I cinesi ,a differenza di noi occidentali, tendono a tenere molto più vicine e intrecciate attività di business e vita privata e quindi tengono in conto in modo primario la conoscenza personale e diretta, abbastanza sviluppata, tanto da consentire loro di acquisire o meno un senso di fiducia personale, prima ancora che professionale.

Rimando al libro i consigli praticissimi su come approcciarsi alle lunghe cene di lavoro, di prammatica in quel paese.

Dall’etichetta che impone di seguire criteri gerarchici nel salutare i commensali, all’atteggiamento di ascolto (molto apprezzato) al dimostrare di avere le idee chiare sull’attività ,che si vuole portare in Cina, non solo a parole, ma presentando un business plan, scritto nel modo dovuto.

A differenza di quello che comunemente pensiamo,ci viene detto che la lingua inglese è diffusa solo ai livelli alti e quindi il materiale di presentazione e accompagnamento va redatto in cinese corretto.

Anche a questo proposito, Gallu ripete l’esortazione a non improvvisare mai ed a servirsi per ogni cosa di professionisti cinesi in loco, perché è indispensabile prestare molta attenzione a tutto quello che significa tradurre in cinese, che richiedendo traslitterazione ,va ben ponderato con professionisti locali ,per non incorrere in disastrosi equivoci dovuti a fonetiche con significati per loro negativi o ridicoli.

Un’altra dritta importante ,dovuta a diversità culturali ,è il valore dato ai contratti.

Per noi il contratto è tutto, con valore sacrale, per loro, è solo una dichiarazione di orientamento, in fieri ,e quindi soggetto a cambiamenti, in relazione alle mutanti condizioni di mercato.

Attenzione anche ai colori : per loro il rosso va sempre bene come il blu, mentre il bianco non va bene affatto, essendo accostato alla morte.

Stesso discorso per i numeri : attenti al 4, da evitare per la stessa ragione del bianco.

Gallu ,ovviamente, non da queste indicazioni per rendere interessante la narrazione con spunti esotici, ma perché sono elementi assolutamente basilari ad esempio per la scelta del brand, del logo aziendale eccetera.

Ma non mi dilungo e rimando alla lettura del libro, che molto opportunamente riporta anche un accurato riassunto, capitolo per capitolo.

In conclusione ribadisco che anche per chi ha interessi non strettamente legati ad aprire una attività in Cina , la lettura di questo libro è utile, perché costituisce una buona occasione per arricchire la nostra conoscenza della mentalità cinese.







mercoledì 4 ottobre 2023

Hermann Rupold : Superpower China .Understanding the chinese world power from Asia. History, politics, education,economy and military

 



Devo dire subito che sono stato deluso da questo libro ma per una ragione soggettiva, nel senso che mi aspettavo che fosse una cosat e invece si è dimostrato essere un’altra.

Cioè avevo intuito dalla breve descrizionet che riporta Amazont che si trattava di un manualet preparato da un autore tedescot specializzato nella divulgazione e su questa base mi ero illuso di trovare una miniera di dati, tabelle, riferimenti.

Anche perché, diciamolo pure, la guerra fredda per ora combattuta solo sul piano del soft power e delle sanzioni economiche fra Usa e Cina è anche una guerra di numeri.

E quindi ,chi è interessato alla materia, vorrebbe trovare dei dati di fonti terze e attendibili ,per capire fin dove è arrivata la Cina.

Il Pil ha già superato o no quello americano?

Il Pil pro capite, pare assodato, che sia ancora lontano, ma quello nazionale balla secondo le fonti che si consultano.

Se poi andiamo in settori specifici ,come la tecnologia, telecomunicazioni, intelligence, non si sa più veramente a chi credere, evidentemente perché, essendo classificati come delicati e strategici, è ovvio che l’interesse politico o geopolitico delle due parti è massimo e quindi tendono ad allargarsi.

Ma questa è proprio la ragione per la quale cercavo qualcosa di più ,e non di meno, rispetto ai precedenti saggi sulla Cina, che avevo già letto e recensito su questo blog.

Non è andata così,ma non è certo colpa di questo saggio, che è destinato a chi parte da zero.

Per questa fascia di pubblico è invece un buon manuale.

Non aggiornatissimo, ma buono.

Purtroppo ,i pochi riferimenti bibliografici, che riporta, sono riferiti per la gran parte ad una produzione tedesca, che sarà anche buona, ma a causa della lingua, risulta inusabile per la maggior parte dei lettori.

Non manca per fortuna il :”The China model.Political meritocracy...” di Daniel A. Bell, che troverete recensito su questo sito (https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2023/07/daniel-bell-china-model-political.html.

Mi spiace dover insistere nelle critiche ma, per fortuna che il libro sulla meritocrazia è citato nella bibliografia, perché nella trattazione, addirittura non ho trovato cenno , né agli esami imperiali, né al sistema rigidamente meritocratico ,che ha, a tuttoggi, espresso Xiginping e tutta la classe dirigente cinese.

E, caspita, se non si spiega questo, diventa veramente dura per il lettore, anche solo avere un’idea, di come è strutturato il sistema politico cinese.

Ancora purtroppo ,si dice poco o niente sulla radicale differenze ,esistenti fra il sistema di valori filosofico-culturali cinese e quello nostro occidentale.

Senza la filosofia confuciana, la Cina di oggi risulta inaccessibile alla nostra comprensione.

Capisco che il libro è stato strutturato volutamente come una sintesi essenziale,ma in quasi180 pagine io mi sarei dilungato su Confucio per qualche pagina.

Temo che ci sia anche qualche notizia contradditoria, ma sorvoliamo.

Non si può però sorvolare sul fatto che mentre si fa una disanima abbastanza estesa sull’uso del carbone come fonte energetica poco si dice sull’incredibile sviluppo dell’industria cinese nella costruzione di pannelli solari, arrivando nel primo posto nel mondo.

L’eolico addirittura non mi pare nemmeno menzionato.

Queste sono lacune piuttosto serie.

Comunque ,lo ripeto, per chi parte da zero e cerca un “bigino”, questo il libro riporta un utile carrellata di insieme.


giovedì 10 agosto 2023

Alessandra Colarizzi : Africa rossa Il modello cinese e il continente del futuro - Ed L’Asino d’oro – recensione

 



Siamo sinceri, se le nostre nozioni sulla Cina spesso difficilmente vanno oltre vaghe narrazioni esotiche, pervenutaci chissà da dove, le nostre nozioni sull’Africa, temo che siano ancora più vaghe e generiche.

Se vogliamo proprio verificare questa affermazione. con la cartina di tornasole della geografia, forse sarebbe meglio lasciar perdere, anziché porci delle domande, ma voglio essere cattivo.

Provate a mettervi alla prova .

Sapete indicare dov’è lo stato africano dell’ eSwatini ? O meglio sapevate che esiste?

E il distretto tecnologico cinese del Chengdu-Chongqing ?

Aiiah! Forse è meglio trovarci un agile manualetto di sicura affidabilità ,che ci dia alcune nozioni di base.

Eccolo, lo abbiamo trovato, basta comprarselo (costa poco) e leggerlo.

L’autrice dirige China Files “piattaforma multimediale specializzata in affari cinesi” ci dice l’ultima di copertina, dovrebbe bastare.

Basta e come, il saggio del quale stiamo parlando è breve ,ma documentato a dovere e con un’ottima bibliografia essenziale.

Amici miei, il mondo cambia a velocità impressionante e quindi la prima cosa che vi consiglio è questa.

Fate un esame di coscienza, come quello tipo cartina di tornasole ,che ho proposto sopra e, constatato umilmente, quello che c’è da constatare, lasciate perdere le quattro fregnacce da bar sport sull’argomento ,che circolano sui media e affrontate con apertura mentale l’analisi che questo libro serio vi propone, anche se probabilmente, contrasterà in modo abbastanza deciso con gli stereotipi circolanti.

I Cinesi mangiano i cani e diffondono le malattie a causa di bassi livelli di igiene : suonano non pochi media nostrani.

I Cinesi, come è noto di solito rispondono a queste battute : ma voi mangiate i cavalli, che nessuno in Cina mangerebbe.

Ecco!, eleviamoci da queste amenità e parliamo di cose serie.

Stiamo parlando di cosa stanno facendo ed hanno fatto i cinesi in Africa.

La robusta propaganda mediatica ,condotta con grande abilità e ,si direbbe, dai risultati conseguiti, con grande successo, dagli americani, letteralmente ossessionati dal presunto pericolo cinese, vuole che la Cina sia tutta impegnata a sovvertire l’ordine mondiale.

Attenzione, è grossa, perché detto così, se fosse vero, saremmo tutti in pericolo.

Va bene ma allora, bisogna cominciare dalla più elementare “analisi del linguaggio” e cercare di specificare cosa intendano i medesimi americani quando parlano di “ordine mondiale”.

Intendono l’ordine mondiale, che consegua alla realizzazione dei loro interessi strategici e securitari nazionali.

Non lo dico io, lo dice, per esempio ,con linguaggio molto piano e trasparente, il numero uno della geopolitica mondiale ed americana George Friedman.

Quindi “ordine mondiale” è da tradurre in : “ordine mondiale ,che garantisca l’egemonia strategica degli Stati Uniti”.

La Cina contrasta l’ordina mondiale, esplicitato, come abbiamo fatto sopra?

Ma certo e lo dice molto apertamente, da un bel pezzo, perché propone di sostituire l’ordine mondiale unipolare ad egemonia americana con un nuovo e diverso ordine mondiale a carattere multipolare ,nel quale non via solo un solo egemone, ma che riconosca il ruolo di diversi stati che per le loro caratteristiche di dimensione, peso economico e demografico, trascorsi storici ,eccetera,possono rivendicare un ruolo di egemone almeno a livello regionale.

Ma non basta.

Non basta ,perché gli Usa ,avendo vinto la Seconda Guerra Mondiale, se pure non da soli, hanno il vizietto di ritenere di avere la missione messianica di essere i più qualificati detentori dei valori liberali occidentali e quindi di essere incaricati dall’Altissimo di diffonderli nel mondo.

E qui ,però ci risiamo, come quando sopra ci siamo imbattuti nella dizione “ordine mondiale”

Quando si parla di esportare la “democrazia” e i “diritti umani” cosa si intende?

Democrazia nel senso formalmente procedurale ,cioè solo il realizzare un’elezione sulla base del principio :“one man, one vote”,come siamo abituati a pensare?

Oppure, non ci accontentiamo della procedura formale e andiamo a guardare ai risultati ,cioè a vedere se si è riusciti a eleggere governanti dotati delle necessarie qualità e preparazione, per raggiungere dei risultati conformi a un programma da noi condiviso, come si pensa nel sistema cinese basato sulla meritocrazia?

Questo punto è importantissimo e per chi vuole chiarirsi le idee in proposito rimando alla precedente recensione del saggio di Daniel A.Bell del 25 luglio scorso sul “Modello Cina”.

(http://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2023/07/daniel-bell-china-model-political.html)

Intendiamoci ,si può essere d’accordo o meno sulla presunta maggiore efficienza del modello cinese, rispetto alla democrazia formale all’occidentale, ma bisogna avere chiaro un dato di fatto, non un’opinione, che è questo.

L’Occidente, cioè noi, contiamo nel mondo per 1/8.

Il resto del mondo ,cioè la stragrande maggioranza degli abitanti del nostro pianeta, non la pensano come noi ,né sulla democrazia formale ,né sul modello liberista, né sui diritti umani formulati all’occidentale.

In Asia, Africa ,America Latina eccetera, si fa riferimento a culture antiche, che privilegiano la comunità, l’armonia e la stabilità rispetto alla priorità dell’individuo.

Bisogna pure che ce ne facciamo una ragione.

Il così detto “Washington consensus” è una delle pretese di egemonia ,che ci sono sulla faccia della terra, ma non è l’unica ,e non è detto che sia la migliore, o meglio che sia nell’interesse del nostro o di altri paesi.

La cosa va valutata, caso per caso.

Altro fatto e non opinione è questo : in Africa c’è una larga maggioranza di paesi che non hanno affatto dimenticato la storia, e che quindi conservano risentimento e sfiducia nei paesi ex colonialisti e soci.

Hanno al contrario una naturale propensione a vedere di buon occhio chi colonialista non è mai stato ,ed ancora di più quelli che il colonialismo l’hanno subito.

Ecco perché la Cina in Africa ha trovato le porte aperte, anzi spalancate.

Acquisita questa prospettiva, rimando alla lettura del libro per avere abbastanza nel dettaglio l’elenco ,estremamente corposo, degli investimenti cinesi in quel continente, sopratutto in infrastrutture.

La Cina ci ha guadagnato ,certo, perché nel periodo della sua massima espansione economica, le è venuta a fagiolo la politica delle grandi opere realizzate in Africa ,in cambio di materie prime e sopratutto di combustibili.

Oggi i tempi sono ancora cambiati, ma anche l’Africa ci ha guadagnato?

Sicuramente sì, ma vi rimando alla lettura del libro per avere una analisi puntuale.


















martedì 25 luglio 2023

Daniel A. Bell : The China Model .Political Meritocracy and the Limits of Democracy - Princeton University Press – recensione

 


Mi è capitato questo.

Dopo aver finito di leggere (e annotare) il libro del quale parliamo, mi sono imbattuto ,col consueto interesse, nell’editoriale sul Corriere della Sera di Galli della Loggia ,nel quale il Professore deprecava ,con valide argomentazioni, la grave carenza che ha assunto di recente il sistema scolastico italiano nel mettere all’angolo lo studio della storia e della geografia.

Pienamente d’accordo.

Purtroppo però nelle ultime righe di quell’editoriale viene fatto un accenno alla presunta ignoranza della storia e della filosofia da parte della Cina, bollando quel sistema come da non imitare affatto.

Che scivolone incredibile, possibile che ,a quel livello di cultura, il Nostro non abbia mai ritenuto necessario affrontare ed approfondire lo studio della Cina?

Infatti qualsiasi analista di geopolitica che si legga oggi sull’argomento darebbe modo di acquisire almeno queste tre o quattro nozioni fondamentali :

-la Cina ,fra i paesi che aspirano all’egemonia, e proprio per questa stessa ragione è intrinsecamente da sempre uno dei massimi cultori della storia e del suo valore;

-il sistema cinese attuale, pur facendo riferimento formale, abbastanza anacronisticamente, al marxismo-comunismo, in realtà, ha il suo punto di riferimento filosofico -ideologico nella filosofia e tradizione confuciana-taoista e quindi è tutt’altro che carente in materia di filosofia;

-la caratteristica peculiare del sistema politico (ma non solo) cinese è il fatto che la “governance” del paese sia basata non sul sistema occidentale della democrazia rappresentativa, nel quale si privilegia il meccanismo : “un uomo-un voto” ,basato su una procedura, ma il risultato, al quale porta la procedura medesima, nel modo di selezionare la classe politico-amministrativa, preparata ad affrontare le sfide della complessità del mondo attuale.

In parole povere, il sistema è basato sulla “meritocrazia” ,in base alla quale, per accedere ai posti di potere a tutti i livelli,ma sopratutto a quelli più elevati, occorre superare esami estremamente selettivi ed avere nel contempo un curriculum ,che dimostri non solo di avere già acquisito esperienza in quel campo, ma sopratutto di avere raggiunto risultati positivi.

La cosa più incredibile, e forse più ignorata da noi, è che la logica di questo sistema è in vigore dalla bellezza di mille e trecento anni, quando furono inventati e messi in pratica “gli esami imperiali”.

Quindi, se c’è un paese al mondo nel quale l’”education” è rispettata ed elevata al massimo livello, questo è la Cina.

-non è tecnicamente esatto definire la Cina paese autocratico o peggio dittatoriale, perché, se non altro, per accedere ai posti di potere locale da tempo si svolgono elezioni.

-un altro elemento fondante del sistema cinese è ,udite, udite : la sperimentazione.

La Cina, ritenuto paese chiuso e prigioniero dell’ideologia, è invece “anche” pragmatico, in misura probabilmente maggiore dei paesi occidentali.

E quindi quello che da noi spesso viene spesso bollato, se non ridicolizzato ,come “abitudine a copiare” le nostre tecnologie è in realtà il segno di un’apertura mentale notevole verso cose nuove e sconosciute , che tra l’altro ha consentito al paese più popoloso del mondo di vincere la povertà nello spazio di soli trent’anni, risultato questo semplicemente unico nella storia.

Della Cina si può dire tutto il male che si vuole ma non che questo paese voglia imporre ad altri il proprio sistema politico o culturale (a differenza di quanto pensiamo noi occidentali).

Mi rendo conto che i fatti sopra enunciati sono largamente ignoti ed ignorati qui da noi, ma è proprio per questo che per conoscere almeno l’abc di quell’enorme (e sempre più influente) paese ,occorre pazientemente studiarselo.

Ecco quindi perché consiglio vivamente al lettore di procurarsi e leggere il libro del quale stiamo parlando.

E’ un saggio accademico, anche proprio nella sua costruzione, dato che la quasi metà del volume è costituita da note e bibliografia, ma è scritto in uno stile leggibilissimo e per nulla pesante.

L’autore è Chair Professor alla Tsinghua University di Pechino.

Lo ripeto è un lavoro accademico e come tale acquisisce la dovuta credibilità e autorevolezza con un attento lavoro di analisi sia dei punti a favore come delle criticità dell’attuale sistema cinese e ne propone anche sue originali correzioni e possibili sviluppi.

Aggiungo che esiste anche una traduzione italiana ,pubblicata dalla Luiss.

Ma l’originale inglese costa sensibilmente meno.








sabato 19 novembre 2022

Francesco Costa : La fine del sogno - California – Ed. Mondadori – recensione

 





Ma guarda quest’arancia quanto è grossa, assomiglia a quelle della California che sono grosse come meloni, ecco questa era una delle cose che si dicevano fra noi e che sentivo dire fin da bambino.

Avevamo afferrato una delle caratteristiche di quello Stato americano dove tutto è “troppo”.

Bene Francesco Costa ci dice anche questo della California e in questo non contraddice il nostro bagaglio “culturale”.

Ma le conferme ve lo assicuro si fermano qui, il resto il lettore lo vedrà, è tutta una scoperta che contraddice eccome le leggende metropolitane e i luoghi comuni dei quali ci siamo convinti, a torto.

Ottimo libro questo saggio lungo quando basta e scritto bene da un giornalista abituato a parlare solo di cose delle quale ha esperienza diretta e sulle quali ha anche consultato i testi principali.

Costa prende subito il toro per le corna e parte esponendoci l’incredibile contraddizione di questo Stato che è forse quello al mondo che più di qualsiasi altro abbiamo promosso a simbolo “delle nostre brame”, del nostro immaginario collettivo, dove tutto va al massimo, dove il futuro è già lì. Dove giovani talenti in un garage ,trasformato in pensatoio-laboratorio, hanno cambiato il mondo e la storia inventando tutto quello che è moderno e diventando immensamente ricchi, come nelle botteghe-atelier dei nostri geni del Rinascimento con la differenza che quelli sono sì diventati famosissimi, ma certo mai ricchi sfondati.

La California insomma è al culmine dei nostri sogni.

Anche se Costa ci dice chiaramente che per uno che riesce a integrarsi e a sopportare i ritmi di lavoro infernali che usano nelle cattedrali della tecnologia, ce ne sono molti che non ce la fanno e che spesso deragliano.

Ahh! A proposito di quei luoghi, voi lettori cosa pensate che sia proprio geograficamente la Silicon Valley? Qualcosa tipo la Valtellina in California?

Non ve lo dico, ma il libro lo spiega bene.

Ma se la California la vediamo come il paradiso in terra , allora come si spiega il fatto, assolutamente contro-intuitivo, che ha fatto intitolare a Costa il primo capitolo del libro addirittura : “la fuga”, perché dalla California negli ultimi anni la gente scappa anzi è già scappata e in massa, perché non voleva più viverci, esasperata dai troppi problemi non risolti.

Per andare sapete dove? Prevalentemente in Texas dove nel nostro immaginario collettivo ci sarebbe tutto il contrario della California e cioè tradizionalismo esasperato, oscurantismo religioso e culturale eccetera eccetera.

Leggete il libro e vedrete che le cose non stanno proprio così e che la contraddizione della quale stiamo parlando è solo apparente.

Ma come nella mitica San Francisco, che per far vedere ai nostri amici che siamo “fluent in English”, chiamiamo confidenzialmente “Frisco” , come in California non fa proprio nessuno, ci dice Costa, c’è il più alto numero di senza tetto di tutta l’America e molti per le strade fanno quello che normalmente si fa nelle toilette, peggio che nei quartieri degradati di Mumbai?

Ma come ! disgustati dalla pochezza della nostra classe politica, vorremmo avere noi gli amministratori di quel paradiso in terra.

Forse perché non abbiamo la minima idea del fatto che l’ininterrotto potere del Partito Democratico che in California prende anche l’80 % dei voti da decenni ha cristallizzato quella classe politica che non essendo sollecitata da reali oppositori si è chiusa in un tale massimalismo ideologico, da essere del tutto fuori dal mondo e incapace di affrontare realisticamente problemi che sono divenuti immensi.

Non si può costruire più da anni neanche un pollaio per l’opposizione degli intransigenti ambientalisti democratici,manca addirittura l’acqua nel Paradiso dell’agricoltura, i servizi di base sono talmente mal gestiti che manca la corrente elettrica per qualche tempo quasi tutti i giorni, gli incendi divenuti sempre più giganteschi ,causa il cambiamento climatico, sono tali da essere praticamente ingestibili, e il big one è sempre lì a evocare la fine del mondo dato che la faglia di Sant’Andrea è sempre lì.

Ebbene non è tutto oro quello che luccica in California e Francesco Costa ce lo spiega bene e senza fare sconti a nessuno, ma di oro in California ce n’è ancora moltissimo sia in senso materiale che in senso metaforico.

Leggiamolo questo libro ,sarà tempo speso bene.





lunedì 10 ottobre 2022

Limes “Il mare italiano e la guerra” Numero 8 / 2022 La tempesta bellica agita le onde di casa. Come la Russia aggira la Nato. In Ucraina la posta è anche il Mar Nero - Edizioni Gedi – recensione

 



Contemporaneamente all’uscita di questo numero della Rivista, Limes ha tenuto a Trieste la terza edizione de :“Le giornate del Mare 2022” presentata col titolo : Trieste e il Trimarium.

Accenno per chi è interessato ma non pratica abitualmente la geopolitica che uno dei termini sinceramente inusuali, considerati però fra l’abc della materia è “talassocrazia”, cioè il potere, la potenza declinata sull’acqua.

Non è un caso allora evidentemente che questa disciplina consideri gli Stati Uniti tuttora la potenza imperiale egemone assoluta proprio perché è l’unica detentrice di ben sette flotte che permettono il controllo dell'intero pianeta.

Sembrerà strano ma sopratutto nel nostro paese sembra proprio che non si sia abituati a prendere in considerazione l’importanza dei mari e quindi la presenza o meno di una flotta adeguata che in qualche modo trasmetta all’esterno il peso specifico del Paese nel quale viviamo.

Sappiamo tutti che viviamo in un paese a forma di stivale e che quindi simo dotati di coste e di mare più che di terra.

Ma che quello che in geopolitica si definisce la proiezione di potenza del paese o se vogliamo rimanere nei semplici termini da bar sport il peso che gli altri attribuiscono al nostro paese è essenziale perchè è in base a quel giudizio che di fatto il resto del mondo ci fa giocare in serie A o B o C o ancora più giù.

Ecco pressoché tutti gli analisti che hanno contribuito a questo numero si sforzano di rendere consapevoli i lettori di quanto sia importante saperci porre come potenza marittima anche magari con obiettivi strategici limitati, ma almeno consapevoli delle regole del gioco.

Presumo che sia arduo porsi il compito sopra accennato visto che anche il di solito brillantissimo direttore Caracciolo, questa volta nel saggio introduttivo mi è sembrato quasi un po spento, come se si fosse ormai rassegnato a parlare di proiezione sul mare per dovere ma temendo di non ricevere l’ascolto che sarebbe necessario.

Però a quanto ho potuto constatare seguendo l’evento di Trieste sul canale di Limes su Youtube, questa terza edizione ha avuto un buon successo anche a ragione del livello decisamente elevato dei partecipanti Capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa compresi.

Il volume è comunque decisamente ben impostato ed esaustivo.

Viene fornito un indispensabile excursus storico sulla formazione della nostra Marina e sull’evoluzione nel tempo della sua posizione strategica.

Dal Mediterraneo, al Mediterraneo allargato con possibilità di proiettarsi anche oltre.

Non è messa male la nostra Marina e a sentire quando dicono i vertici gli obiettivi strategici sono stati individuati correttamente.

Ovviamente poi dipende dalla politica trovare i finanziamenti necessari.

Apprendiamo dalle analisi di questo volume che ancora una volta da parte degli oggi tanto invocati “tecnici” ci sono sia le idee che le competenze necessarie.

Manca la volontà politica?

Difficile dirlo perché siamo alla vigilia della formazione del primo governo di destra-destra della storia repubblicana, e quindi non ci sono precedenti, vedremo.

Il lato debole in questa questione, cioè della non consapevolezza nell’opinione pubblica dell’importanza della proiezione dl Paese sul mare, sta in qualcosa difficilmente definibile.

Psiche collettiva?

Qualcosa di simile, perché è fuori discussione che a settant’anni dalla fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, pare che lo shock collettivo non sia ancora stato metabolizzato.

Incredibilmente come in Russia il politicamente corretto vuole che la parla guerra non sia nemmeno pronunciata.

Nel volume viene non a caso riferito che alla Commissione competente della Camera in una delle ultime audizioni il Capo di Stato Maggiore non ritenendo di poter nemmeno pronunciare la parola guerra ha sempre ricorso a espressioni inglesi,ritenute meno coinvolgenti.

Stanti così le cose ci viene più volte ripetuto che per spiacevole che sia la realtà è che se un popolo si arma per difendersi e per proiettare la propria strategia sugli altri deve anche mostrare di possedere una psicologia collettiva che gli consenta di imbracciare le armi in casi di necessità.

Ove il medesimo popolo ritenga di non voler assumersi questo atteggiamento come impegno o dovere è opportuno e doveroso che gli venga detto chiaramente che la sua scelta significa ascrivere il Paese medesimo nell’elenco delle prede.

Ecco questo pare non essere affatto chiaro, cioè di questa equazione è evidente che non c’è alcuna consapevolezza nella società italiana.

Il fatto che siamo in buona compagnia ad esempio coi Tedeschi e in atri scenari geografici coi Giapponesi, non ci esime dal porci seriamente il problema.

Detto questo mi permetto di avanzare due osservazioni.

Mi ha stupito che un cast di analisti così abituati a valutare l’importanza in geopolitica dei miti e delle percezioni collettive non abbia ritenuto di dedicare un saggio a ricapitolare la storia delle Repubbliche Marinare italiane che sono ben vive nel bagaglio scolastico di ciascuno di noi.

Altra osservazione. Mi stupisce che pur essendo ben consci del fatto che l’opinione pubblica è ormai avvezza da anni a non prendere nemmeno in considerazione l’idea di trovarsi intrappolata direttamente in una guerra gli analisti di Limes non insistano abbastanza in qualche modo nel rendere più digeribile il concetto di attitudine a presentarsi come credibilmente disponibili a imbracciare le armi in caso di minaccia ai nostri vitali interessi, che è pure fondamentale, presentando come obiettivo più vicino e più verosimile il battersi politicamente per conservare una strategia di equilibrio delle forze.

Vedi l’iconico Congresso di Vienna tanto bene cantato e decantato dal maggiore geopolitico vivente cioè Henry Kissinger.