giovedì 22 novembre 2012

In questo ultimo libro papa Ratzinger si è lasciato andare al cupio dissolvi





Che senso ha che un papa che ha fatto per decenni l’accademico per di più in facoltà di teologia laiche-statali concluda la carriera pubblicando tre libretti sulla vita di Gesù in stile libri per l’infanzia?
Forse si è convinto come i politici populisti che il popolo sarebbe tanto ignorante che non potrebbe capire un qualunque lavoro serio di carattere storico-critico, come fanno i suoi pari nelle università?
Se fosse così avrebbe sbagliato tutto, ma è difficile crederlo.
Si può non condividere nulla della impostazione del papato di Ratzinger, ma non sarebbe giusto disconoscere la sua dignità intellettuale.
La chiave di lettura è probabilmente un’altra è da ricercare nella filosofia che abita il pensiero di Ratzinger stesso.
Filosofia che non è difficile da individuare perché è dichiarata da lui stesso, quando scrive e ripete più volte che una trattazione storico critica della vita di Gesù metterebbe a repentaglio la fede di tanti e quindi sarebbe dannosa.
Ma questo significa che di fatto questo papa non crede nella compatibilità fra scienza, ragione e fede e quindi implicitamente confessa che la sua fede tradizionale non può avere futuro nel mondo contemporaneo ed è condannata all’irrilevanza.
Questi suoi ultimi tre libri sulla vita di Gesù li avrebbe allora scritti per anziani rimasti tradizionalisti e bambini non in grado di distinguere un lavoro storico da una narrazione di valore solo  metaforico.
Che tristezza, che brutto    regalo di natale.
Questa interpretazione che sembra impossibile se riferita a un uomo della sua responsabilità è però obiettivamente verosimile e compatibile col pensiero più profondo di Ratzinger, che è tendenzialmente apocalittico e che esprime un forte pessimismo sulla condizione umana, perfettamente in linea con quello del suo “cattivo maestro” Agostino.
E’ un pensiero che ritorna nelle esternazioni di Ratzinger fin dall’inizio del suo pontificato e che era risultato ancora più chiaro negli ultimi mesi della sua gestione del sant’uffizio, quando il papato gli si stava avvicinando sempre di più, con le adesioni (interessate) che  riceveva da un numero crescente di colleghi cardinali, che non riuscendo più a raccapezzarsi in un difficile  presente, che non riuscivano più a capire, non seppero fare di meglio che rifugiarsi nelle apparenti certezze  nel più cupo tradizionalismo.
Quindi nessuna sorpresa, ma una chiesa già tanto in affanno per mille problemi e mille gravi incoerenze non aveva certo bisogno di questo ulteriore passo indietro di Ratzinger con una catechesi puerile.
Almeno il suo predecessore papa Woytila aveva usato le sue indubbie doti carismatiche per spingere il suo popolo ad aver fiducia alla speranza cristiana in modo spesso credibile.
Ratzinger con la sua cupa visione dell’uomo induce alla disperazione e non alla speranza, perché come si è detto sopra non riesce lui per primo a credere nella speranza cristiana.
Non essendo dotato di alcun carisma non riesce nemmeno a interpretare una figura tragica, come aveva fatto Wojtyla .
Ma torniamo al libro sulla vita di Gesù fresco di stampa.
Tra parentesi è un ulteriore elemento di disturbo vedere un papa che cede al richiamo commerciale di lanciare un nuovo libro a natale per massimizzare i profitti di un inevitabile best seller.
E i profitti che strada prenderanno? Andranno a finanziare opere di bene o andranno tutti alla fondazione bavarese a nome del papa? Ormai pur rimanendo il vaticano nella consueta e voluta nebbia ,che avvolge certi argomenti, sulle sue finanze ne sappiamo molto più di prima e per merito dei corvi di turno, non certo per  volontà di trasparenza dei suoi responsabili.
Quanti cattivi pensieri che siamo costretti a prendere in considerazione e che non dovrebbero proprio albergare in quegli ambienti.
Dicevamo che il papa ha scritto il terzo libro della sua vita di Gesù.
Prima domanda a che pro?
Il fascino della vita di Gesù sta tutto nella fresca ed essenziale narrazione evangelica, che bisogno c’era di una nuova trattazione, quando sull’argomento si sono cimentati personaggi ben più dotati di Ratzinger?
Se il lettore è colto, è ancor più piacevole ritrovare il gusto dei vangeli nella versione latina piana ed elementare.  
Ancora, se il lettore vuole qualche cosa di più la può trovare nei vangeli apocrifi che sono particolarmente ricchi di storie sull’infanzia di Gesù.
In tutti e tre i casi il lettore avvertito sa che ha davanti qualcosa che ha una dignità che va ben oltre alla favola o alla semplice bella narrazione, ma che quello che legge è stato redatto per indurlo a riflessioni elevate, ma non è una narrazione di fatti storici.
Decenni di studi di ermeneutica biblica hanno accertato e definito questo concetto sia nelle facoltà teologiche laiche di tutto il mondo sia nello stesso istituto biblico dipendente dal vaticano.
Papa Ratzinger però testardamente si impunta   ed esprime con questi suoi tre libri un pare opposto.
Ovviamente non può sostenere direttamente che l’ultra decennale e monumentale lavoro degli esegeti storico- critici sia tecnicamente sbagliato sul piano scientifico.
Una Tele affermazione sarebbe una pure idiozia.
Ma mira allo stesso risultato quando afferma che il negare il valore storico dei vangeli, come fa l’esegesi storico critica, porterebbe a far vacillare la fede di tanti.
E’ una sua scelta personale, pesante, data la sua posizione.
Inutile ricordare che nella stessa chiesa e con responsabilità non tanto minore di quella papale, il cardinale Martini aveva passato una vita di studio per sostenere l’esatto contrario e cioè che i vangeli e la bibbia in generale riportano una narrazione di valore metaforico ma non storico e che questo non abbassa minimamente la loro dignità, ma anzi li rendono accettabili al mondo moderno.
Del resto basterebbe l’esegesi elementare che chiunque può esercitare confrontando la medesima narrazione di un avvenimento fatta da  un  evangelista, con  la narrazione del medesimo avvenimento fatta da un altro evangelista per accorgersi che ci sono differenze spesso sostanziali che arrivano alla descrizione di cose diametralmente  opposte e questo basterebbe a contraddire la visione di papa Ratzinger.
La famiglia di Gesù risiedeva a  Nazareth (Luca) o a Betlemme (Matteo)?
Gesù nacque in casa dei genitori (Matteo) o in una mangiatoia (Luca)?
La strage degli innocenti di Betlemme accadde (Matteo) o non accadde (Luca)?
La fuga in Egitto ci fu (Matteo) o non ci fu (Luca)?
E Marco e Giovanni come mai non parlano dell’infanzia di Gesù?
Come mai nei vangeli  Maria che nel pantheon cattolico ha un ruolo secondo solo a Gesù ed è quasi divinizzata è quasi assente?
Qui stiamo parlando della infanzia di Gesù, perché l’ultimo libro di Ratzinger è dedicato a questo specifico argomento, ma è noto che si vuole trovare il massimo delle discrepanze o aperte contraddizioni fra i quattro evangelisti canonici occorrerebbe dedicarsi al confronto delle narrazioni relative alla resurrezione, dove le versioni fornite sono talmente tante, diverse e contrastanti che non stanno proprio insieme.
Sull’esegesi storico critica c’è molto altro da dire, cioè vanno esaminati molti altri aspetti (come si accennato in post precedenti) ma quanto sopra accennato a titolo di esempio dà sufficientemente l’idea di cosa si tratta.
E’ quindi evidente che chi vuole ispirare speranza, come faceva Martini diceva in poche parole : leggete la parola o meglio studiate la parola e prendetela per quello che è cioè un racconto metaforico che conduce a pensieri alti che sono indispensabili per illuminare la vostra  vita e le vostre scelte.
Chi invece la speranza non ce l’ha perché non ha fiducia nelle capacità dell’uomo, come Ratzinger, invita a superare le paure di un mondo nuovo rifugiandosi nel miracolistico nel sentimentalismo nella presunta capacità di conforto da ricercarsi nel Gesù della tradizione , cioè in quello “inventato dai chierici”, non in  quello vero, che non può essere altro che  quello storico studiato dagli storici, dato che, voglio sperare, in vaticano si riconosca ancora che Gesù, cioè l’ebreo palestinese Jehoshua Ben Joseph è stato un personaggio storico reale.
Non si può evitare una domanda decisiva.
Il mondo di oggi e chi lo abita ed in particolare i suoi abitanti più significativi, perché vi abiteranno per più tempo, cioè i giovani, a quali delle due categorie sopra descritte danno credito?
I miracoli o il vaglio scientifico?
Non rispondo perché tutti conosciamo la risposta.


Vorrei sottolineare un’ultima cosa.
Viviamo in Italia e nel nostro paese il cattolicesimo ha connotazioni particolari non presenti nemmeno nei paesi che ci sono più vicini geograficamente e per cultura condivisa come la Francia o la Germania, per fare solo due esempi.
Da noi le figure dei preti e di conseguenza vescovi cardinali e papa sono ricoperti e percepiti con una veste di sacralità, che altrove è da tempo scomparsa.
E’ un’anomalia culturale, un vero e proprio errore teologico, perché nella dogmatica cattolica il sacro sta nei riti che celebrano i  così detti sacri misteri o nel libro sacro, non nel mediatore che è un uomo come noi e tale rimane perché il sacro, per i credenti, lo si raggiunge anche con l’aiuto della sua mediazione che favorisce un nostro contatto, che però poi e ben presto diviene rapporto diretto fra noi e il sacro.
Il mediatore è un mezzo che non diventa sacro anche lui per quello che fa. Questa visione errata, legata a una cultura religiosa senza fondamento, se non in una consuetudine di pensiero legata all’universo culturale-rappresentativo ormai scomparso della civiltà contadina, è però radicatissima in Italia e crea grossi problemi a chi la condivide acriticamente o inconsapevolmente.
Quando il prete è infedele alla veste ed alla missione, vedi i casi tutt’altro che rari di pedofilia, di abusi, di uso ladresco di soldi elargiti da fedeli per scopi nobili e usati per tutt’altro, l’uso della propria missione per crearsi una posizione di potere invece che di servizio, eccetera, eccetera, se si sono rivestiti i chierici di sembianze sacrali, sono percepiti in modo tanto sconvolgente da indurre moltissimi a non credere, anche contro agni evidenza, ai fattacci, che spesso l’autorità giudiziaria accerta. Si tratta di una forma collaterale di fanatismo e di superstizione che non è sufficientemente messa in luce e quindi la gente in buona fede non ne è consapevole.
Ed è un peccato perché anche in questo caso di un papa che appare poco all’altezza del suo ruolo ed alla sfida dei tempi, la stragrande massa dei fedeli lo assolverà in modo acritico rendendo un pessimo servizio alla chiesa nella quale crede ancora.
Come si sono voltati dall’altra parte per non vedere i casi di pedofilia.
Come hanno glissato sulle ruberie del vaticano.
Il fanatismo anche in buona fede non porta da nessuna parte e non serve a nessuno.
 

giovedì 15 novembre 2012

La nuova storiella che ci stanno raccontando : la politica nuova e pulita sarebbe l’antipolitica da stoppare, quella vecchia e corrotta sarebbe invece la politica vera da salvare





Questa democrazia comincia a scricchiolare e tutti ci comportiamo come se nulla fosse.
Ci sono in atto almeno due storture, che per di più sono in via di aggravamento.
Un capo del governo non eletto.
E una legge elettorale che stanno confezionando in fretta a furia in corso d’opera, cioè alla vigilia della scadenza della Legislatura al solo fine di bloccare il partito emergente di Grillo, cioè stanno cercando di impedire al popolo di fare vincere le elezioni a una lista sgradita dalla casta politica attuale.
Cominciamo dal Prof Monti, che è diventato capo del governo a seguito di una manovra politica condotta direttamente dal  Presidente Napolitano, esattamente un anno fa.
Allora riconosco di averla giudicata come una pensata politica anomala, irrituale, ma dotata di una certa genialità.
Di fronte al discredito internazionale che il paese subiva a seguito del dissolversi del berlusconismo nel ridicolo, che è il peggiore dei mali e alla palese incapacità della classe politica in carica di risolvere una crisi economica pesantissima e fuori controllo, restava come via maestra la facoltà del Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere mandando il paese al voto al più presto. E’ la via che con esiti diversi hanno scelto la Spagna e la Grecia.
Napolitano scelse invece un’altra strada che era chiaramente una strada traversa, nominando Monti senatore a vita e quindi creando le condizioni formali necessarie per dargli l’incarico di costituire una sorta di governo di salute nazionale.
Riconosco altresì di avere in passato avvertito nel berlusconismo che si dissolveva un tale pericolo anche per la stabilità della democrazia che anche su questo blog avevo auspicato che se in Italia ci fosse stato una qualsiasi figura di potere in grado di fornire ( o promettere credibilmente di fornire) una sorta di “lascia passare giudiziario” a Berlusconi, pur di togliercelo dalla circolazione questi sarebbe stato benvenuto.
Per questa ragione un anno fa avevo ammirato la mossa di Napolitano alla quale avevo addirittura attribuito perfino il carattere di una certa genialità, giustificata dal marasma e dalla palude immobile nella quale il paese stava andando a rotoli per precisa responsabilità di quella classe di governo incapace e corrotta.
Oggi dopo un anno di cura del governo Monti, definito farisaicamente tecnico, come se potesse esistere un governo non politico, ho molti dubbi sulla bontà di quella scelta.
Forse la strada maestra delle elezioni anticipate allora sarebbe stata di gran lunga la migliore.
Prima di tutto avrebbe consegnato alla storia ed all’elettorato un giudizio netto sul berlusconismo e sulla sua incapacità di governare alcunché.
Se gli interessi sul debito pubblico italiano erano arrivati un anno fa a percentuali da bancarotta non era per opera dello spirito santo o della cattiva sorte, ma di un governo preciso,  e quindi sarebbe stato giusto chiamare questo stesso governo a renderne conto ed a pagare politicamente il conto relativo.
Poi avrebbe mandando a casa subito i parlamentari più indegni della storia repubblicana, se si pensa che gli indagati, pregiudicati o prescritti, che siedono nel parlamento attuale sono più di cento e quindi la loro cacciata sarebbe stata veramente indifferibile per salvaguardare la dignità delle istituzioni.
E infine ci avrebbe risparmiato la sceneggiata di un governo, presunto tecnico, che è servito solo a fare da foglia di fico per nascondere la incapacità già nota e accertata del berlusconismo a fare una qualsiasi azione politica atta a fare riprendere il paese e l’altra speculare incapacità di una sinistra che non è più definibile come tale e che pure non è stata in grado né di fare e nemmeno di proporre una politica alternativa, tanto che ha accettato di buon grado l’inciucio con quello che avrebbe dovuto essere il suo arci-nemico, cioè il berlusconismo per di più in via di decomposizione.
Il governo presunto tecnico è stato di fatto la prosecuzione del berlusconismo, alleato a quella che era stata per vent’anni la sua controparte.
Cioè uno spettacolo del quale si sono vergognati gli stessi attori (vi ricordate quando i vertici si svolgevano per passaggi segreti cercando di nascondere finanche il fatto che fossero avvenuti?).
Poi purtroppo gli italiani si bevono tutto per tirare avanti e hanno fatto finta di niente.
Ma non è stata una buona idea.
Dopo un anno di governo Monti non è stato raggiunto un solo obiettivo rilevante per il futuro del paese, che sta ora peggio di prima, salvo gli interessi sul debito, diminuiti, ma tutt’altro che al sicuro.
La politica economica di Monti avvallata dai berlusconiani e dalla ex sinistra è un liberismo ragionieristico senza alcuna visione  né progetto sul medio-lungo periodo.
È una politica che è intrinsecamente sbagliata e che porterà al peggio.
L’Europa che imporrebbe tutto è un’altra foglia di fico per nascondere l’inanità di questa classe politica che sarebbe stato meglio mandare a casa un’ anno fa.
Ora per male che vada si andrà a votare al più tardi in aprile, ma sarebbe stato più saggio evitare dopo vent’anni di stagnazione questo ulteriore anno tutt’altro che brillante, dato che le premesse erano tali da non poter promettere nulla di nuovo.

giovedì 8 novembre 2012

La rabbiosa reazione di Wall Street alla rielezione di Obama





Non era per niente prevista, anzi.
Gli analisti finanziari prevedevano quasi all’unanimità un rialzo generalizzato delle  borse il giorno dopo l’elezione del presidente americano, seguendo una regola elementare dei mercati secondo la quale gli stessi vanno giù nei momenti caratterizzati da forte incertezza e invece vanno su quando gli elementi di incertezza (come le elezioni) finiscono.
E allora perché si è verificato il calo più pesante della storia recente a seguito di un’elezione presidenziale?
In fondo, dei due concorrenti, il moderato era Obama e l’estremista Romney.
E i mercati, ci è stato ripetuto mille volte, temono le svolte repentine che gli estremisti potrebbero imprimere, causando appunto la famosa incertezza, che impedisce di pianificare le strategie economico-finanziarie.
In una materia come la finanza che usa molta matematica per mettere a punto le sue alchimie a base di algoritmi, non c’è mai il bianco e il nero e men che meno non ci sono per niente  teoremi che reggano la materia, che invece scappa da tutte le parti come la lava incandescente.
Tant’è che tutti ci ricordiamo le vistose figuracce fatte in blocco dalla casta degli economisti, quando nessuno di loro è stato capace di prevedere la crisi nella quale siamo ancora impantanati.
Non essendoci molte certezze né troppi punti fermi non è stato certo difficile per gli analisti finanziari venderci la loro spiegazione dell’arcana caduta di Wall Street di ieri.
Hanno infatti tirato in ballo la presunta paura dell’ammontare sempre più vistoso del debito pubblico americano.
Peccato però che questi stessi analisti ci ripetano in continuazione che mentre un debito pubblico tipo il 100% del Pil è da considerare pericolosissimo in Europa, se questo si viene a trovare negli Usa, non è il caso che nessuno si preoccupi, perché negli Usa c’è il dollaro, che è ritenuto una moneta tanto sicura da indurre il resto del mondo a comprare titoli del Tesoro Usa a valanga anche se non rendono pressoché nulla, cosa del resto innegabile.
E quindi gli Usa avrebbero licenza di stampare dollari a manovella.
E allora come la mettiamo.
Quando succedono fatti come questi è inevitabile pensare male.
Sarà anche vero che sarebbe infantile ipotizzare l’esistenza di una cupola della finanza in grado di far girare i mercati a piacimento, per la semplice ragione che il così detto flottante, cioè la quantità di denaro che circola per le borse mondiali in una giornata è un tale oceano che nessuno al mondo ha materialmente i soldi per indirizzare il mercato.
Vero, ma come tutto in questa materia le verità sono  tali solo fino a un certo punto.
Facciamo un ragionamento elementare, se quello che è stato il paperone italiano per alcuni decenni e mi riferisco a Gianni Agnelli, (non quell’altro, come qualche sprovveduto potrebbe pensare, perché quell’altro è un “parvenue”, ricco ma sperperatore ed ora non è nemmeno più tanto ricco come occorre per essere membro di certi clubs) ha controllato la Fiat per anni possedendo solo una quota marginale di azioni, non è azzardato pensare che esistano alcune persone fisiche in rappresentanza di fondi di investimento, di banche d’affari, di hedge fund, di fondi sovrani in grado se non di fare i loro comodi, ma almeno di far venire il raffreddore ai mercati se decidono di farlo.
Ebbene, costoro a quanto pare non amano molto Obama.
Questo fatto è paradossale se si pensa che lo stesso Obama è stato molto criticato in casa propria perché quattro anni fa aveva promesso di regolamentare le attività finanziarie in modo almeno da impedire il ripetersi degli eccessi di speculazione selvaggia che sono stati la causa di questa crisi.
E in effetti Obama su questo punto non ha fatto abbastanza nel senso che ha partorito un pateracchio all’italiana consistente in una legge di oltre mille pagine (la Dodd-Frank, approvata nel 2010) che ha fatto scena ma non ha risolto nulla, non avendo affrontato il nodo della questione cioè l’elementare divisione fra banche di sportello e banche d’affari.
Con questa semplice riforma si impedirebbe che le banche raccolgano i soldi dei vari Signori Smith o Rossi per investirli in operazioni speculative talmente complicate che nemmeno Einstein ci capirebbe qualche cosa, col risultato di spennare i medesimi Signori Smith o Rossi, arricchendo smisuratamente una casta di banchieri senza scrupoli.
I vari Signori Smith hanno ovviamente le loro colpe nel senso che se si fossero accontentati dei corrispondenti dei nostri buoni del tesoro non avrebbero dilapidato il loro gruzzoletto, ma si sa bene quale sia l’attrattiva di interessi da capogiro se a proporre certi titoli incomprensibili è l’impiegato di sportello della nostra banca, che magari conosciamo da una vita.
E’ troppo affermare che i vari Signori Smith, che poi costituiscono il famoso ceto medio al quale tutti fanno la corte avrebbero il pieno diritto di trovare dei politici che li rappresentino per fare i loro interessi e non quelli dei super-ricchi?
Ad Obama si chiedeva questo, cioè niente di trascendentale e non lo ha fatto, ma ieri è successo che il Dow, il maggiore indice di borsa americano è sceso sotto i 13.000 punti, cioè ha oltrepassato quella che i soliti analisti finanziari chiamano le sogli psicologiche e quando questo avviene può seguire tempesta.
Questo fatto può essere interpretato in mille modi, ma è ovvio che la spiegazione più ovvia è che i Signori di Wall Street si siano molto spaventati.
Potrebbe essere un buon segno se significasse che la rielezione di Obama rende ora realistico pensare alla possibilità di rendere trasparenti certe operazioni finanziarie ,che lucrano invece sulla loro opacità.
Ora è anche vero che tutto il mondo è paese e che se in Italia un’infinità di sindaci si sono fatti infinocchiare da mirabolanti proposte finanziarie dirette  ad vendere derivati, cioè prodotti fatti apposta per non essere né spiegabili, né intellegibili, la casalinga di Milwaukee non si vede perché non avrebbe dovuto farsi abbindolare da aperture di credito insensate e da mutui la cui insostenibilità, non era poi così difficile da verificare.
Ringrazino la deregulation di Reagan e di Bush.
Ora però il ceto medio ha tutto il diritto di essere stufo di essere etichettato come “il parco buoi” da tosare da parte degli altezzosi operatori di borsa e finalmente pretenderebbe di essere tutelato con regole che impediscano operazioni molto simili alla truffa o alla circonvenzione degli investitori incolti.
Obama ,dicono gli espertoni, prima  non poteva osare perché nei primi quattro anni sarebbe stato la famosa “anatra zoppa” sulla quale incombe il rischio di trombatura nelle successive elezioni.
Ora è all’ultimo mandato e quindi non ha davanti alcuna nuova campagna elettorale e quindi avrebbe le mani libere.
Ci mettiamo quindi in attesa.

giovedì 1 novembre 2012

Signori si cambia : scendere prego!




Erano mesi che gli istituti di analisi demoscopiche registravano i segnali del “big one”, il terremoto politico del secolo, in arrivo.
Le elezioni regionali siciliane ne hanno dato la prima conferma, ridicolizzando i  partiti al governo a Roma, abbracciati in una oscena ammucchiata, perché privi di una qualsiasi visione politica.
Sembra la ripetizione dell’altro scossone epocale, che ha subito la politica italiana vent’anni fa, dopo Tangentopoli.
Allora si veniva da un lungo periodo  di immobilismo che angustiava la gente, come la angustia oggi.
Tutti si accorgevano della incapacità della classe politica di fare alcunché, ma quasi nessuno credeva che fosse possibile  veramente far cambiare o ancor peggio far cadere i due giganti che avevano tenuto in piedi il sistema per oltre quarant’anni: la DC e il PCI.
Poi improvvisamente questo è successo e il sistema è imploso di colpo, ma lo ripeto, nessuno ci avrebbe creduto prima.
Ricordo di avere avuto allora l’opportunità di colloquiare con alcune teste d’uovo di quella che era forse la più famosa impresa di consulenza aziendale del mondo, la Cooper & Lybran, (oggi Pricewaterhouse Cooper) da poco sbarcata in Italia per verificare la possibilità di mettere insieme una loro branca capace di offrire servizi per modernizzare il settore  pubblico italiano.
Per quello scopo si erano serviti anche loro dei più sofisticati strumenti di analisi demoscopiche per cercare di decifrare la nostra intricatissima situazione politica e con il solito pragmatismo americano avevano concluso in tutta tranquillità che c’era in arrivo un big one, che avrebbe spazzato via il sistema politico esistente e che le prime affermazioni della Lega erano da prendersi molto sul serio come sintomo di quel cataclisma in arrivo.
Invidio ancora oggi l’incredibile livello professionale, che aveva consentito loro di dire quelle cose alcuni mesi prima che succedessero e senza che nessuno ci credesse.
Oggi invece si è arrivati  a un tale livello di saturazione quanto a sfiducia e disgusto verso chi ha governato per gli scorsi vent’anni, che a un grande ribaltone imminente tutti non solo ci credono, ma  sono praticamente sicuri del suo prossimo arrivo.
E ne sono sicuri per una ragione molto semplice, perché sanno di avere in mano il coltello per il manico e in cuor loro hanno già deciso che voteranno diversamente da come avevano votato prima o non voteranno affatto, che è anche questo un modo di esprimere il proprio parere contrario al sistema presente.
Oggi il catalizzatore non è più la Lega, ma il Movimento 5 stelle, che ha in più il vantaggio di poter giocare a livello nazionale, mentre la Lega non è mai riuscita ad essere una forza politica nazionale.
Aumenta quindi la  forza dirompente di questo nuovo e inedito movimento.
La Lega vent’anni fa era riuscita a fare il botto con diversi 20% e oltre al Nord, che però a livello nazionale le faceva sfiorare il 10%, ma nulla di più.
Il Movimento 5 stelle è accreditato di un range che va dal 15% al 20% e quindi diventa determinante in qualsiasi gioco.
La gente dell’establishment, di questo deterioratissimo establishment, che ha schierato  personaggi ributtanti da fine dell’impero romano finge meraviglia per un comico, un teatrante come Beppe Grillo, che si appresta a gestire una leadership politica.
Ma chissà chi era Berlusconi se non il più emblematico uomo di spettacolo che sia mai comparso in politica?
Chissà chi era Ronald Reagan presidente degli Usa per ben due mandati negli anni 80 e attore di professione.
E non era stato forse soprattutto un grandissimo teatrante quel papa Woytila, che non a caso la carriera teatrale aveva praticato e con successo negli anni giovanili?
La comunicazione teatrale fa parte del bagaglio politico da sempre.
Quello che la gente rifiuta di questo aspetto è il suo uso cinico, cioè il servirsi della capacità di comunicazione per recitare contemporaneamente una parte e il suo contrario e qui veramente  Berlusconi docet.
Grillo, è inutile negarlo, come teatrante è un maestro. Con lui le piazze sono sempre piene o pienissime proprio per la sua capacità.  
Questo fatto, ancora inutile negarlo, potrebbe anche essere un pericolo se queste capacità venissero sfruttate per ottundere il senso critico della gente, che è credulona per natura (ancora Berlusconi docet).
Ma facciamoci una domanda  : qual è la differenza fra un teatrante e un politico?
Cioè cos’è che può fare di un teatrante di professione un politico anche di buona statura come è stato Ronald Reagan, o un papa carismatico come è stato Karol Woytila?
Ovvio, la visione.
Ma la visione di lungo periodo bisogna averla, se no si rimane teatranti e basta.
E Grillo passa l’esame?
Si direbbe di si, se si sa di cosa si parla, beninteso, cioè se si è seguito Grillo per i vent’anni durante i quali sul suo blog ha costruito una linea politica precisa usando le nuove tecnologie con molta intelligenza per tirarne fuori le loro enormi potenzialità, con l’indispensabile aiuto tecnico del suo così detto guru Casalegno.
Chi conosce quel blog sa per esempio che ogni articolo (e mi trattengo dal chiamarlo post come si chiama realmente) è seguito da un riferimento bibliografico per invitare il lettore a un approfondimento.
E dio sa quanto sia utile alla fine di questo ventennio berlusconiano, che ha spinto la gente a ragionare “di pancia” e non “di testa o di cuore”, come si dovrebbe, riconquistare un minimo di senso critico, di capacità di documentarsi prima di straparlare, ripetendo regolarmente la propria litania di pregiudizi, che non ci faranno fare mai un passo avanti, ma solo dei gran passi indietro.
Ci sono anche i rimandi (e mi trattengo dal chiamarli link come si chiamano per non urtare i non abbastanza informatizzati) ai filmati anche loro necessari per approfondire.
Insomma per vent’anni Grillo ha fatto tutt’altro che il teatrante perché in realtà ha esercitato quella funzione didattica che da anni i grandi partiti nazionali avevano cessato di fare.
Cosa vuol dire fare funzione didattica?
Vuol dire per esempio spiegare alla gente con mille trailer di giornalismo d’inchiesta che la “grande opera” in Val di Susa è totalmente inutile ed è traducibile solo in una ennesima mega-mangeria dei soliti noti.
Far vedere alla gente, documentandolo, che Taranto è una città avvelenata, non ora che lo sanno tutti, ma quando nessuno ne parlava.
Mostrare alla gente che gli inceneritori e le discariche sono delle fabbriche di malattie, che non risolvono il problema dello smaltimento dei rifiuti, ma non ora che quasi tutti fanno la differenziata, quando non solo non la  si faceva, ma nemmeno si sapeva cosa fosse.
Fare una campagna per dimostrare che la  cementificazione dei campi deve finire perché da anni si costruiscono case vuote che rimarranno vuote perché il mercato  è saturo e questo campagna farla vent’anni fa non oggi quando tutti l’hanno capita se pure in ritardo.
Dire che la politica di austerità dei così detti tecnici è una emerita frignaccia, che farà avvitare la crisi su sé stessa e allargherà la disoccupazione e che di conseguenza le direttive europee vanno ridiscusse e che soprattutto occorre dare la priorità assoluta all’occupazione giovanile o con un programma di servizio civile generalizzato per realizzare servizi e infrastrutture o con un salario garantito.
Qual è allora la differenza nel fare politica fra un politico e un teatrante?
La differenza è che il politico (Grillo) invita ad affrontare il problema qualunque possano essere le conseguenze, fino all’uscita dall’Euro, cominciando dal realizzare quello che si ritiene la priorità assoluta (l’occupazione giovanile).
Mentre il teatrante (Berlusconi )  comincia dalla coda invece che dalla testa per tirare nella rete i soliti creduloni con degli slogan finti rivoluzionari : “fuori dall’Euro” e “abbasso la Germania plutocratica che ci invade con l’economia invece che coi panzer” nascondendo l’unico e solo punto del suo ristretto programma politico : abbassare le tasse ai ricchi e distruggere lo stato in modo che le caste, le cosche, le logge, le corporazioni continuino a fare gli affari loro, come  hanno fanno in questi vent’anni.
Ma ora arriva il big one e per molti è finita: Signori si scende!