lunedì 10 ottobre 2022

Limes “Il mare italiano e la guerra” Numero 8 / 2022 La tempesta bellica agita le onde di casa. Come la Russia aggira la Nato. In Ucraina la posta è anche il Mar Nero - Edizioni Gedi – recensione

 



Contemporaneamente all’uscita di questo numero della Rivista, Limes ha tenuto a Trieste la terza edizione de :“Le giornate del Mare 2022” presentata col titolo : Trieste e il Trimarium.

Accenno per chi è interessato ma non pratica abitualmente la geopolitica che uno dei termini sinceramente inusuali, considerati però fra l’abc della materia è “talassocrazia”, cioè il potere, la potenza declinata sull’acqua.

Non è un caso allora evidentemente che questa disciplina consideri gli Stati Uniti tuttora la potenza imperiale egemone assoluta proprio perché è l’unica detentrice di ben sette flotte che permettono il controllo dell'intero pianeta.

Sembrerà strano ma sopratutto nel nostro paese sembra proprio che non si sia abituati a prendere in considerazione l’importanza dei mari e quindi la presenza o meno di una flotta adeguata che in qualche modo trasmetta all’esterno il peso specifico del Paese nel quale viviamo.

Sappiamo tutti che viviamo in un paese a forma di stivale e che quindi simo dotati di coste e di mare più che di terra.

Ma che quello che in geopolitica si definisce la proiezione di potenza del paese o se vogliamo rimanere nei semplici termini da bar sport il peso che gli altri attribuiscono al nostro paese è essenziale perchè è in base a quel giudizio che di fatto il resto del mondo ci fa giocare in serie A o B o C o ancora più giù.

Ecco pressoché tutti gli analisti che hanno contribuito a questo numero si sforzano di rendere consapevoli i lettori di quanto sia importante saperci porre come potenza marittima anche magari con obiettivi strategici limitati, ma almeno consapevoli delle regole del gioco.

Presumo che sia arduo porsi il compito sopra accennato visto che anche il di solito brillantissimo direttore Caracciolo, questa volta nel saggio introduttivo mi è sembrato quasi un po spento, come se si fosse ormai rassegnato a parlare di proiezione sul mare per dovere ma temendo di non ricevere l’ascolto che sarebbe necessario.

Però a quanto ho potuto constatare seguendo l’evento di Trieste sul canale di Limes su Youtube, questa terza edizione ha avuto un buon successo anche a ragione del livello decisamente elevato dei partecipanti Capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa compresi.

Il volume è comunque decisamente ben impostato ed esaustivo.

Viene fornito un indispensabile excursus storico sulla formazione della nostra Marina e sull’evoluzione nel tempo della sua posizione strategica.

Dal Mediterraneo, al Mediterraneo allargato con possibilità di proiettarsi anche oltre.

Non è messa male la nostra Marina e a sentire quando dicono i vertici gli obiettivi strategici sono stati individuati correttamente.

Ovviamente poi dipende dalla politica trovare i finanziamenti necessari.

Apprendiamo dalle analisi di questo volume che ancora una volta da parte degli oggi tanto invocati “tecnici” ci sono sia le idee che le competenze necessarie.

Manca la volontà politica?

Difficile dirlo perché siamo alla vigilia della formazione del primo governo di destra-destra della storia repubblicana, e quindi non ci sono precedenti, vedremo.

Il lato debole in questa questione, cioè della non consapevolezza nell’opinione pubblica dell’importanza della proiezione dl Paese sul mare, sta in qualcosa difficilmente definibile.

Psiche collettiva?

Qualcosa di simile, perché è fuori discussione che a settant’anni dalla fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, pare che lo shock collettivo non sia ancora stato metabolizzato.

Incredibilmente come in Russia il politicamente corretto vuole che la parla guerra non sia nemmeno pronunciata.

Nel volume viene non a caso riferito che alla Commissione competente della Camera in una delle ultime audizioni il Capo di Stato Maggiore non ritenendo di poter nemmeno pronunciare la parola guerra ha sempre ricorso a espressioni inglesi,ritenute meno coinvolgenti.

Stanti così le cose ci viene più volte ripetuto che per spiacevole che sia la realtà è che se un popolo si arma per difendersi e per proiettare la propria strategia sugli altri deve anche mostrare di possedere una psicologia collettiva che gli consenta di imbracciare le armi in casi di necessità.

Ove il medesimo popolo ritenga di non voler assumersi questo atteggiamento come impegno o dovere è opportuno e doveroso che gli venga detto chiaramente che la sua scelta significa ascrivere il Paese medesimo nell’elenco delle prede.

Ecco questo pare non essere affatto chiaro, cioè di questa equazione è evidente che non c’è alcuna consapevolezza nella società italiana.

Il fatto che siamo in buona compagnia ad esempio coi Tedeschi e in atri scenari geografici coi Giapponesi, non ci esime dal porci seriamente il problema.

Detto questo mi permetto di avanzare due osservazioni.

Mi ha stupito che un cast di analisti così abituati a valutare l’importanza in geopolitica dei miti e delle percezioni collettive non abbia ritenuto di dedicare un saggio a ricapitolare la storia delle Repubbliche Marinare italiane che sono ben vive nel bagaglio scolastico di ciascuno di noi.

Altra osservazione. Mi stupisce che pur essendo ben consci del fatto che l’opinione pubblica è ormai avvezza da anni a non prendere nemmeno in considerazione l’idea di trovarsi intrappolata direttamente in una guerra gli analisti di Limes non insistano abbastanza in qualche modo nel rendere più digeribile il concetto di attitudine a presentarsi come credibilmente disponibili a imbracciare le armi in caso di minaccia ai nostri vitali interessi, che è pure fondamentale, presentando come obiettivo più vicino e più verosimile il battersi politicamente per conservare una strategia di equilibrio delle forze.

Vedi l’iconico Congresso di Vienna tanto bene cantato e decantato dal maggiore geopolitico vivente cioè Henry Kissinger.





lunedì 3 ottobre 2022

Antonio Scurati : Gli ultimi giorni dell’Europa - Romanzo – Bompiani Editore – recensione

 






Formidabile anche il terzo volume della trilogia su Benito Mussolini di Antonio Scurati.

Questo è un romanzo ci dice l’autore, ma aggiunge subito però che è come se fosse un libro di storia, talmente tutto quello che vi è descritto è appoggiato a fonti storiche verificate.

Di conseguenza vorrei dire non è formalmente un libro di storia ma è qualcosa di più, proprio perché è scritto come fosse un romanzo.

Il grande vantaggio della scelta di Scurati è che non si lascia prendere la mano dalla vulgata anti-fascista che sett’antanni dopo la fine del fascismo è ancora da molti ripetuta acriticamente sulla falsariga del mantra sul presunto “male assoluto”,secono il quale tutto il male è da una parte e tutto il bene dall’altra.

Checché ne pensino gli auto-nominatisi soloni di questo manicheismo ideologico non è così che funziona la storia e non è così nella vita reale, dove semplicemente esistono e agiscono soggetti che comunque sono persone umane, che hanno fin quando si vuole commesso errori anche irrimediabili.

La versione manicheista dell’anti-fascismo che considera inammissibile verificare se il fascismo ha fatto anche qualcosa di positivo è tagliata apposta per fare in modo che tutto il carico degli errori sia caricato addosso a Mussolini ed ai suoi e considerare il popolo italiano di allora come composto da bravi cittadini colpevoli di niente perché costretti a subire tutto da una truce dittatura.

Ma non è così.

Chi ripete ancora oggi questi giudizi talibani vada a rileggersi per esempio il fondamentale testo dello storico Goldhagen sui “volenterosi carnefici” di Hitler.

I popoli erano con loro.

Sarà fastidioso da digerire ma la documentazione storica è quella che è.

La scelta di Scurati è quella di studiare e parlare senza para-occhi di quelle vicende cercando di vedere non eroi contro biechi tiranni, ma semplicemente persone umane che fanno la storia nel bene e nel male.

Succede allora per esempio che pur dovendo parlare del periodo storico (triennio 1938-1040) nel quale il fascismo ha realizzato le sue peggiori nefandezze come le leggi razziali e l’entrata in guerra insieme al terzo Reich, nelle prime pagine del libro l’autore parla della prima visita di Adolf Hitler a Roma e Firenze quando viene scelto un accademico di archeologia, il Prof.Bandinelli, tra l’altro antifascista,per fare da guida all’illustre ospite mostrandogli alcuni dei maggiori tesori fra i beni culturali italiani.

Ed allora si verifica un evento personale inaspettato e cioè che l’accademico antifascista sopra citato si ritrova a scoprire con grande sorpresa che quell’artista mancato del Fuerer del Nazismo oltre a interessarsi vivamente dei capolavori che visita prova evidenti momenti di forte commozione.

Evidentemente Adolf Hitler era tante cose insieme e mentre alcuni aspetti della sua personalità erano semplicemente luciferini, era anche un persona umana.

Questo professor Bandinelli non nasconde invece una immediata assoluta antipatia nei confronti del Duce del Fascismo , che dei capolavori dell’arte non dava segni di interessarsene per nulla.

Altre pagine di vero godimento per il lettore si trovano ancora all’inizio di questo libro di storia che diventa un romanzo per l’abilità dell’autore e sono quelle dedicate al fastoso ricevimento in onore dell’ospite tedesco nel quale il protocollo costringe a mettere in primo piano nella parte di autorità ospitanti sua maestà il Re e Imperatore Vittorio Emanuele III con relativa Regina e Imperatrice, accompagnati da uno stuolo di nobili e nobil-donne e quindi parallelamente mettere in ombra il Duce del Fascismo, coi suoi gerarchi.

Cosa che appare inverosimile agli ospiti nazisti, che considerano chiaramente quei rappresentanti della nobiltà niente più che parassiti fuori dalla storia, che però si permettono di guardarli dall’alto in basso, facendoli infuriare.

Fantastica la descrizione del capo delle SS Heinrich Himmler che già di umore cupo per sua perversa natura diventa nerissimo quando realizza che non conoscendo altra lingua all’infuori del tedesco non è in grado di conversare con nessuno e dovrà rimanere seduto lì per delle ore a guardare i lampadari.

Tornando al fascismo mentre nei due volumi precedenti ma sopratutto nel primo Scurati non nasconde non dico una qualche simpatia, che in realtà non c’è, ma almeno una sincera considerazione per alcune innegabili qualità del primo Mussolini.

Come è noto gli storici ,DeFelice in testa, non negano ed anzi documentano che nel primo decennio Mussolini abbia goduto di un consenso popolare generalizzato.

Non per caso è stato spesso usato il termine l’arci-italiano, per descrivere in modo sintetico e colorito l’abilità dell’uomo di identificarsi con i pregi e i difetti del suo popolo,abilità che probabilmente lo ha aiutato in modo determinante ad acquisire e conservare a lungo quel consenso.

Poi nel secondo volume passato il primo decennio Scurati si arriva a descrivere il periodo che porterà il fascismo all’apoteosi della proclamazione dell’Impero nel 36.

E molto opportunamente ancora Scurati si era preoccupato di spazzare via luoghi comuni usando il dovuto senso storico che costringe a farla finita col guardare a quei fatti con risolini di commiserazione come se la conquista dell’Etiopia fosse stata una passeggiata e non una guerra molto seria con l’esercito allora più potente del continente africano.

La proclamazione dell’impero nell’ottica del fascismo è il trionfo e in questo modo era stato inteso dalla gran parte del popolo italiano.

Chiarito questo in quel volume avevo apprezzato moltissimo il tentativo di Scurati di far fare un bagno di umanità a quei personaggi esaltati dalla conquista dell’impero con le considerazioni umanissime di un personaggio certo non secondario.

E Scurati aveva fatto parlare la di solito negletta moglie del Capo, illetterata e addirittura quasi analfabeta, ma dotata di solida cultura contadina che dopo la proclamazione dell’Impero si rivolge al marito cercando di fargli mettere i piedi per terra dicendogli : ora hai ottenuto tutto, cosa vuoi di più, ora ritirati dalla vita pubblica.

Ecco la storia avrebbe anche potuto prendere una piega più umana.

Ma disgraziatamente le cose non sono andate così e Scurati è stato costretto a scrivere invece anche questo terzo volume nel quale per Mussolini non si intravede pressoché più nulla che non sia la caduta nel precipizio, la discesa negli inferi, tirandosi dietro purtroppo tutto un popolo, che ormai volente e consenziente cominciava a non esserlo più.

Molto spazio l’autore dedica giustamente alla “questione razziale”ed ancora più giustamente colloca geograficamente il “romanzo” col quale descrive questa tragedia a Ferrara, perché città simbolo ,dove cittadini di religione ebraica hanno vissuto praticamente da sempre e nella massima integrazione, si è detto città simbolo anche in ragione della figura iconica del Podestà ebreo Renzo Ravenna.

E questo è proprio quello che consente all’autore di mostrare quanto illogico, insensato e inverosimile per i ferraresi, ma il discorso vale per tutti gli italiani , potesse essere l’essere costretti a un certo momento e per di più a freddo e a comando mettersi a discriminare i vicini di casa, i compagni di scuola, i negozianti, gli amici di sempre perché di fede ebraica o solo di madre ebraica.

Ecco un primo evidente caso di un popolo che non condivideva più, non capiva più, ma purtroppo non seppe andare oltre alla commiserazione compassionevole che procurò agli interessati discriminati più sofferenza che sollievo, e fu di fatto totalmente incapace di reagire al sopruso impostogli.

Non è una giustificazione sufficiente ,ma Mussolini non fu solo a imporre il razzismo anti-ebraico e di questo solitamente non si tiene abbastanza conto.

Non reagì il Re e Imperatore, che ,consideriamo bene questo fatto oggi troppo spesso sottostimato, non era affatto privo di potere ,ricordiamoci infatti cosa farà il Re il 25 luglio 1943, perché lo Statuto gliene dava il potere evidentemente.

La sopra-citata vulgata anti-fascista di maniera ci ha troppo spesso impresso nella mente l’idea di un Mussolini totalmente onnipotente,ma non era realmente così, c’era il regime totalitario ma sempre in una situazione di se pur relativi “pesi e contrappesi”.

Tra l’altro non tutti i gerarchi e nemmeno quelli che erano membri del Gran Consiglio la pensavano allo stesso modo di Mussolini, vedi per esempio i notissimi Italo Balbo e Dino Grandi.

Non trascuriamo nemmeno il peso rilevantissimo della Chiesa e del suo Papa, questo sì onnipotente nell’esercizio del suo potere.

Ma che ha fatto ben poco per prevenire ed impedire quel crimine contro l’umanità.

L’ho detto sopra l’autore dedica molte e molte pagine alla preparazione ed all’adozione delle leggi razziali e ci propone motivazioni diverse.

Quella che mi sembra più pregnante è quella che fa il paio con la ragione probabilmente più verosimile che aveva indotto i Turchi al genocidio degli Armeni quindici anni prima: morsi dall’invidia vedevano che quelli pure essendo una minoranza stretta avevano occupato una quantità sproporzionata di posti di potere ,ma sopratutto erano attratti dalla rapina selvaggia pura e semplice dei loro beni che erano consistenti.

E’ molto probabile infatti che l’ideologia abbia abbia avuto un ruolo secondario sia in un caso che nell’altro.

L’altro argomento che impegna un gran numero di pagine in questo terzo volume è e non poteva essere diversamente che l’entrata in guerra.

Scurati documenta mi pare in modo incontrovertibile che almeno in questo caso , così come nella persecuzione degli ebrei come sopra si è detto,il popolo con Mussolini proprio non c’era e che però ha subito praticamente senza reagire la decisione del Capo.

Folle decisione ,perché ,diversamente da quello che si crede abbastanza diffusamente, Mussolini non ha assunto una determinazione di quel peso né a cuor leggero, né perché sviato da informazioni scarse o volutamente false da parte dei militari,circa la preparazione delle forze armate.

Scurati ci documenta puntualmente invece dei vari “tavoli” dietro ai quali il Duce si era seduto a più riprese coi tecnici militari,e gli Stati Maggiori dai quali aveva per tempo ricevuto rapporti precisi e dettagliati sullo stato deplorevole delle nostre forze armate.

E in quelle occasioni anche il Duce aveva convenuto che non avrebbe avuto nessun senso parlare di guerra quando le forze armate avrebbero avuto bisogno di anni e di finanziamenti ingenti per diventare competitive.

Senza mezzi termini a Mussolini era stato detto in faccia che sarebbe stato necessario partire dieci anni prima per divenire competitivi nel 1938/39.

Tanto che il medesimo Duce la stessa cosa l’aveva avventatamente riferita addirittura al Fuerer, se pure riducendo il numero degli anni necessari a soli quattro o cinque.

Su questo non ci sono dubbi, i tecnici militari italiani e i generali erano stati sinceri e trasparenti.

Purtroppo però a obnubilare la mente del Duce è stata la mala fede del Fuerer che non è mai stato onesto e trasparente nei suoi riguardi , tanto che a partire da Monaco, all’invasione della Cecoslovacchia a Danzica e relativa invasione della Polonia fino all’attacco alla Francia sulle Ardenne, cioè sempre ,aveva messo l’amico italiano di fronte al fatto compiuto.

Il che vuol dire che di conseguenza prima dei fatti decisivi gli aveva sistematicamente propinato delle notizie false circa le sue intenzioni e la sua strategia.

Questo è importantissimo perché di fatto sono questi i fatti che hanno cambiato radicalmente il rapporto fra i due dittatori.

Cioè se prima Mussolini era il maestro riconosciuto e riverito da Hitler, poi in questo triennio fondamentale, Mussolini è diventato sempre più succube in una amicizia e poi di una alleanza del tutto squilibrata, che lo metteva nella scomoda posizione di puro gregario e questo lo faceva andare in bestia.

Se poi mettiamo sulla bilancia anche l’enorme capacità militare messa in campo dalla Germania che si è inventata di sana pianta da Blietzkriege ,la guerra lampo riuscendo a conquistare l’Europa in settimane, non mesi, facendo uso di carri armati apparsi mostruosi per la loro efficienza agli avversari così come la coordinazione fra forze di terra ed aviazione, usando tecniche di comunicazione ovviamente non padroneggiate dagli altri, riusciamo a realizzare come il Duce si presentasse ormai come un pugile suonato ancora prima di prendere qualsiasi decisione.

Hitler aveva cambiato radicalmente le carte in tavola e non solo con Mussolini, ma di fronte al mondo.

Se posso fare un rilievo mi meraviglia che trattando con competenza e maestria questi argomenti, l’Autore non abbia osservato a questo punto che è più che sorprendente che non solo il fascismo, ma anche quelli che diverranno i Paesi Alleati coi loro servizi segreti ,compreso il tuttora in Ucraina leggendario servizio di informazione inglese, fossero risultati quasi del tutto al buio sulla capacità militare raggiunta dalla Germania hitleriana.

In questa situazione che doveva fare Mussolini?

Ha sbagliato tutto va bene ,ma fa umanamente pena per esempio quando Scurati ci descrive i suoi colloqui con Hitler quando l’ex maestro di fascismo italiano gli ha già da tempo comunicato praticamente di non avere un esercito neanche lontanamente competitivo e si scervella per inventarsi delle scuse penose per tirarla in lunga, mentre quell’altro gli dimostra di conoscere nei dettagli i dossiers militari.

Gli sciorina a memoria lunghissimi elenchi di numeri, gli parla nei dettagli delle sue nuove armi comprese mitragliatrici di nuovo tipo delle quali Mussolini chiaramente non sa nulla ed arriva a metterlo ko quando preso dall’argomento gli chiede cosa ne pensasse del nuovo sistema di caricamento che avevano queste nuove mitragliatrici delle quali lui non conosceva nemmeno il nome.

Sono particolari che più di qualsiasi dotto discorso storico fanno capire tutto.

E cioè che Mussolini a questo punto capisce dentro di sé di essere insanabilmente “fregato”, perché non ha praticamente più scelta.

La guerra non può più evitarla, ma il suo popolo non la vuole e comunque non è in grado di combatterla.

E’ una situazione orribile.

Quand’anche avesse detto di no a Hitler è ben consapevole che quello aveva la capacità di invadere l’Italia in pochi giorni.

Se diceva di sì, che senso aveva il suo sì quando il Fuerer sapeva bene che il suo amico italiano non era in grado di essergli militarmente di alcun aiuto?

L’intervento italiano per Hitler non avrebbe significato altro che un fronte sicuro e quindi non necessitante spostamenti di truppe che avrebbero indebolito la sua poderosa avanzata altrove ,ma niente di più.

Scurati più che dirlo lo accenna e lo lascia capire, a questo punto Mussolini è finito non è più padrone nemmeno di sé stesso, è semplicemente in balia di Hitler perché ha una paura folle.

Come tutti gli altri, del resto, compreso il nuovo Papa Pio XII, che non brilla certo per la virtù del coraggio e della determinazione.

Non dimentichiamoci che gli altri belligeranti che non si erano arresi, e cioè le truppe britanniche e francesi più che star combattendo, stavano scappando disordinatamente,atterrite da quei panzer.

Messo con le spalle al muro il Duce non riesce a far altro che ricorrere alle sole cose che gli offre il suo armamentario personale ormai logorato anche dagli anni (ne aveva sessanta che allora erano oltre l’età della pensione) e pensa di giocare disperatamente ancora una volta di furbizia : fingere di avere un esercito appena presentabile per fare qualche azione limitata e dimostrativa per farsi dare alla fine verosimilmente vicina qualcosa dal Fuerer.

In quella situazione nessuno e nemmeno lui si fa più ingannare dalla folle plaudente che riempiva Piazza Venezia alla proclamazione dell’entrata in guerra il 10 giugno 1940 con quel discorso retorico che allora tutti avevano imparato a memoria.

Ma non c’era nessun entusiasmo né altro sentimento prevalente se non la paura.

Mostrando notevole abilità psicologica Scurati mette in evidenza un fatto estremamente significativo e cioè che in quella piazza praticamente non c’erano donne, che evidentemente già pensavano ai loro uomini che avrebbero potuto non tornare più dal fronte, altro che a presunti entusiasmi bellicisti.

Pure in una situazione così già compromessa e con pochissime possibilità di manovra potevano e dovevano fare altro il Duce e il Re Imperatore?

Certo ragionando a cose fatte sappiamo che potevano salvare l’anima e la dignità del loro paese come farà del resto il Generale De Gaulle, che ,ricordiamolo ,non aveva anche lui altro che forze scarse , appena dimostrative e un paese invaso dal nemico, ma che queste poche forze le ha usate e fatte pesare dalla parte giusta.

Ottimo il lavoro di Scurati a mio avviso, come ho cercato di argomentare, proprio perché supera di fatto il timore reverenziale che circonda ancora il muro di coloro che da decenni si sono impalcati a unici difensori autorizzati dell’anti-fascismo e ci parla come abbiamo già accennato non di eroi contrapposti a truci tiranni, ma di persone umane, con un romanzo, come dice lui.
















domenica 25 settembre 2022

Domino rivista sul mondo che cambia numero 6 / 2022 Grosso guaio nella piccola Cina.Mentre i Russi arretrano in Ucraina a Taiwan Cinesi e Americani preparano la guerra mondiale-recensione

 





Il sesto numero di Domino rivista diretta da Dario Fabbri e edita da Enrico Mentana è dedicato a Taiwan e di conseguenza l’editoriale del direttore è un godibilissimo saggio appunto sul problema Taiwan e l’ennesima guerra per procura che gli Stati Uniti stanno allestendo contro la Cina col rischio di dovere trasformarla in guerra diretta se un incidente qualunque li costringesse a gestirla frontalmente.

Ancora una volta il linguaggio fra l’immaginifico e il diretto della geopolitica, unito alla naturale propensione all’usare un lessico colto da parte di Fabbri rende veramente un vero godimento la sua lettura.

In questa chiave di lettura i luoghi comuni e i pregiudizi da bar largamente diffusi anche nei media cascano veramente sotto il peso del loro insanabile provincialismo.

Come al solito la prospettiva della geopolitica che prende in considerazione solo il respiro di lungo periodo delle strategie finisce per prospettare come più verosimili probabili approdi apparentemente contro-intuitivi.

In questo caso del conflitto di interessi globali fra Stati Uniti e Cina che vede come terzo incomodo la Russia ci viene spiegato infatti che gli interessi contrapposti di lungo periodo tendono a spingere per un riavvicinamento fra Usa e Russia e non il contrario, come farebbero credere gli avvenimenti sul campo ad esempio in Ucraina.

Ecco a cosa serve la geopolitica : a guardare oltre e sopra.

E quindi proprio tutto l’ in-contrario del piano visivo della politica italiana.

Il fascicolo è dedicato anche a quelle che i “fondamentali” della geografia e della storia impongono come aree di influenza strategica per l’Italia e cioè il Nord Africa mediterraneo e i Balcani.

E qui veramente sono guai.

Una classe politica gretta e impreparata da decenni ci priva di una politica estera appena appena, nemmeno nei limiti del minimo sindacale e della decenza.

Inutile a questo punto invocare come giganti i La Pira, i Fanfani i Moro o anche solo i De Michelis che la strategia della politica mediterranea la davano per scontata.

Oggi c’è solo l’economicismo di un Nord ormai intrinsecamente assimilato alla zona industriale bavarese-renana che come dicono gli analisti geopolitici pretende di essere fuori dalla storia illudendosi che la conquista del benessere possa esaurire tutta la proiezione di un popolo.

C’è da disperarsi quando ci viene documentato che abbiamo perso ogni influenza in Libia perché quando occorreva essere presenti non con dei Pater Noster ma con un più concreto invio di armi e di armati,abbiamo girato la testa dall’altra parte lasciando che quel lavoro magari intrinsecamente “sporco” ma necessario e indispensabile per esistere almeno come stato di media potenza regionale lo facesse lo scaltro Erdogan, col compiacimento dell’occhiuto amico-concorrente Macron.

Stessa situazione sull’altra sponda dell’Adriatico che ancora una volta la geografia e la storia ci impone di curarcene come ovvia zona di interesse primario e di influenza.

Se poi qualche lettore fosse portato a equivocare questi discorsi come fossero tendenzialmente “imperialisti”, se non proprio fascisti,beh allora forse per lui non varrebbe la pena di praticare la geopolitica, vada pure avanti a giocare a tresette al bar sport, mentre i nostri vicini che pure non sono guidati da grandi aquile saranno ben contenti di sostituirci.






domenica 18 settembre 2022

Paolo Mazzarello : il mulino di Leibniz – romanzo – Editore Neri Pozza – recensione

 





Lo dico subito subito mi sono entusiasmato alla lettura di questo romanzo veramente singolare.

Singolare per molte ragioni.

La prima che appare come la più evidente proprio nella “fattura” del romanzo è il fatto che l’autore non è uno scrittore di romanzi, ma che di professione fa lo scienziato e insegna Storia della Medicina all’Università di Pavia anche se ha già scritto alcuni libri di genere fra il divulgativo e il romanzo relativamente alla vita di Lombroso e Spallanzani.

Ma si trattava d’altro, con questo libro siamo nel grande thriller.

Ma non nel Thriller basato su assunti scientifici alla Jurassic Park e seguenti di Michael Crichton.

Se vogliamo trovare delle analogie più vicine bisogna proprio andare alla produzione delle “novel” di Umberto Eco.

E francamente questo libro di Mazzarello è di livello tale da poter aspirare a un successo vicino a quello a suo tempo conquistato dal grande Eco.

Gli auguro di arrivare presto a una traduzione in inglese per approdare veramente al grande pubblico.

Per parlare del “Mulino di Leibniz” devo per forza ricorrere a gran parte di quello che si era scritto appunto sulla produzione narrativa di Eco.

Innanzi tutto il fatto che il libro può essere letto usando diverse chiavi di lettura.

Non trascuriamo la più ovvia, quello del thriller vero e proprio.

A favore di questa “chiave” devo dire che arrivato e con soddisfazione alla lettura dei due terzi buoni del romanzo in un punto in cui l’Autore cominciava a lasciare intravedere qualcosa di sempre più concreto sulla soluzione dell’intricatissimo giallo mi sono ritrovato a dire a me stesso : “ricordati di respirare” perché ero talmente concentrato che mi ero dimenticato di respirare.

Ma per essere sincero fino in fondo devo dire che a mio parere la chiave di lettura più “vera” per gustarsi questo libro è quella filosofica – scientifica.

Nel “Mulino” siamo in piene neuroscienze, materia che ha avuto enorme sviluppo negli anni più recenti e che quindi è conosciuta dal grande pubblico direi in un modo che mi pare ancora confuso e offuscato da pregiudizi ,anche perché in questo campo la fa da padrone l’imperativo multidisciplinare e non è semplice avere nozioni precise in discipline diverse.

Infatti le neuroscienze sono debitrici di molto alle tecnologie più avanzate di diagnostica tipo risonanza magnetica , ma anche all’informatica ,come all’intelligenza artificiale ecc.

Le sue elaborazioni ,come quelle scientifiche di qualsiasi materia prescindono ovviamente da considerazioni etiche nell’elaborazione ,ma una volta acquisite delle evidenze queste creano problemi che costringono a ricorrere quanto meno alla filosofia.

E questo è quello che a me sembra sia il filo conduttore vero di questo “romanzo”.

In realtà l’Autore mi sembra che ricorra al pretesto della trama di un thriller ,che ribadisco è condotta con padronanza e maestria, ma direi per dialogare con sé stesso e porsi le domande delle domande inerenti alla condizione umana ed in particolare alla condizione umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

Purtroppo ho dovuto constatare di persona nella conversazione anche con persone colte che per molti questo è un campo ancora tutto da arare, come dicevo sopra, nel senso che quando si arriva al cuore del discorso troppo spesso appare nell’interlocutore un sorrisino che accompagna la frase fatidica : si ma l’intelligenza artificiale arriverà non arriverà mai nemmeno ad avvicinarsi a quella umana.

Purtroppo affermazioni del genere rivelano solo una ignoranza totale della materia perché è noto che da un bel pezzo l’intelligenza artificiale ha battuto quella umana.

Figuriamoci cosa verrà fuori dai super-calcolatori quantici!

Oggi il problema è decisamente “oltre” e cioè : quando l’intelligenza artificiale auto-alimentandosi arriverà all’autocoscienza?

Perchè a questo punto cambierà tutto al punto nel quale l’artificiale supererà il naturale.

Cioè ,usando il termine appropriato, inventato dagli scienziati della materia e in particolare da Raymon Kurzweill ,quando si arriverà al momento della “singularity”.

Ecco come si può immaginare, senza avere almeno qualche nozioni di queste materie è difficile capire il senso effettivo di libri come questo.

L’autore molto opportunamente fa citare dai protagonisti della storia diversi testi utili ad acquisire le nozioni di base.

Peccato che non citi anche le opere dello storico visionario israeliano Yuval Noah Harari, che hanno avuto una vastissima diffusione e che meglio di altre hanno divulgato le acquisizioni e le prospettive delle quali stiamo parlando.

Tornando a noi le domande che si fa l’autore e che costituisco il filo conduttore sottostante a tutta la narrazione del romanzo sono quelle inerenti proprio al titolo.

Leibniz infatti ricorreva all’immagine del mulino come a una efficace metafora per cercare di immaginare come possa avvenire il passaggio dal materiale all’artificiale, artificiale inteso come qualcosa d’altro.

Dall’acqua alla forza motrice attraverso ai meccanismi meccanici del mulino.

Trasponendo la metafora del mulino al cervello umano Mazzarello si chiede come è possibile spiegarsi il passaggio dal materiale cioè dalle sinapsi fra i neuroni del cervello umano che per quanto siano sofisticate si trovano sempre nel campo del materiale, al pensiero, che sarà tutto quello che si vuole ,ma che materiale proprio non è.

Un conto è arrivare alle acquisizioni recenti delle neuroscienze che attraverso le tecniche di “imaging” sono in gradi di dimostrare che certe facoltà “superiori” che fanno del Sapiens un uomo oltre l’animale, oltre la biologia ,avvengono in parti determinare del cervello.

Un conto è dire che se deriva dal materiale anche il pensiero è materia.

Questo è un salto non consentito dalla logica più elementare.

Per analogia si può impostare un ragionamento ma non certo tiare delle conclusioni.

Come si vede sono molto ma molto di peso le considerazioni alle quali conduce questo thriller che di conseguenza va oltre l’orizzonte del thriller.

Non do un giudizio di valore, ma dico semplicemente che non mi sembra proprio un caso che l’ultima parola in assoluto di questo libro sia “Dio”, e per di più scritto in modo classico con la D maiuscola.

Questo fa il paio con il libro che conclude la trilogia dell’ateo Yuval, sopra citato, che appunto non a caso usa il termine Homo deus.

Mi permetto solo di aggiungere, attenzione, non banalizziamo il ragionamento sopra accennato pensando al grande vecchio con la barba bianca ,che peraltro capeggia nello splendore di un capolavoro assoluto come quello presente sul soffitto della Cappella Sistina.

Dio è un concetto filosofico al quale sono stati attribuiti mille significati ben oltre le mitologie delle religioni istituzionali.

Ed a lui ancora sono costrette a ricorrere le diverse spiritualità umane ben oltre gli aspetti spesso puerili e oggi del tutto inadeguati delle mitologie religiose.

E quindi aspettiamo a buttare nel cestino il concetto filosofico di dio.

E infatti le domande del “Mulino di Leibniz” ci spingono a tentare di ricercare risposte che difficilmente possono prescindere dai termini ai quali ci riportano secoli di elaborazione culturale.






venerdì 9 settembre 2022

John Green Benvenuti nell’antropocene – Velociraptor,Internet e la Cometa di Halley, guida a un pianeta uomo-centrico – Rizzoli Editore – recensione

 






Devo confessare che poche volte mi sono trovato in difficoltà a dovere mettere insieme una recensione come quando ho finito la lettura di questo libro, non certo perché mi mancassero idee o impressioni sul libro e sul suo autore ma semplicemente perché non sapevo da che parte cominciare o che a che argomento dare più rilevanza.

Questo perché il libro non è altro che una raccolta di scritti brevi che ci viene detto provengono da un podcast dell’autore che ha avuto successo negli Stati Uniti.

Mi rincuora il fatto che l’editore italiano ha ritenuto in modo insolito di indicare nel titolo : alcune delle cose delle quali si parla poi nel volume : “Velociraptor,Internet e l Cometa di Halley, guida a un pianeta uomo-centrico”.

Questo mi fa pensare che anche i curatori in prima battuta abbiano avuto una breve esitazione come è capitato a me.

Sinceramente mi pare che cercare di riassumere il senso principale del libro in un discorso sull’antropocene non sia stata una grande pensata sia perché i singoli racconti spesso non hanno particolare relazione con il così detto antropocene, sia perché al limite non è affatto necessario ricercare un titolo che tenti di tenere insieme riflessioni molto diverse anche se spesso profonde e di notevole impatto unite forse da nient’altro che la elementare ma basilare “condizione umana”.

L’autore non è uno scienziato e nemmeno pretende di esserlo, non è un accademico, è semplicemente uno scrittore, un buono scrittore.

Leggendo il libro uno si chiede perché da parte dell’autore ci sia così spesso una pulsione a descriversi nelle sue debolezze anche calcando la mano.

Si descrive fisicamente gracilino, quasi giustificando agli atteggiamenti bullistici dei suoi compagni di scuola.

Come uomo non nasconde affatto di essersi sentito nella vita più spesso inadeguato che non padrone della situazione.

Ma non lo fa certo per suscitare commiserazione o per puro masochismo.

A mio avviso la corretta chiave di lettura da dare a questo autore è proprio la sua volontà di entrare a condividere col lettore la condizione umana, come solo la vera letteratura riesce a fare.

Una persona che negli anni della giovinezza studia nientemeno che teologia e che come primo impiego va a ricoprire la difficilissima “missione” di assistente spirituale in un ospedale per bambini o è un pazzo o è uno che se si sente inadeguato è semplicemente perché chiunque in quella posizione si sentirebbe tale.

Un tale compito infatti richiede l’uso di tanta umanità che non ci sorprende affatto che poi, una volta abbandonata la teologia e l’assistenza spirituale l’autore sia diventato uno scrittore capace di andare in profondità nella descrizione dell’animo umano.

Detto questo il lettore però non si preoccupi di essere trascinato in meditazioni filosofiche o cose del genere.

I singoli racconti sono piuttosto un bello scorcio di vita americana, di grande interesse per chi, come me americano non è e vorrebbe però tanto scrollarsi di dosso i pregiudizi , le leggende metropolitane e gli stereotipi che ci siamo abituati a incollare agli americani.

E’ chiaro che quando un autore ha l’abilità per esempio di entrare a descrivere così bene come fa il nostro il subconscio di un popolo che sente la necessità di ritrovare la propria identità profonda in cose che di per sé sembrerebbero puro svago come assistere alla stra-famosa corsa automobilistica di Indianapolis ,o cantare a squarciagola l’inno del Liverpool calcio, arriva a toccare quegli “universali” che se volgiamo fare una citazione colta, Benedetto Croce individuava nella buona letteratura, che val la pena di leggere, perché serve per arricchirsi non per passare il tempo.

Ecco questo è un libro di racconti brevi che descrivendo situazioni anche comuni, scorci di vita quotidina “della casalinga del Millwaukee” per usare una metafora, sa spesso andare ben oltre.