martedì 27 luglio 2021

Giorgia Meloni : io sono Giorgia le mie radici le mie idee – recensione

 


E’ bene che per onestà intellettuale confessi subito al lettore che personalmente non ho mai abitato nell’universo culturale e politico proprio della Meloni, ma trovo altrettanto giusto aggiungere che proprio questo fatto ha costituito la molla che mi ha indotto ad affrontare le oltre 270 pagine dell’autobiografia di questa giovane leader politica italiana che i sondaggi danno addirittura come verosimile nuova Presidente del Consiglio, quando mai ci sarà concesso di sceglierci con le elezioni i nostri governanti.

Il mondo della destra non è il mio, questo non è un merito né un demerito, però è una situazione di fatto che fa si che conosca questo mondo solo in modo superficiale e quel poco, devo riconoscerlo è abitato da un sacco di luoghi comuni ,pregiudizi che vanno dalla sacralizzazione dell’antifascismo alla speculare demonizzazione di tutto quello che è di destra perché sarebbe destinato a scivolare nel fascismo, per definizione marchiato come il male assoluto.

A suo tempo ho studiato le migliaia di pagine nelle quali il De Felice ha scandagliato ogni angolo del fascismo, trovandoci come in ogni opera umana anche qualcosa di buono, ma questo come si sa per il pensiero unico ex-PCI è stato considerato una inammissibile bestemmia.

Non posso allora non cominciare a dire che la Meloni pur essendo giovanissima per essere la Presidente di un partito sa benissimo di soffrire del riflesso condizionato che il dogma fascismo-antifascismo ha imposto per decenni a tutti gli italiani e che quindi volenti o nolenti tutti ci portiamo dietro o meglio dentro.

E’ ovvio che l’autrice che si rivela una scrittrice spesso brillante, anche se come capita in tutti i casi dei libri firmati da politici avrà scritto solo una parte di questo testo, non può non dire che la sua vita politica è iniziata da una telefonata a Via della Scrofa sede dell’allora partito fondato da Giorgio Almirante, per poi tornare dopo anni quando il capo è divenuta lei in quelle per lei sacre mura.

Anche se argomenta in modo che mi pare convincente che col famoso Congresso di Fiuggi ai tempi di Gianfranco Fini c’è stata una definitiva messa a punto culturale ideologica che ha portato il movimento che ora è il suo a condannare in modo non equivoco la dittatura, le leggi razziali, la guerra e l’alleanza col nazismo.

Quindi per favore almeno su questo mantra piantiamola lì.

Il fascismo è caduto fra non molto da ottant’anni periodo più che sufficiente per ritenerlo irrepetibile e non resuscitabile.

Può bastare e la Meloni è una quarantenne.

Occupiamoci allora di cose più serie e cioè della sostanza.

Direi che la prima parte del libro è dedicata a presentarci Giorgia Meloni come persona umana con la sua storia.

E’ una parte interessante e di peso.

La Meloni nasceva in una famiglia decisamente agiata, ma questo non significa nulla se si pensa che il padre avviato commercialista non solo è intenzionato a spaccare la famiglia abbandonando la moglie, ma induce la moglie in cinta di Giorgia ad abortire.

Questo è l’inizio di tutto per il nostro personaggio, la madre che disobbedisce al padre e la fa nascere.

Il padre che se ne scappa in barca a vela per le Canarie lasciando dietro una famiglia spaccata e con mezzi di sussistenza all’osso, che potrà permettersi una vita decorosa ma appena appena per grande merito di una madre coraggio, capace di inventarsi ogni tipo di lavoro.

Grande quindi la riconoscenza di Giorgia che aveva anche una sorella maggiore molto legata a lei.

Incredibile l’episodio peggio che da Gianburrasca che avviene quando le due sorelle per un gioco maldestro riescono a far prendere fuoco alla loro casa, mettendo la famiglia ancora più nei guai.

E poi arriva quando è ancora addirittura nella prima adolescenza la cosa definitiva che occuperà tutta la sua vita, la politica, per scelta sua determinata.

Comincia quindi una vita dedicata in modo totale all’associazionismo giovanile nella destra militante.

Il libro ci riporta a tutti i passaggi fino all’unificazione col partito di Berlusconi nel nuovo partito unico della destra denominato Casa delle libertà mettendo insieme a Berlusconi Alleanza Nazionale di Fini e l’UDC di Ferdinando Casini.

A proposito mi accorgo che Casini e l’Udc nel libro non sono nemmeno nominati un sola volta, segno non certo di vicinanza.

Con Berlusconi, considerazione, stima anche riconoscenza per averla fatta addirittura ministra pur essendo giovanissima, ma un feeling che ci dice non c’è mai stato.

Con Fini grande considerazione, grande riconoscenza perché è lui che le ha steso il tappeto rosso verso i vertici della politica.

Ma totale incomprensione per la scelta che la Meloni ritiene sciagurata fatta da Fini quando da solo decise di rompere l’alleanza con i partner della destra, lei dice irretito dalle sirene del centro-sinistra.

A quel punto Giorgia si trova non solo senza ministero ma anche senza casa politica ed elabora la scelta più difficile della sua vita, quella di fondare un partito suo.

Trova non solo gli amici e i collaboratori di sempre, che le erano stati vicini in mille battaglie ma anche qualche figura di rilievo come LaRussa e Crosetto, che decidono di rischiare con lei il fallimento che arriva puntuale per Casini e Fini e si avvicina di molto anche al nuovo partito della Meloni quel Fratelli d’Italia che alla politiche pochi mesi dopo la fondazione si piazza su un insignificante 2%.

Prendere in mano un partito al 2% e portarlo nei sondaggi al 20% non è uno scherzo, bisogna avere un sacco di cose che non si improvvisano ed evidentemente la Meloni queste cose le aveva.

Descritta all’osso la vicenda politica, veniamo ora al nocciolo del problema, la politica vera, cioè chi è e cosa vuol fare la Meloni se si trovasse a Palazzo Chigi?

Dato che questa eventualità pare non sia campata per aria, confesso che mi sono letto con molta attenzione questa parte del libro, sperando come cittadino italiano di trovarci un po di polpa vera, cioè idee e progetti spendibili in questa epoca nella quale quel che valeva ieri potrebbe non valere più nulla domani mattina.

E cosa ci ho trovato? Una filosofia precisa puntuale e ben argomentata.

Quella che il Cardinal Ruini in vent’anni di occupazione della Conferenza Episcopale Italiana ha imposto ai fedeli di Papa Woitila.

I principi non negoziabili.

Difesa della vita fin dal concepimento, no all’aborto, tolleranza per i gay se se ne stanno rintanati, proclamazione delle presunte prevalenti radici cristiane dell’Europa da imporre a tutti, esaltazione della caduta del comunismo con la caduta del muro divenuta la data principale del secolo, grande nostalgia della cristianità rievocando Lepanto, il Family Day.

Ma perché una scelta così radicale e così volutamente retrograda, senza nessuna connessione col mondo moderno?

Me lo chiedo ma non trovo una risposta.

La Meloni forse con un po di arroganza di troppo sostiene continuamente nel libro di essere una che da sempre studia molto e che il suo è un partito di meritocratici.

Bah per sposare il dogmatismo ultraconservatore dei Biffi e dei Ruini non è necessario molto studio,ai dogmi imposti con autorità si può solo dire solo di si o di no ,ma non c’è spazio per argomentare alcunchè con chi pretende di porre principi irrinunciabili.

Se solo avesse letto qualcosa di una sociologia religiosa che ha prodotto opere puntuali anche da sedi confessionali come l’Istituto Toniolo della Cattolica , la Meloni saprebbe che se i cittadini rimasti “fedeli praticanti” in Italia sono ridotti a una percentuale inferiore a quella che i sondaggi attribuiscono al suo partito e che se andiamo ad una analisi ancora più mirata a quel mondo giovanile nel quale ha trascorso la gran parte della sua militanza politica, i numeri dei cattolici praticanti è veramente residuale, insignificante.

E allora perché sposare questa cultura dogmatica stantia, che gli studi accademici, non i sondaggi, definiscono senza avvenire?

Ma dov’è l’intelligenza politica di una simile scelta?

Passando dall’ispirazione filosofica alla politica mi sembra evidente la dimostrazione che si è realizzato in Italia un fenomeno paradossale e cioè che le idee una volta lanciate dal movimento no global prorpio in quella disgraziata manifestazione di vent’anni fa a Genova e il cui anniversario è stato celebrato in questi giorni si sono trasferite all’estrema destra.

Non voglio insultare chi allora a quel movimento aderiva, faccio solo un’analisi spassionata di cosa c’era dietro e alla base di quel movimento anche proprio nella sua ispirazione di fondo.

La paura per una globalizzazione che portava via posti di lavoro, che aumentava il potere di multinazionali sempre più grandi e sempre meno trasparenti e identificabili.

Da queste paure ben fondate nella realtà, passare nella psiche alle teorie cospirazionistiche e antiscientifiche identificando a torto scienza con big-farma e big web col Grande Fratello il passo molti osservatori ritengono che sia stato fatto.

Ed è ancora un fatto che la destra estrema è la parte politica che ritiene di fare una furbata difendendo di fatto queste frange minoritarie ma pericolose come i no-vax.

Anche questo è mai possibile considerarlo una mossa politica intelligente?

Ci sono cose nel programma politico di Fratelli d’Italia che personalmente condivido, come ad esempio una politica economica contraria al Fiscal Compact ed alle politiche di austerità.

Personalmente condivido anche la proposta di prendere in seria considerazione una seria modifica della Costituzione che ripudi il proporzionalismo che impedisce a chiunque di governare per passare a una repubblica presidenziale in regime maggioritario che consenta a chi vince le elezioni di governare veramente.

Personalmente non temo anche di confessare che ritengo realistica la proposta di fare una politica di contenimento dell’immigrazione seria che consideri scellerato l’abbandono dell’Africa da parte delle sue forze migliori, e che preveda una inevitabile ingerenza in quel continente se pure dietro al velo dell’Onu per sostituire gli indegni campi di concentramento libici con zone attrezzate dove si possano individuare i profughi veri per metterli su un aereo per l’Europa ma anche per mettere su un aereo per far tornare ai paesi di origine i migranti economici ai quali non potessimo offrire un futuro decente in Italia.

Sono due o tre cose di peso, ma penso che se per mandarle avanti mi dovessi sorbire l’oscurantismo clericale che costituisce la ispirazione filosofica di Fratelli d’Italia, come argomenta la Meloni non c’è partita, non la voterei mai e poi mai e non penso di essere solo.

Ma a che è servito il rinnovamento culturale di Fiuggi operato a suo tempo da Fini, per ricadere nelle idee della Vandea (che con molta furbizia la Meloni non nomina mai come non nomina mai la sua collega francese Marine Le Pen).

Mi sbaglierò ma in tutto il libro non è mai usata la parola scienza.

Meno che meno è usata la parola ricerca.

La parola illuminismo è usata una volta per schifarsene.

Ma se la Meloni è così studiosa come dice di essere possibile che non si sia mai letti che so io i libri dello storico Harari, del fisico Rovelli o dell’epistemologo Telmo Pievani per avere un ‘idea di che cos’è il mondo moderno e di quanto impresentabili siano le sue idee filosofiche e politiche?

Spero che quel 20% di Italiani che i sondaggi danno a favore della Meloni si leggano bene questo libro, perché forse è loro sfuggito qualcosa di importante.



lunedì 19 luglio 2021

Filippo Santelli La Cina non è una sola. Tensioni e paradossi della superpotenza asiatica – recensione

 




Dopo aver letto un ulteriore libro sulla Cina di oggi mi sono ancora più convinto del fatto che su questo paese sappiamo assolutamente troppo poco con l’aggravante che per avvicinarci ad alcuni punti fermi dobbiamo prima liberaci da una marea di pregiudizi e leggende metropolitane.

Se si vuole dedicare un po di tempo per capire chi sono i fabbricanti di praticamente tutto quello che da anni compriamo e usiamo, questo libro di Filippo Santelli è un ottimo strumento.

L’Autore è un giornalista di Repubblica, non un sinologo accademico.

E’ però una persona che ci dice di avere passato in Cina ben tre anni avendo anche avuto modo di colloquiare direttamente coi cinesi usando la loro lingua il mandarino che encomiabilmente ha studiato e imparato quanto basta per fare il suo lavoro.

Se poi in questi tre anni passati in Cina da Santelli è compreso anche qualche periodo di quarantena in albergo come è capitato ad ogni visitatore straniero in quest’epoca di pandemia e una degenza nell’ospedate anti-Covid di Nanchino quando è risultato positivo al virus, la full immersion nell’argomento diventa ancora più completa e interessante.

Un giornalista avrà certo delle lacune rispetto a un sinologo, ma diciamocelo pure, se è bravo e coscienzioso nel suo lavoro come dimostra di essere Santelli la sua narrazione risulta terribilmente più interessante e appetibile.

Come possono verificare i lettori di questo Blog, il mio percorso di accostamento all’argomento è iniziato dall’opera di un sinologo con tutti i crismi, e non per caso ne avevo esaltato l’opera recensendola.

Ed è proprio facendo tesoro delle nozioni di base che ho acquisito allora che ho potuto mettere alla prova la narrazione di un giornalista puro come Santelli, promuovendolo a pieni voti.

Il rischio che corre un non sinologo che parla della Cina è ovviamente quello di essere superficiale o peggio di fare da cassa di risonanza ai luoghi comuni ideologici o puramente propagandistici che la superpotenza Americana che soffre forse esageratamente la concorrenza cinese ci riversa addosso da anni con abbondanza ,senza rilevanti distinzioni fra democratici o repubblicani.

Santelli mi è sembrato sufficientemente obiettivo, capace di non cadere né nella trappola della propaganda americana né di lasciarsi sopraffare dall’ entusiasmo per le clamorosa avventura che sta vivendo la Cina superando in continuazione primati mondiali.

Come sempre uno scrittore serio si deve proporre di rifuggire da semplificazioni che possono attrarre i lettori meno esigenti, ma che tradirebbero realtà che sono fortemente complesse come è la Cina e che quindi vanno avvicinate e studiate senza nascondersi aspetti contraddittori o non facilmente definibili.

Perchè la Cina è un altro mondo con un una storia diversa da quella nostra europea occidentale e sopratutto è una civiltà millenaria fondata su filosofie molto diverse dalle nostre radici culturali.

Santelli è l’ennesimo interprete della Cina che è costretto a dissuadere chi fra noi è sinceramente convinto che quando la Cina avrà fatto ancora qualche passa sulla via dello sviluppo economico la sua sempre più vasta classe media costringerà il regime comunista autoritario attuale ad accettare a poco a poco i valori nostri della democrazia rappresentativa e il rispetto prioritario dei diritti umani.

E’ ben difficile che le cose possano andare cosi perché la Cina confuciana (non dimentichiamoci che Confucio era grosso modo contemporaneo di Socrate ) è da millenni basata sul concetto della priorità del valore della comunità rispetto a quello dell’ individuo.

Col che la libertà individuale va in secondo piano rispetto all’armonia ed alla stabilità della società.

In Cina c’è un regime autoritario è innegabile, ma sarebbe ben difficile dimostrare che questo regime impone il suo potere con la forza a un popolo che vorrebbe la democrazia all’Occidentale.

La quasi totalità dei sinologi o dei semplici osservatori della Cina contemporanea sostengono che il regime ha un consenso molto molto largo.

In Cina è vero ci sono sistemi di controllo della popolazione che qualcuno ha subito definito in modo azzardato da Grande Fratello orwelliano.

A parte il fatto che Santelli ci descrive come il gigantesco apparato burocratico partitico sappia usare questo sistema avanzatissimo dal punto di vista tecnico in un modo tanto approssimativo e pasticciato da non ricavarne un gran che.

In Cina c’è la censura che usa i più moderni algoritmi per vietare parole chiave che impediscano di discutere su temi sgraditi al regime.

Ma come si spiega allora che come ci dice Santelli i giovani cinesi non si provvedono affatto delle app. che consentirebbero loro di aggirare la censura accedendo ai nostri siti occidentali?

Evidentemente non sono poi così interessati.

Lo stesso autore ci informa sul fatto che la classe politica cinese non è affatto esente dal dovere passare attraverso la rigorosa trafila altamente meritocratica che ispira tutta l’istruzione cinese.

La classe politica a differenza delle nostre occidentali non è fatta di avvocati, ma da ingegneri e anche questo pesa.

Ultima osservazione importante che fa Santelli è quella addirittura riportata dal titolo la Cina non è una sola.

E’ talmente grande che per millenni i cinesi non sapevano di essere cinesi, nel senso che si percepivano a livello di etnie locali e non come un immenso paese.

Non è affatto secondario che per secoli siamo stati governati da imperatori Manciù, più mongoli che cinesi.

La narrazione di una nazione millenaria con una millenaria storia unitaria è la bella favola inventata dagli attuali dirigenti del Partito, ma non ha alcuna relazione con la realtà storica.

Questo significa anzitutto che la fobia dell’unità e della stabilità che ispira le direttive del Partito non sono campate per aria ma sono il riflesso naturale di una realtà complessa e solo apparentemente uniforme.

Ultimo paradosso.

I Cinesi sono orgogliosi come i loro dirigenti politici degli enormi successi che il loro paese ha conseguito, sanno che ogni giorno che passa staranno meglio di quello precedente, ma la felicità è un’altra cosa rispetto al conto in banca.

I Cinesi sono infelici e pieni di ansia per il futuro.







lunedì 24 maggio 2021

Francesco Zambon : il pesce piccolo, una storia di virus e segreti – Recensione

 





Confesso di essere da sempre un fan del giornalismo di inchiesta condotto da Report su Rai 3 prima da Milena Gabanelli ed ora da Sigfrido Ranucci.

E quindi come altre migliaia di connazionali sono sobbalzato sulla poltrona quando la puntata dell’11 maggio 2020 e quindi in piena epidemia Covid 19 già dal titolo faceva capire la portata dell’inchiesta che sarebbe stata trasmessa: “Disorganizzazione mondiale” cominciando a mettere sotto tiro la controversa figura del numero uno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Agenzia dell’Onu con sede a Ginevra.

Stiamo parlando di Tedros Ghebreyesus, proveniente dall’Etiopia dove era stato ministro della Sanità e degli Esteri, biologo ma non medico, dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione del Tigrè, si dice molto vicino al Partito Comunista Cinese.

Questo personaggio ci viene detto nel corso del libro è stato eletto a suo tempo per elezione diretta dei paesi membri dell’Organizzazione Mondiale, partendo dalla solida base elettorale che gli avevano garantito i numerosi Paese del suo continente l’Africa.

Nell’esplicare il suo mandato ci dice sempre il libro, Tedros non ha mancato di incorrere in gaffes clamorose come quando ha fatto eleggere a una carica importantissima il dittatore dello Zimbawe, per poi doversi rimangiare quella nomina che come è ovvio aveva suscitato l’indignazione di mezzo mondo, o quando all’inizio dell’epidemia aveva snobbato l’uso delle mascherine.

Ma dopo aver bersagliato Tedros, ben presto Ranucci girò i riflettori sul nostro paese andando subito al sodo.

Il Ministero della Salute deve disporre di un piano pandemico nazionale che contenga tra l’altro le indicazioni delle misure da mettere in atto qualora si verifichi una pandemia.

Il Piano ovviamente c’è.

Il problema è che secondo la trasmissione l’Italia tanto per fare un esempio pratico non avrebbe stoccato per tempo mascherine né altri presidi di protezione o di intervento per la semplice ragione che quel famoso piano sarebbe stato redatto ben quindici anni prima, senza avere avuto adeguati aggiornamenti se non semplici copia e incolla dalla redazione originaria.

La bomba che Report fece esplodere consisteva nel fatto che l’attuale numero due dell’OMS è l’italiano Ranieri Guerra, che il caso vuole, sottolineò la trasmissione, avesse ricoperto per alcuni anni la carica di Direttore Generale del nostro Ministero della Salute proprio nel settore responsabile della redazione del famoso Piano Pandemico.

Ad illustrare la propria tesi i servizi messi in onda contemplavano anche un’intervista all’autore del nostro libro : Francesco Zambon ,dirigente dell’Ufficio dell’Oms in Italia dalla sede di Venezia, che dopo lo scoppio dell’epidemia era stato nominato dalla sua Organizzazione dirigente delle attività dell’Oms a supporto delle regioni italiane nel contrasto al Covid 19.

Lo stesso Zambon nel libro del quale stiamo parlando ci dice che con quell’incarico aveva avuto il mandato oltre che di effettuare la raccolta dei dati e tenere i contatti con un numero elevato di addetti ai lavori, sopratutto di illustrare la situazione italiana tramite una pubblicazione ad hoc, con lo scopo di poter fornire agli altri paesi che di lì poco avrebbero dovuto affrontare il medesimo problema notizie sulla diffusione e le misure che si rivelavano utili per contenere e combattere l’epidemia.

Infatti la cronologia della diffusione della pandemia aveva voluto che appena dopo la Cina, l’Italia si fosse trovata suo malgrado ad essere il primo paese occidentale a dover fronteggiare l’epidemia medesima con il numero più elevato di decessi.

Ecco, qui siamo arrivati al dunque perché il libro è tutto costruito da Zambon per parlarci del caso di questa pubblicazione dell’Oms, che l’autore ci dice sia stata redatta a tempo di record da un team di professionisti di alto livello, raccogliendo il plauso dei molti addetti ai lavori che avevano avuto l’opportunità di vederlo compreso le gerarchie ai vari livelli della stessa Oms.

Bene ma allora il libro di Zambon è un modo per autoelogiarsi per avere coordinato quella pubblicazione?

Niente affatto, il libro descrive invece una vicenda amara che avrà perfino sviluppi giudiziari anche seri data l’estrema gravità della materia trattata.

E si, perché questa è una storia quanto meno strana perché la famosa pubblicazione dell’Oms che il team di Zambon aveva redatto ,aveva a suo dire anche superato tutta la trafila dei controlli per essere approvata dall’Organizzazione, ma finì in un aborto, dato che dopo essere stata pubblicata e messa sul web con tanto di logo dell’Oms è stata ritirata immediatamente dalla stessa Organizzazione che incredibilmente ne ha disconosciuta la paternità anche se come abbiamo appena detto riportava in copertina il suo logo.

Zambon dice che prima del blocco ufficiale, la pubblicazione era stata ampiamente scaricata dal web ed era arrivata ai molti addetti ai lavori ai quali lui l’aveva mandata e che tutt’ora sarebbe reperibile facendo una ricerca su Google ovviamente su qualche sito terzo che l’aveva fatta rimbalzare.

Come mai?

Beh, è ovvio, perché il numero due dell’Oms ci dice il libro (e Report) non avrebbe gradito di essere additato come il o comunque uno dei responsabili di quello che viene definito dal libro di Zambon il non aggiornamento del piano pandemico nazionale italiano, cioè del paese occidentale che più è stato colpito dall’epidemia.

In poche parole la pubblicazione sarebbe stata ritirata per volontà dello stesso numero due dell’Organizzazione che non voleva fare una figuraccia.

Zambon ci dice che il numero due dell’Oms per questa vicenda sarebbe stato sentito dalla autorità giudiziaria prima come informato dei fatti e poi come indagato.

La vicenda è ricostruita nei minimi particolari dal libro di Zambon ed è stata ripresa dalle successive puntate di Report, che ne aveva tratto un autentico scoop a livello mondiale se si pensa alla risonanza che la vicenda ha avuto sui media di tutto il mondo.

Ne esce malissimo l’agenzia dell’Onu e ne escono malissimo i suoi vertici e non proprio bene il nostro Ministro e Ministero.

Ultimata la lettura del libro mi sono trovato in seria difficoltà a dare un mio giudizio personale sulla figura umana di questo Zambon, che dalle puntate di Report avevo già dovuto individuare come un personaggio estremamente determinato e per niente intimidito dall’essere finito stritolato da un ingranaggio più grande di lui, che gli è costato tra l’altro le dimissioni forzate da quella un tempo prestigiosa organizzazione che lui stesso ci confessa tra l’altro paga profumatamente i suoi dipendenti.

Dalla lettura del libro ne esce la figura di un professionista di alto livello, di elevata cultura e di indiscusso prestigio, prima che la vicenda in questione lo relegasse come lui stesso dice nell’elenco degli appestati.

La vicenda comunque sia ,nelle sue linee generali è abbastanza ben delineata e lascia comunque l’amaro in bocca perché alla fin fine si risolve in un grido di dolore per tutte le omissioni, bassezze, inadeguatezze , errori imperdonabili che ne vengono fuori lasciando non risposto il tragico interrogativo : quante vite si sarebbero salvate se ……

Sinceramente però anche se sono portato a vedere con simpatia la figura umana di questo Zambon per il suo essere stato un Davide contro Golia, non sono del tutto convinto della bontà della sua assoluta intransigenza.

Trovo infatti un po’ lunare , astrattamente siderale il comportamento di uno che redige una pubblicazione che riporta se pure poche righe che così come sono messe denunciano un irreparabile

errore della organizzazione per la quale lavora ,imputabile al suo supremo dirigente in seconda del quale è connazionale e a quanto pare in ottimi rapporti professionali .

Diavolo, rimaniamo sulla terra, come poteva pensare Zambon che quel supremo dirigente approvasse e pubblicasse un documento che lo avrebbe svergognato a livello mondiale?

Non sempre è possibile salvare capra e cavoli, ma non si può nemmeno pretendere che un proprio superiore si metta alla gogna spontaneamente e allegramente.

Ci sono vie di mezzo nel mondo reale, che è lecito ed anche etico percorrere prima di buttare tutto nel burrone.

Non mi riesce di capire come l’ultra intransigente Zambon non abbia realizzato quanto sarebbe stato poco produttivo per tutti fare deflagrare il disastro che ne è scaturito.

Alla fine forse tutti ci hanno rimesso o ci rimetteranno.

Cui prodest?










venerdì 21 maggio 2021

Vito Mancuso : a proposito del senso della vita – recensione

 






Chi segue questo blog Vito Mancuso lo ha già trovato come autore almeno una decina di volte, essendo il mio filosofo-teologo-pensatore spirituale di riferimento da un bel pezzo, per il semplice motivo che per puro caso,come capita tanto spesso nella vita, il suo percorso di pensiero si è venuto a sovrapporre all’evoluzione del mio personale modo di pensare .

Da una giovanile totale adesione al cattolicesimo a una visione critica sempre più serrata fino all’abbandono definitivo, per approdare a una spiritualità che supera la sottomissione al dio di una qualunque religione con la sua autorità assoluta del tutto arbitraria.

Ma che spiritualità rimane, arricchita anzi dalla libertà e dalla responsabilità, al di fuori da fantasiosi testi sacri narranti le più svariate mitologie. sulle quali sono state costruite altrettanto arbitrarie teologie dogmatiche, a favore di gerarchie sacerdotali autoreferenziali, regolarmente col fine effettivo di sostenere un qualche potere politico.

Si tratta di un piccolo saggio ci dice Mancuso nato dal testo di una conferenza poi arricchito.

Un’ottantina di pagine molto dense.

Nella recensione di un thriller nessuno sarebbe così sprovveduto dal rivelare subito al lettore il nome del colpevole, ma qui siamo nel campo della filosofia e della spiritualità e quindi mi azzardo a dire subito che Mancuso al quesito se la vita ha un senso da una risposta convintamente positiva.

Non è scontato perché lo sesso Mancuso cita adesempio alcune frasi sferzanti tratte dai libri dello storico israeliano Harari ,divenuti bestseller, (ampliamene presenti anche su questo Blog) che altrettanto convintamente sostiene la tesi opposta.

Fin nella breve premessa Mancuso dice una cosa molto bella e cioè che il suo pensiero è tutto teso ad offrire al lettore una visione del mondo “che sia in costante relazione con la realtà e con gli esseri umani che la vivono”.

Come dire che una visione del mondo deve essere utile a chi la adotta , non mettere il medesimo al servizio o peggio in sottomissione ad altri e nemmeno a un Altro con la a maiuscola.

Direi che secondo Mancuso il concetto chiave per rispondere al quesito sul senso della vita sta proprio in questo, cioè nel rivendicare la necessità assoluta di trovarsi una valida visione del mondo.

Uno potrebbe legittimamente individuare come suoi riferimenti il conseguimento della triade ricchezza-piacere e potere.

E sarebbe un desiderio tanto legittimo da essere perseguito dalla maggioranza della nostra specie.

Ma uno potrebbe anche non essere affatto appagato dal porsi questi obiettivi.

L’insoddisfazione del nostro esistere ci porta innanzi tutto a ricercare una nostra identità, un nostro posto nel mondo.

Per la innata costituzione della nostra psiche si è portati in prima battuta a individuare la nostra identità con la ricerca di un nemico.

Socrate- Sofisti; Gesù - autorità religiose e politiche; adolescenti- genitori.

Quandanchè poi riuscissimo a superare questa fase primordiale che ci offre si immediata identità ma immettendo nella nostra vita rancori ed odio, ci troveremo a dover affrontare un ulteriore bivio.

Il senso del nostro essere lo cerchiamo e lo troviamo cercando di soddisfare il nostro sé individuale o arriviamo a capire che ci darebbe maggiore appagamento conseguire un ideale più grande del nostro interesse individuale?

Arriveremo a capire che l’uomo non è un’isola e che se si trova appunto isolato non ne trae alcuna soddisfazione?

Tutta la costruzione di pensiero di Vito Mancuso è indirizzata a suggerire al lettore che il senso dell’uomo sta nella “relazione” perché l’uomo è anzitutto relazione.

L’uomo moderno ha acquisito la propria autonomia quando lo sviluppo del pensiero filosofico nel secolo scorso è pervenuto al concetto della “morte di Dio”.

Si proprio del Dio Padre “dichiarato morto perché non più in grado di infondere senso alle esistenze umane”.

Con la morte di dio però la modernità ci ha lasciato anche la morte delle ideologie politiche e sociali, lasciandoci senza visione senza un’idea madre.

A questo punto del ragionamento Mancuso fa un’osservazione terribilmente azzeccata.

Quandanche fossimo orfani di padre, non saremmo affatto anche orfani di madre, cioè della natura, ed allora non stanchiamoci di ricercare, di ritrovare un legame forte con quella, col nostro stesso corpo.

Del resto perfino la teologia cattolica era arrivata all’intuizione che “dio è in noi”.

Cioè che tutto quel mondo concettuale che la nostra tradizione culturale denominava dio ,va ricercata al nostro interno.

E si torna al “gnosis au ton” conosci tè stesso di Socrate, non a caso uno dei quattro Maestri indicati nella precedente opera dello stesso Mancuso.

La natura è li ad indicarci l’armonia come “punto di appoggio a cui aggrapparci”.

Qui siamo a Confucio e Buddha ovviamente, ma anche a Lucrezio e Seneca e Marco Aurelio, non meno amati dal nostro autore.

Natura è anche lo “struggle for Life” per l’evoluzione della specie individuato da Darwin.

Ma non basta nel senso che potrebbe voler dire anche semplicemente legge della giungla, homo hominis lupus.

Ci appaga questa prospettiva?

La volontà di potenza di Nietzsche?

Secondo il pensiero oggi dominante, osserva Mancuso, si.

Oggi il pensiero dominante è il “darwinismo sociale” che ci ha portato a un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Ma se le nostre domande esistenziali si limitano di fatto al “quanto guadagno-cosa posso comperare?” significa, dice Mancuso, che siamo degradati da Homo Sapiens a Homo Faber.

Il mondo delle disuguaglianze è fondato su una montagna di sofferenze e questo non può appagarci.

Come elementi indotti di questo pensiero dominante c’è lo spegnimento della coscienza,lo spirito gregario, l’intruppamento.

Mancuso non vede differenze fra i moderni sacerdoti del darwinismo sociale che sono gli influencer sul web che ci inducono a comprare quello che vogliono loro e le gerarchie sacerdotali delle religioni tradizionali che ci vorrebbero vendere come prodotti la loro versione di “senso della vita” che sta nel sottomettersi acriticamente a loro.

Bisogna uscirne.

Noi siamo gli unici esseri “non determinati” in senso filosofico, come sono invece le pietre le piante e gli animali.

Loro sono fedeli perché devono esserlo non hanno altra scelta.

Noi siamo determinati nel senso che in certi aspetti siamo prevedibili ,come sanno le persone che ci sono più vicine, ma siamo anche liberi cioè capaci di creatività e di novità.

E quindi siamo responsabili del senso della nostra vita.

Questo senso siamo noi che dobbiamo darcelo, che dobbiamo scegliercelo.

Non c’è un senso valido universalmente ed a priori.

Ognuno di noi vive della sua costruzione mentale, del suo vissuto.

Sta a noi costruirci la nostra Weltanschauung, visione del mondo.

La biografia essenziale dell’autore posta all’inizio del libro ci dice che Mancuso attualmente insegna all’Università di Udine “Meditazione e neuroscienze”

Formidabile.




venerdì 14 maggio 2021

Simone Pieranni : Red Mirror Il nostro futuro si scrive in Cina – recensione

 





Dopo avere letto e recensito il ponderoso libro del sinologo Adriano Madaro, che con una lucida trattazione sistematica mi aveva fissato le nozioni fondamentali sul pianeta Cina, desideravo mettere mano a un agile trattazione giornalistica come questa del Pieranni che mi confermasse o meno quello che avevo appreso.

Fortunatamente la conferma è stata puntuale e completa pur provenendo da una fonte di tutt’altra inclinazione ideologica.

Non vorrei banalizzare ma se il sinologo Madaro ha scritto per una vita sul Gazzettino, giornale non particolarmente di sinistra, Pieranni scrive sul Manifesto e collabora all’Ispi.

Il fatto che le narrazioni dei due finiscano per essere perfettamente omogenee è un elemento più che significativo.

Chiariamo subito che il Pieranni ha materialmente vissuto in Cina per otto anni e che quindi le cose che racconta sono narrazioni di prima mano.

Lo sviluppo storico del Dragone in Pieranni è appena accennato per sommi capi ma richiama ugualmente gli elemento essenziali,

Consentitemi una battuta se vi capitasse di leggere da qualche parte che Mao in Cina è un capitolo chiuso e superato, non esitate a buttare subito nel cestino quella pagina, significa inequivocabilmente che siete incappati in una fonte inaffidabile.

Per farla breve Mao ha fatto il miracolo di salvare capra e cavoli nel senso che è riuscito con la rivoluzione vittoriosa non solo a liberare il suo immenso paese dai colonialisti stranieri ma a restaurare l’onore degno di una civiltà parallela a quella dell’impero romano.

E’ riuscito contemporaneamente a fare la rivoluzione culturale che al di là dei ben noti eccessi ha sradicato l’oscurantismo che aveva causato la dissoluzione dell’impero.

Non è certo stato un restauratore del Confucianesimo, ma di quella religione, attenzione ,che è una religione laica, ha conservato i punti fondamentali che oggi sono pienamente riemersi.

Consiglierei a chi volesse approfondire questo passaggio fondamentale per capire la Cina la lettura del capitolo dedicato a Confucio de “I Quattro Maestri” di Vito Mancuso pure già recensito su questo Blog.

Confucio li chiamava “i riti” ma si trattava di para liturgie civiche, che sono nelle radici della civiltà cinese familiare e politica, cose che si contemperano per arrivare a un unico corpo.

Anche Pieranni accenna se pure in modo meno diretto e circostanziato di Madaro al fatto che c’è una radicale differenza nei due mondi : Occidente e Cina dovuta a radicali diversi riferimenti ideologici.

La base di partenza è una differenza di filosofie.

L’Occidente si riferisce al primato assoluto dell’individuo ed ai suoi diritti, l’Oriente cinese al primato assoluto della società, del bene comune, dell’armonia di quel tutto.

Se vogliamo metterla sul piano delle teorie e tipologie di scienza politica la Cina ha al fondo una concezione politica di tipo organicistico.

In questo senso eminentemente ideologico e astratto la Cina è sempre stata “comunista”.

Chi in Occidente pensa ingenuamente che ragionando in questo modo i Cinesi manchino del passaggio attraverso il liberalismo, per acquisire i diritti umani, temo non abbiano capito nulla, non lo faranno mai nel senso che noi intendiamo perché hanno altre radici filosofiche.

Gli Usa potranno esportare la Coca Cola ma non certo il liberalismo individualista in Cina.

Gli elementi che fanno cozzare frontalmente Cina e Occidente che sono Taiwan, Hong Kong e lo Xinjiang degli Uiguri non si sposteranno di un millimetro se non saremo capaci di affrontarli prima di tutto partendo dai diversi punti di vista filosofici, che non è detto debbano essere confliggenti, ma bisogna prima conoscerli e studiarli.

Ovviamente non è vestendo alla Western un contendente da sceriffo e l’altro da bandito che si può combinare qualcosa, occorre cercare di capire i punti di vista molto diversi e liberarsi dai condizionamenti di pura propaganda politico-mediatica che ci affliggono, vendendoci narrazioni semplicistiche per fatti estremamente complessi.

Tagliamo la testa al toro.

Andiamo al più iconico dei fatti o misfatti imputati universalmente del regime cinese : Tienanmen 89 la famosissima foto di reportage del manifestante davanti al carro armato.

Il lettore che voglia svezzarsi dalla propaganda divenuta storia a furia di ripeterla, vada a leggersi la narrazione che ne fa il sinologo sopra pluri -citato Madaro.

Lui c’era ma guarda caso la sua narrazione è del tutto diversa dal mantra quasi universalmente condiviso.

Ho apprezzato che Pieranni giudichi essenziale evidenziare un altro degli aspetti costitutivi della Cina attuale.

Il metodo, la prassi della meritocrazia nella formazione della classe dirigente.

Vengono inevitabilmente ricordati i famoso esami imperiali severissimi e rigorosi inventati qualche secolo prima dell’era cristiana, per rendere funzionale l’apparato statale creando con ciò un fondamentale contrappeso al potere dei nobili.

E’ un peccato che di fronte alla crisi generalizzata del prestigio delle classi politiche occidentali, sia quasi del tutto ignoto il fatto che Partito Comunista Cinese, invece di essere un ferro vecchio sopravvissuto non si sa come al passato, è in realtà in organismo che può venire scalato nei suoi gradi solo da chi si sottopone a una feroce selezione dei più preparati.

E’ inutile fare nomi ma è verosimile che nessuno dei leader occidentali avrebbe mai potuto scalare il potere in Cina per mancanza di adeguato curriculum.

Veniamo infine all’elemento forse fondamentale che caratterizza la Cina di oggi.

Il livello strabiliante della ricerca pura e della tecnologia applicata,che già da oggi ne fa la superpotenza principale in quasi tutti i settori.

Pieranni ne accenna ma senza dare un giudizio perché nessuno è in grado di darlo, ma se veramente la Cina ha vinto la corsa al super computer quantistico, è fatta, rimane poco da discutere.

Ha già quasi vinto la corsa al 5G, e questo basterebbe, ma se fosse davvero così avanti nella tecnologia quantistica per gli Americani non ci sarebbe partita nella velocità di tutto il mondo informatico.

Ottimo libretto, agile ma sostanzioso e ben documentato per chi volesse approfondire.