sabato 28 dicembre 2024

Alessandro Volpi : i padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia – Editori Laterza – recensione

 




L’autore insegna storia contemporanea all’Università di Pisa, ma si occupa da sempre di storia economica, con riferimento particolare agli aspetti finanziari ed infatti ha spesso affrontato nei suoi saggi il problema del debito pubblico.

Ha avuto esperienza politica ,come sindaco di Massa ,ed è fra i fondatori di “Altreconomia”, centro studi economici, di decisa impronta di sinistra come è ovvio, dato il suo titolo.

Il libro l’ho trovato di particolare interesse ,perché riesce a dare al lettore un’idea precisa di cosa significhi la finanziarizzazione dell’economia, in un saggio agile, ma abbastanza completo e documentato.

In un paese come il nostro, nel quale in campo finanziario prevale un generale analfabetismo, che sembra non impensierire nessuno, libri come questi sono di particolare valore.

Oh, lo dico subito, non pensiate che il tenore del titolo scelto dall’editore, che come tutti i titoli, per ragioni ovvie di mercato, tende a estremizzare le cose, presentandole come semi-apocalittiche ,rispecchi pienamente il contenuto del libro, che conduce invece un’onesta analisi della situazione, lasciando al lettore l’onere di farsi un’idea anche sui possibili rimedi.

Chi segue l’andamento dell’economia e della finanza ,anche solo per la semplice ragione, che terrebbe a non buttare nel cestino i propri risparmi, ha bisogno di sapere come girano le cose dell’economia e della finanza e, se possibile, chi c’è nella stanza dei bottoni, per valutarne l’attendibilità.

A queste esigenze il libro cerca di venire incontro.

Per farla breve, i nomi e cognomi di coloro che tirano i fili l’autore ce li dice, ma contemporaneamente ci racconta quanto sia complessa e contraddittoria la situazione.

Negli anni del boom italiano erano diventate famose “le sette sorelle” del petrolio, oggi è cambiato tutto e il mondo della finanza è nelle mani delle magnifiche società di gestione patrimoniale ,che ragionano e lavorano, usando come unità di misura i “trilioni” cioè le migliaia di miliardi : Black Rock;Vanguard;State Street; Fidelity;JP Morgan;Allianz;Capital;Goldman Sachs; Amundi;Ubs etc.

E’ finito il tempo delle grandi compagnie energetiche e manifatturiere a cominciare dall’automotive.

Adesso ,se andate a vedere lo Standard Poor 500, cioè l’indice di borsa azionario più grande al mondo, vi trovate ai primi posti, come è noto, le “magnifiche sette” della tecnologia : Apple;Amazon;Alphabet;Meta;Microsoft;Nvidia;Tesla, che ,da sole ,rappresentano il 30% appunto dello S&P 500.

E allora, come fanno i pochi colossi delle gestioni patrimoniali ,ad essere definiti “i padroni del mondo”?

La ragione è che costoro detengono, se non proprio i pacchetti di azioni di riferimento di quelle aziende, ne detengono però abbastanza ,da essere determinanti nei loro consigli di amministrazione, anche perché, avendo partecipazioni incrociate fra di loro, in pratica ,aumentano ulteriormente il loro peso.

Beh, situazioni di particolare peso ci sono sempre state, cosa c’è di nuovo nella situazione di oggi?

C’è il fatto del gigantismo della posizione dominante dei colossi dei gestori, al punto che la scala gerarchica dei poteri ,che ognuno di noi ha in testa ,sembra essere sul punto di crollare.

Proprio oggi, ho visto una vignetta che mostrava un Trump ,in uniforme da cameriere, che serviva al tavolo Elon Musk ,e la cosa, quasi nemmeno mi faceva ridere, dato che sembrava ormai verosimile.

Ecco questo è il problema, se i padroni possono diventare loro, gli oligarchi della tecnologia e delle gestioni finanziarie, la democrazia non avrebbe più spazio, e questo, non credo che ci vada bene.

Ma c’è dell’altro.

Per esempio ,il meccanismo instaurato dai grandi gestori, privilegia in modo assoluto la creazione continua di ricavi, per generare dividendi a favore degli azionisti.

Va bene, può dire qualcuno, ma che novità è questa, nel regime capitalista o un’azienda fa utile o chiude.

Ok, ma andiamo un filino più a fondo, qui non si parla di fare utile, ma di subordinare tutto, compreso il meccanismo del mercato, al raggiungimento dell’utile, anche se questo può essere raggiunto licenziando o pagando in modo insufficiente il lavoro, oppure senza lasciare quote sufficienti per innovazione e investimenti, o senza preoccuparsi minimamente di fare debito eccessivo,non parliamo poi del rispetto dell’ambiente e del costo dei servizi.

Fatto sta che sembra che sia stato instaurato dai magnifici grandi gestori un meccanismo a spese dello stato sociale cioè del wellfare per consentire di fare profitti alla sanità privata unitamente alle assicurazioni, con una spinta alla privatizzazione di tutto.

Se dobbiamo smantellare lo stato sociale, è ovvio che a gran parte di noi questo non sta bene.

Un ulteriore punto critico, per il quale il potere politico sembra non avere alcuna capacità di interdizione è questo : ma costoro,cioè i nuovi paperoni, almeno le tasse le pagano?

Pare che in realtà mentre noi,se ci identifichiamo con il ceto medio, paghiamo fra il 20 e il 30%, loro paghino mediamente dieci volte meno cioè il 3%.

Ci va bene pagare anche per loro? Probabilmente no.

Oddio! Arrivati a questo punto cerchiamo di vedere se c’è ,anche in questo campo, la famosa altra faccia della medaglia.

In parte c’è, nel senso, che se il rincorrere anche smodato del profitto crea dividendi questi non vanno a finire solo nelle loro tasche ma anche nelle nostre,ovviamente se possediamo quote dei loro strumenti finanziari e questo non credo ci faccia schifo.

Poi se la logica è quella di fare assolutamente utili, questo è anche un meccanismo che spinge le aziende a conseguire il massimo dell’efficienza e anche questo è un elemento positivo.

Ecco a questo punto, ognuno di noi dovrà fare mentalmente un bilancio, basato sul sano principio dell’analisi costi-benefici.

Siamo disposti a sacrificare sull’altare del dividendo, il più elevato possibile, tutti gli aspetti negativi sopra accennati ?

E poi facciamoci pure la domanda del diavolo : ma siamo sicuri che puntare a guadagnare sempre, basato sul presupposto che la crescita dell’economia debba essere eterna , non sia un miraggio senza basi reali ?









lunedì 23 dicembre 2024

Cecilia Sala : L’incendio Reportage su una generazione tra Iran Ucraina e Afganistan - Mondadori edizioni – recensione

 


 Cecilia Sala all’incredibile età di soli 30 anni è ormai una giornalista-scrittrice affermata.

Ha patito 19 giorni di detenzione in uno dei peggiori carceri di Teheran nel 2024, che non stati certo un passatempo, ma che hanno anche fatto di lei un personaggio universalmente noto, cosa che per la sua professione conta eccome.

Scrive per il Foglio ,ma sopratutto per Chora Media ,Podcast, ma non solo, diretto da Mauro Calabresi, col piglio dell’inviato speciale.

Questo libro raccoglie alcune storie di giovani di paesi toccati dalle guerre che vogliono esprimere il sentire di una generazione in ebollizione.

Quindi se volete leggere un reportage di ottimo livello che raccoglie, storie che lasciano il segno per i sentimenti e le emozioni che suscitano, avete trovato il libro giusto.

Se però, e lo dico subito e senza mezzi termini, volete un libro per decifrare la situazione dei paesi nei quali vivono i ragazzi dei quali la Sala parla, non siete sul binario giusto.

Perchè?

Perchè le storie di vita raccontate sono assolutamente vere ed umanamente molto coinvolgenti, ma quei ragazzi rappresentano una parte delle loro rispettive società che probabilmente risulta essere più che minoritaria.

Bellissimo sentire che in quei paesi esistono giovani disposti anche al sacrificio supremo per la libertà la democrazia e la società liberale, ma in quelle regioni i valori appena elencati non fanno parte né della della loro storia nel del patrimonio culturale di quei popoli.

Lo so è antipatico dire che quei popoli non guardano affatto al nostro mondo occidentale come a un modello da imitare e verso il nostro modello non hanno la minima fascinazione.

Non è un caso infatti che gli analisti di geopolitica, dopo che la loro disciplina da negletta è diventata ormai citata ovunque, hanno sottolineato il tratto fondamentale della stessa, individuato nella sottospecie di geopolitica umana, intendendo che i popoli non sono astrazioni, ma sono realtà basate sulle persone umane dotate della medesima psiche che diventa collettiva.

Hanno altra storia, altra spiritualità, altra cultura.

Non è un caso che gli oppositori alla tirannia oscurantista dei turbanti neri in Iran prendono sempre di più a modello non il nostro liberal democratico, ma i miti e i simboli della grandezza passata della loro storia : Ciro il Grande e la spiritualità zoroastriana.

Difficile dire anche per i professionisti più preparati della geopolitica se le Guardie della Rivoluzione e altre milizie sorelle sono maggioranza o minoranza e in che misura.

Ma una cosa è certa, che i giovani iraniano che sono demograficamente la stragrande maggioranza della popolazione, non sono disposti a sacrificare la vita per il nostro tenore di vita neppure paragonabile al loro, ma per una cosa ben diversa che si chiama : la gloria .

Per la moltitudine dei giovani che fanno parte delle varie milizie del regime questa si declina addirittura nella ricerca del martirio.

Per la pattuglia o speriamolo, tanto nessuno lo può dimostrare, la moltitudine dei giovani che si esaltano all’idea di ripristinare la gloria del vecchio impero di Ciro e la spiritualità zoroastriana del sole che arde si tratta di gloria imperiale.

Concetti insipidi e indigesti per noi, ma la realtà analizzabile con gli attrezzi della geopolitica è quella che è.

Anche se lo ripeto, le storie narrate da Cecilia Sala meritano di essere lette e condivise, per il semplice fatto che sono vere e reali, ma non sono lo specchio di quelle società, sono storie di nicchia.

Mi sono soffermato per non dilungarmi troppo sull’Iran, ma per Ucraina e Afganistan vale lo stesso discorso.

A proposito di Iran concludo sottolineando il fatto che la Sala da il meglio delle proprie abilità di reporter la dove presenta anche aspetti della realtà di quel paese del tutto ignorati dalle nostre parti ed anzi ritenuti incredibili.

immagino per esempio che sarà una enorme sorpresa per i lettori italiano apprendere da questo libro, per esempio, che il peso delle donne in Iran è in diversi campi molto più corposo e pesante di quello delle donne nel nostro paese.

I numeri cantano, e sono quelli riferiti alle donne iraniane ingegnere, medico, informatico, matematiche,fisiche nucleari e spaziali eccetera eccetera.

E’ una contraddizione evidente, ma se ignoriamo questa realtà,non siamo in grado di capire il senso delle cose.

E’ una contraddizione senza dubbio che gli uomini col turbante, sul lavoro ,debbano essere molto cortesi con lo staff femminile di qualsiasi istituzione, se non di dover molto spesso digerire il, fatto di esserne dipendenti, quando poi, fuori dall’ufficio, le medesime dirigenti si trovano a precipitare al rispetto di usanze da medioevo , studiate per indicare una subordinazione al genere maschile. ma questo non toglie il fatto che sul lavoro la situazione è capovolta.

Ed anzi, la contraddizione è così assurda, da far ritenere verosimile il fatto che quel regime potrebbe scricchiolare sotto ilo peso delle sue contraddizioni, ma non per essere sostituirlo con un regime all’occidentale, perché come si è detto sopra,pare che il fascino del glorioso passato dell’impero persiano abbia più attrazione sulla gioventù iraniana che non il nostro modo di vita occidentale.

Pare proprio che preferiscano Ciro il Grande a Voltaire e Montesquieu e ancor peggio che peggio se conditi in salsa americana.

Nei due altri capitoli trattati dal libro sull’Ucraina e sull’Afganistan ,l’analsi mi sembra sinceramente meno profonda, ma non viene meno ugualmente l’interesse per i casi umani raccontati.







lunedì 9 dicembre 2024

Alessandro Aresu : Geopolitica dell’intelligenza artificiale -Feltrinelli Editore - recensione

 




Non posso nascondere che trovandomi di fronte a un volume di 555 pagine e per di più su un argomento altamente tecnico, pensavo che affrontarne la letture mi avrebbe messo in difficoltà e avrebbe richiesto grande pazienza e fatica, ma sinceramente non è stato così.

Per grande merito dell’autore, che è incredibilmente giovane, per essere così colto e capace di gestire da esperto un tale argomento.

Non finirò mai di stupirmi di come Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes ,sia riuscito a mettere insieme un team di analisti di livello incredibilmente elevato, tale comunque e devo dire anche purtroppo, ha semplicemente oscurare l’accademia, le università e le facoltà di scienze politiche, rimaste a lavorare con ferri vecchi e teorie inutili per decifrare il mondo di oggi.

Ma per fortuna gli Aresu ci sono.

La lettura di questo libro ,è ovvio, richiede un certo impegno, ma è resa agevole ed attraente dalla capacità dell’autore di introdurre le varie acquisizioni dell’AI ,entrando anche nella vita privata delle singolari figure delle menti geniali, che l’hanno inventata e costruita passo passo.

Credo che questo approccio sia la via giusta per umanizzare questa tecnologia, che non pochi hanno definito come fonte per varcare la soglia del “transumanesimo”.

Altri sono arrivati adirittura alla più che discutibile conclusione ,che il futuro prossimo vedrà l’uomo nelle condizioni del cagnolino, tenuto al guinzaglio dal robot guidato dall’AI ,arrivata a superare le facoltà umane in tutti i campi, compreso quello della coscienza.

Aresu ci guida per la lunga via percorsa dall’AI per arrivare allo sviluppo impressionante al quale oggi assistiamo, via tortuosa e accidentata, come è sempre capitato per raggiungere nuove acquisizioni tecnologiche, ma tenendo bene i piedi per terra.

Forse questa sua capacità di relativizzare e umanizzare questa potentissima tecnologia, temuta da molti, è il fatto da lui citato con orgoglio, di essere allievo del filosofo Massimo Cacciari.

Non è un caso.

Solo l’uso della filosofia può addomesticare lo strapotere della tecnica.

Ma leggetelo questo libro e vi troverete per qualche giorno in compagnia di portentose menti elette : del famosissimo “uomo col giubbotto di pelle” Jensen Huang, il mitico fondatore di Nvidia; Morris Chang fondatore di TSMC; Bill Dally altra mente eccelsa e numero due di Nvidia; Peter Thiel fondatore di Pay Pal gestore di ventur capital fondamentali; Ilya Sutskever, co fondatore e Chief Scientist di Open AI; Shane Legg,cofondatore di Deep Mind ora di Google e l’incredibile ruolo di primo piano di Angelo Dalle Molle, che dopo aver inventato il Cynar, si proprio quello “contro il logorio della vita moderna”, con la Fondazione che porta il suo nome a Lugano crea una delle prime fucine di studio dell’AI; e alcuni altri.


mercoledì 13 novembre 2024

Dario Fabbri : Sotto la pelle del mondo – Editore Feltrinelli – recensione

 





Dario Fabbri è ora uno dei più noti analisti geopolitici, ma chiaramente tiene molto alla sua privacy tanto che non è affatto semplice reperire sul web notizie relative alla sua biografia, se non riguardo strettamente alla sola vita professionale.

Direi che deve gran parte della sua reputazione al fatto di essere professionalmente cresciuto nella Rivista Limes ,della quale è stato direttore scientifico per anni ed ha partecipato alla fondazione della scuola di Limes.

Poi ha avuto la fortuna di incontrare ed entrare in sintonia con Enrico Mentana,partecipando alla formazione dei formidabili servizi ,che la 7 ha dedicato alla guerra d’Ucraina ,di ben altro livello e interesse ,rispetto ai soliti sonnacchiosi e conformisti commenti dei media nostrani.

Riconosciuta la stoffa professionale di Fabbri, Mentana gli ha dato la opportunità di cofondare con lui, la rivista di geopoltica Domino, che è stata subito un successo, poche pagine a confronto dei fascicoli di 300 pagine di Limes, ma quanto basta per documentare un pubblico anche di non specialisti.

Dopo averlo letto e ascoltato più volte nelle sue apparizioni televisive, non riesco ancora a non stupirmi dello stile veramente singolare di Dario Fabbri, giovane, ma con un bagaglio di preparazione, che non riesce a nascondere, usando un eloquio, forse esageratamente più colto dei colleghi ,che gli fa rischiare di fare la parte antipatica del primo della classe..

Sono sempre ammaliato dal modo di presentarsi di Lucio Caracciolo, che gli è stato maestro nei suoi anni con Limes , ma certo Fabbri spesso lo supera riuscendo a concentrare in poche pagine il succo della geopolitica. La geopolitica ha un approccio alla politica internazionale profondamente innovativo e contro-intuitivo rispetto al modo ideologico e formalistico-legalistico, proprio dell’impostazione accademica della materia. Cioè ,in parole povere ,chiunque voglie esprimere un qualunque ponto di vista sulla guerra in Ucraina,deve premettere la giaculatoria : La Russia è l’invasore e quindi rappresenta la parte del cattivo, mentre l’Ucraina è l’invaso e quindi rappresenta la parte del buono. Siamo sicuri che questo sia l’unico parametro di riferimento percorribile per capirci qualcosa del conflitto in atto? Ebbene, la geopolitica dice nettamente di no, senza temere di fare affermazioni quasi sempre contro- corrente, tanto contro corrente, da apparire spesso provocatorie, e comunque, sempre del tutto politicamente-scorrette. Ma del pensiero considerato unico e mainstream, la geopolitica se la ride. Il geopolitico Fabbri è convinto che la perdurante impostazione delle discipline accademiche di scienze politiche è costruita su schemi ideologici, applicati in qualsiasi contesto, senza rendersi conto, che gli schemi sono frutto di ideologie esclusivamente occidentali, spacciate erroneamente per universali (vedi diritti umani;diritto internazionale che è diritto del vincitore della guerra monduale, che mondiale non è stata ;con piglio colonial-razzista, in senso culturale. Lontani da una sistematica analisi storica, affiancata da antropologia e psicologia. E dallo studio delle etnie ,si direbbe ,cioè di quell’oscuro mondo, che ,per intendersi, potrebbe definirsi come psiche collettiva, e questa è la ragione per la quale lo stesso Fabbri ha dedicato il suo libro principale appunto alla “geopolitica umana”, per sottolineare che la politica internazionale, le guerre etc sono fatte da uomini, non sono astrazioni o costruzioni ideologiche. Ed allora ecco che la realtà, non viene più descritta visionandola e classificandola , dietro a lenti colorate, che la definiscono sulla base di severe, ma posticce classifiche, a base di democrazia formale e diritti umani (declinati alla occidentale). Ma rimane la risultante dell’applicazione della politica di potenza delle nazioni egemoni (che la geopolitica non si vergogna affatto di chiamare col loro nome che, è ,come era : “imperi” ). C’è una differenza pratica, di non poco conta ,fra il cercare di interpretare le guerre con i paramentri correnti del pensiero unico ideologico-legalista ,o invece ,con le coordinate della geopolitica, ed è che nel secondo caso si intravedono le linee di fondo, alla base dei movimenti in corso, mentre nel primo caso ,si finisce per cercare di spiegare quanto avviene, con affermazioni, che risultano apertamente imbarazzanti, per la loro puerilità, come : la guerra d’Ucraina è scoppiata perché la Russia è governata da un autocrate pazzo. In questo libro Fabbri applica i parametri della geopolitica umana, che ho cercato di spiegare sopra ad alcuni dei casi internazionali più complessi del momento. Crisi del sentimento messianico che era alla base dell’imper americano e farsi avanti dei paesi, che hanno cominciato a contestare la supremazia americana, chiamiamoli Briks o Sud del mondo come si dice comunemente oggi. Contestatori ,che aspirano a diventare loro nuovi coegemoni mondiali come la Cina e la Russia oppure egemoni regionali come Turchia, Iran, Israele,India,Messico.

Ma lasciamo che sia Fabbri a parlare, invito quindi alla lettura del libro, vedrete che non rimarrete delusi.






sabato 9 novembre 2024

Federico Rampini : Grazie Occidente. Tutto il bene che abbiamo fatto – Mondadori Editore – recensione

 





Di solito inizio le recensioni presentando i tratti essenziali dell’autore.

Ma nel caso di Rampini ,immagino che il personaggio sia talmente noto dal rendere del tutto superfluo cercare di descriverne la biografia.

In una recente intervista, l’autore a una domanda precisa del conduttore che lo invitava a definirsi nel ruolo professionale, che ritieneva più consono alla realtà, rispose dicendo che in questo momento della sua vita si sente più scrittore che altro.

E in effetti la sua produzione come saggista è piuttosto ampia.

In particolare ,questo ultimo libro non può non essere visto come il seguito logico del precedente : “Suicidio occidentale” uscito nel 2022.

Per i lettori che volessero richiamarlo alla memoria, metto di seguito il link relativo alla recensione che gli avevo dedicato https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2024/03/federico-rampini-suicidio-occidentale.html.

Altri autori si erano cimentati sull’argomento, che per la verità aveva visto l’impegno sopratutto di analisti di geopolitica, come del resto è ovvio che sia.

Rampini non nasconde con orgoglio di ritenersi particolarmente qualificato a parlare di America (più di tanti suoi colleghi) dal fatto di essere anche cittadino americano da lunghi anni e di essere vissuto prevalentemente in quel paese dalla sua età adulta in poi, salvo la parentesi cinese (di ben quattro anni).

Come dire che lui parla di cose che ha viste e vissute in diretta.

Sinceramente non è poco.

Per contestualizzare queste poche righe, ricordo al lettore che sto scrivendo due giorni dopo alla schiacciante vittoria elettorale di Donald Trump come 47 presidente degli Usa.

Sento la necessità di farlo, perché non dubito che se un lettore vuole capire a fondo perché questo avvenimento è successo ed in quella misura, non c’è dubbio che ha trovato il libro che gli fornisce le risposte ,che vanno più nel profondo dello spirito americano contemporaneo.

Credo che, come lettori ,dobbiamo molto all’onestà intellettuale di Rampini ,se appena conosciamo la sua storia, diciamo politica.

Aderente al Pci di Berlinguer ,da giovane ,ha sempre conservato una sua naturale inclinazione verso l’indirizzo progressista e quindi, diciamolo pure ,in america ha sempre votato democratico.

Ma la sua inclinazione politica non gli ha impedito di scrivere questi ultimi due saggi sull’America nei quali fa letteralmente a pezzi l’azione politica politica di fondo del partito democratico americano in questi ultimi anni.

A cominciare dalle follie delle amministrazioni delle megalopoli più rappresentative delle due coste (New York , San Francisco e Los Angeles) rette da una casta di integralisti ideologici, prigionieri di un fondamentalismo, che li ha fatti allontanare progressivamente dalla cognizione della realtà.

Tanto per fare un esempio, il movimento “Black live matter”, nato per una sacriosanta reazione al razzismo inumano di un poliziotto, si è trasformato nella folle politica del “defund the police”, che ha portato la criminalità in quelle metropoli a livelli inconcepibili.

Cocì come la dottrina “verde” declinata a livello talebano, che in nome del principio di per sé sacrosanto del “basta cementificazione” ,ha bloccato in modo assoluto la costruzione di nuove abitazioni popolari, con il risultato che le strade ,comprese quelle turisticamente più famose e presigiose, si sono riempite di “homless” che se ne sentono padroni al punto ,riportano le cronache ,di defecare in pubblico.

Le medesime politiche hanno creato una tale carenza di immobili sul mercato,tale da impedire, sopratutto ai giovani, di trovarsi una casa, anche solo in affitto ,dato che i prezzi ,seguendo la più elementare legge del mercato, sono diventati folli.

Andiamo ancora peggio se volgiamo lo sguardo all’educazione.

Nelle prestigiose università dell’Ivy League dove si accede per la modica cifra minimo di 70.000 $ l’anno, la classe accademica si impone da anni una autocensura indecorosa, che le impone di seguire rigorosamente i precetti del movimento Woke, con annesse conseguenze della “cancel culture” ,che ha imposto l’abbattimento delle statue di qualsiasi personaggio, padri della patria inclusi, che avesse dato ,ai suoi tempi, segno di un pensiero non contrario alla schiavitù ed al razzismo, in barba al principio più ovvio dell’approccio alla storia, che vuole la contestualizzazine di qualsiasi evento o personaggio.

Rampini sottolinea giustamente l’autentica follia che impedisce tuttora a un docente di quelle università di nominare Platone, perché ritenuto reo di razzismo.

Ma sopratutto Rampini insiste nel puntare il dito contro l’atteggiamento dogmatico e oscurantistico dell’èlite democratica ,che ha imposto e impone il pregiudizio, che pretende in qualsasi posizione o analisi di ispirarsi a questa premessa : noi occidentali siamo colpevoli di avere commesso in passato peccati imperdonabili di razzismo, schiavismo, colonialismo materiale e culturale ,e quindi non siamo affatto coloro che hanno aumentato il livello di vita materiale né il progresso del mondo.

Per questa ragione dobbiamo espiare i nostri peccati storici confessandoci che le altre civiltà sono migliori della nostra e che noi siamo destinati a ruoli gregari.

E quindi nei rapporti con altre etnie, dobbiamo porci come un inferiore si pone davanti a un superiore e dobbiamo stare ben attenti a non assumere atteggiamenti ,che potrebbero essere interpretati come offensivi da etnie diverse dalla nostra.

Attenzone, questa non è teoria:

Si pensi ad esempio che questi pregiudizi hanno spinto le medesime elites democratiche a imporre al NY Police Department, famosissimo nelle serie televisive, di distogliere lo sguardo da violazioni della legge ,se i “perpetrator” erano black people o latinos.

Conseguenza ovvia di queste direttive è stato il fatto che intieri quartieri sono finiti nella disponibilità delle bande di giovanissimi, intoccabili perché etnicamente non bianchi.

L’autore in questo libro in particolare ha il merito sacrosanto di avere confutato frontalmente la filosofia che sta a base di questa degenerazione culturale delle èlite democratiche americane, documentando con citazioni di saggi di autori di comprovata competenza, che è vero esattamente il contrario.

Cioè che non basta qualificare le follie sopra elencate come semplici esagerazioni, perché è possibilissimo dimostrare che è vero il contrario.

E cioè che è innegabile il merito dell’Occidente di avere portato il progresso scientifico e tecnico ai massimi livelli e di avere e il merito di non essersi chiuso in una campana di vetro, ma di avere diffuso quel progresso con la globalizzazione in tutto il mondo.

Se i paesi emergenti hanno quasi vinto la battaglia contro la fame, endemica da secoli, è per merito dell’acquisizione delle tecniche agricole sperimentate e applicate prima in Occidente.

La Cina addirittura questa battaglia l’ha vinta, ma nessuno di questi popoli avrebbe conseguito questi risultati senza “copiare” dall’Occidente.

Non parliamo della farmaceutica e della medicina, perché in questi campi la cosa è del tutto evidente.

Quanto a schiavitù, razzismo e colonialismo è bene dare a ognuno quello che si porta sulle spalle, ricorda Rampini.

Infatti queste qualità negative non sono affatto prerogativa particolare dell’Occidente.

Gli schiavisti delle piantagioni si cotone, per esempio, si sono sempre avvalsi degli immondi servizi dei mercanti sopratutto arabi, che ne anno obiettivamente la primazia.

E gli imperi vengono dalla notte dei tempi ,non sono certo stati inventati dall’Occidente.

Ecco ,ho riportato solo un breve florilegio, ma il libro di Rampini è ben più completo e sopratutto documentato.

Ribadisco quindi che se qualcuno ancora non riesce a capacitarsi del perché una forte maggioranza di americani ha votato per il perlomeno “caratteriale” Donald Trump , qualche ragione ce l’aveva proprio.