venerdì 21 agosto 2015
La chiesa che ha negato i funerali a Welby e non sa negarli a un “padrino”, può anche chiudere bottega, a meno che non cacci quel parroco Don Abbondio
Leggo dal sito on
line dell’Espresso Repubblica : “La chiesa che ha celebrato le sfarzose esequie
di Vittorio Casamonica, esponente dell'omonimo clan della malavita romana, è la
stessa che nel 2006 negò il rito funebre al simbolo della lotta per l'eutanasia”.
Quel signore è
accusato di usura,racket e traffico di stupefacenti.
Giriamola come
vogliamo, ma se Mons.Galantino, che ha l’autorità di parlare a nome della
chiesa Italiana, evidentemente perché qualcuno quell’autorità gliela ha data,
parla e straparla quotidianamente come un politico fra politici spesso e
volentieri usando un linguaggio da bar sport,
dopo il fatto agghiacciante del mega-funerale religioso di un padrino
esaltato come tale dai suoi accoliti non interviene ora cacciando il parroco
che quei funerali ha celebrato……
Ognuno prosegua la
frase come si sente di fare.
A mio parere però
su questo fatto la chiesa italiana, che proprio oggi, guarda caso, proprio oggi
e nella persona sempre di Mons.Galantino, ritorna a timbrare il cartellino al
Meeting di Rimini, di quella CL, che ritiene evidentemente di poter uscire
immacolata da una breve quaresima, dopo i noti fatti di Formigoni e C., è
attesa a un momento della verità determinante, da giocarsi proprio sulla
reazione o meno a questo fattaccio eclatante del mega -funerale del padrino
romano.
La sociologia della
religione, che studia i fenomeni e il comportamento religioso in Italia e che
misura periodicamente le percentuali di fedeli rimasti alla chiesa cattolica,
ha ricavato dalle sue analisi la conclusione che l’unico legame effettivo fra
la chiesa e la gran parte della popolazione italiana con la chiesa è la
celebrazione dei così detti “riti di passaggio” :battesimo, cresima,
matrimonio, funerale.
Alcuni di questi
sono in forte contrazione, come il matrimonio religioso, soppiantato da quello
civile, ma gli altri e soprattutto il funerale sono stabili, a quanto pare
però, anche perché, non esistono, al momento, alternative civili, che però cominciano a comparire.
Lo stesso rito del
funerale, un tempo tutto incentrato su una severa spiritualità, oggi è stato
parecchio rimaneggiato per renderlo più “moderno” e “appetibile” laicizzandolo
in modo abbastanza radicale e discutibile, con l’inserimento (caso unico fra i
riti cattolici) di un discorsetto preparato da un familiare o da un amico che,
sale all’ambone e tesse, nel modo che crede, le lodi del defunto, parlando,
magari anche esclusivamente, di cose che c’entrano come i cavoli a merenda con
il significato religioso di quella celebrazione.
E’ evidente che
introducendo queste novità non irrilevanti la chiesa si è preoccupata di
appropriarsi e di prevenire oggi si
direbbe quel “format” che si adotterebbe in una cerimonia puramente laica.
Cioè la chiesa ha addirittura voluto riportare
dentro la chiesa quello che prima, nel caso di funerali di cittadini che hanno
avuto un qualche ruolo nella società civile si faceva fuori con un discorsetto
di un qualche notabile sui gradini della
chiesa, per marcare la differenza fra momento religioso e momento civile.
Oggi la evidente
paura di perdere fedeli ha indotto chi poteva farlo non solo a mettere insieme
le due cose, ma ad ampliare il momento del ricordi “civile” al
“fedele qualunque”, dando la parola al familiare o amico che volesse farlo e
naturalmente la cosa è stata interpretata come l’occasione per affermare una
sorta di “status symbol”, come dire, in una famiglia come la nostra è
giocoforza celebrare il defunto con un discorso d’occasione.
Stando così le
cose, risultano ancora più pietose le giustificazioni addotte da quel povero
Don Abbondio che regge oggi la Parrocchia San Giovanni Bosco (come si sono ridotti ultimamente i
Salesiani!) di quel quartiere romano,
dove si sono celebrate le esequie del padrino.
A quanto riferisce
il Messaggero di stamattina, quel parroco avrebbe detto che lui non sapeva
nulla, cioè non sapeva che dietro a quel cognome pesantissimo si celasse un notissimo padrino, ma e qui siamo al
disastro morale, anche se lo avesse saputo, la pietà lo avrebbe costretto a
celebrarlo.
Ecco uscire la
concezione terribile della chiesa come ufficio o come negozio, contro la quale,
tanto per citare un nome, si era scagliato cinque secoli fa l’agostiniano
Martin Lutero, purtroppo senza seguaci in Italia, né allora, né ora, o più
recentemente il teologo Eugen Drewermann.
Chiamo il prete,
gli chiedo di offrirmi il sacramento, lo pago e sono a posto.
Se la chiesa
lasciasse credere di essere questo, tanti saluti, sarebbe una realtà del tutto
irrilevante per l’uomo moderno
scolarizzato, quel tanto che basta per avere acquisito un minimo di
senso critico.
Sono un padrino,
benissimo, allora mi pago un funerale degno di un padrino con carro a sei
cavalli, musica del padrino, elicottero che lancia petali di rosa,
maxi-manifesti sui muri della chiesa, sui quali è ben chiarito, che il paradiso
me lo sono comperato e quindi mi spetta.
Questa è una farsa
non è un funerale religioso. Ma non ha
nessuna importanza che lo dica io, è Galantino e i suoi superiori, in quanti
responsabili di quelle istituzioni religiose, che lo devono dire.
Ma i guai per la
credibilità della chiesa italiana non finiscono qui, se si ricorda che quella
medesima parrocchia romana aveva rifiutato il funerale di Wembly, malato
terminale di sclerosi multipla che dopo anni di inutili e protratte sofferenze
aveva trovato il modo di farsi staccare dai macchinari che lo tenevano
artificialmente in vita, cosa che dovrebbe rientrare fra i diritti umani
elementari in qualsiasi paese civile.
Ma allora non c’era
papa Francesco e il grande capo dei vescovi italiani era il Card. Ruini, che
aveva imposto il divieto di quel funerale.
Vede quindi il
povero “Don Abbondio” di questo caso, che la “pietà” che lui ha citato come
ultima ratio, va e viene come una fisarmonica, secondo la politica che
praticano al momento gli eminentissimi cardinali, come si faceva ai tempi dei
Borgia e buona notte ai Vangeli e a quello che c’è scritto.
Aspettiamo
Galantino e superiori al varco, a loro la parola.
mercoledì 19 agosto 2015
Le feste dell’Assunta
Anche chi non è o non è più un gran frequentatore di liturgie non può non imbattersi in quelle
feste, che vengono celebrate nei giorni
di Ferragosto in tutti i borghi
d’Italia e che si richiamano alle celebrazioni religiose dell’Assunta.
Feste originate dalla tradizione cattolica, che ha permeato
per secoli il nostro paese e che tutt’oggi in epoca di modernità e di secolarizzazione avanzata, nessuno si sognerebbe di cancellare, perché ormai
dall’ambito religioso sono transitate nel costume civile di moltissime comunità.
Inutile chiedersi, per esempio, che relazione ci sia
oggi fra il Palio di Siena. come lo vivono contradaioli
e turisti, e la celebrazione religiosa dell’Assunta.
Probabilmente non c’è nulla
di più che la condivisione della
data, ma questo non ha nessuna importanza, tutte le cose di questo mondo sono
in perenne movimento, quello che c’è oggi è per definizione diverso da quello
che c’era ieri, ma, non per questo, si
abbandonano le proprie radici.
La dimostrazione di questa affermazione la si può ritrovare nella incredibile
commistione che si crea in ogni borgo
fra le celebrazioni sacre dell’Assunta, che precedono le celebrazioni
civili e quelle marcatamente laiche
o civiche o di puro spettacolo ed evasione.
I telegiornali locali ci mostrano perfino la rinascita e il
proliferare in queste occasioni di
qualcosa di simile alle vecchie balere animate da complessini, spesso locali o,
in mancanza, da un quasi virtuoso della fisarmonica o della più moderna
tastiera.
E questo sviluppo civico-festaiolo è quello che interessa
alla stragrande maggioranza della gente, che ormai, sempre più raramente, si
sorbisce la precedente parte religiosa, con esibizioni, per la verità, sempre
meno esaltanti dei parroci di turno sul
tema della “spiegazione” del dogma dell’Assunta.
Anche perchè sul tema c’è poco da spiegare.
Pochi dogmi come questo sono infatti pure “invenzioni” della
gerarchia clericale.
Non cercate la narrazione dell’assunzione di Maria nei
Vangeli, perché non la potete trovare, semplicemente perché non c’è il minimo
accenno.
Per di più questa “invenzione” è estremamente recente.
Gli storici si sono chiesti perché mai Pio XII il 1 novembre del 1950 si sia lanciato in questa
arrischiatissima definizione dogmatica firmando la costituzione apostolica
“Munificentissimus Deus” : “Noi……pronunziamo,
dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di
Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta
alla gloria celeste in anima e corpo.
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica”.
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica”.
E, questi storici, hanno a loro volta “arrischiato” delle
risposte :
Quella che riscuote più consensi è questa.
Pio XII era uscito molto malconcio dalla seconda guerra
mondiale, durante i cinque anni della quale, si era notoriamente distinto più
per gli eclatanti silenzi, che per qualsivoglia presa di posizione.
Si erano consumate alcune delle peggiori nefandezze della
storia e lui parlava d’altro e per di più con toni poetici, irritanti e
poco sensati in quelle circostanze.
Per venirne fuori in qualche modo, ha scelto la via della
“miglior difesa è l’attacco”, che in termini clericali si declina affidandosi
al “trionfalismo”, delle celebrazioni di
massa, sfruttando l’enorme desiderio che aveva allora la gente, di celebrare il fatto prima di tutto di
essere sopravvissuti a quell’inferno e la conseguente voglia di andare oltre e
ricostruirsi una vita vivibile.
Pacelli ,allora non ancora papa ma Nunzio in Germania,
inviato dal suo predecessore Pio XI, ha vissuto abbastanza in quel paese per
vedere quanto quella chiesa pre-nazismo era animata o ammalata di trionfalismo.
Le processioni e le
manifestazioni di massa si sprecavano.
In pochi anni passare
dalle processioni, alle parate ed alle adunate di massa, è stato un
processo avvenuto nella più assoluta
continuità.
E questa è tra l’altro la ragione per la quale al Concilio
Vaticano II la maggioranza dei Padri ha esplicitamente posto il superamento di
ogni atteggiamento “trionfalistico” della chiesa, come una priorità di quel
Concilio.
Hitler, come tutti i dittatori, aveva capito benissimo e per
tempo quello che c’era da copiare nei rituali della chiesa cattolica e in
pratica ha dovuto solo cambiare insegne, per un popolo che era già stato
sufficientemente “diseducato” da un uso non appropriato della religione.
Quando è toccato governare a Pio XII, alla fine della guerra , questi ha ritenuto di poter giocare
la stessa partita e passare all’incontrario da parate e adunate, ancora a solenni processioni, benedizioni,
anni santi eccetera.
Per far questo, oggi diremmo, con la massima copertura
mediatica possibile, ha pensato di rispolverare la devozione mariana,
portandola a livelli parossistici, scommettendo sul fatto che la cosa avrebbe
raccolto un gran favore popolare e si è
“inventato” il dogma dell’Assunzione.
Se vogliamo vedere la cosa dal punto di vista della risposta
popolare, non c’è dubbio che abbia avuto una bella pensata, anche perché, lungo
per i secoli, dal periodo apostolico in poi, la devozione popolare aveva quasi
anticipato la credenza nell’assunzione di Maria, ad esempio col mito della
“dormizione di Maria”, ritrovabile delineata in moltissime icone, precedenti di
secoli la definizione dogmatica di Pio XII.
Ma questo non toglie che il presunto dogma, non abbia la
minima base scritturale.
Eppure, perfino il Concilio di Trento, che cinque secoli
prima, aveva pronunciato definizioni dogmatiche su ogni aspetto del “credo”
cattolico, si era imposto come regola ferrea di non definire nulla che non
avesse una sicura e precisa base scritturale.
Certo che a sentire le omelie, che vengono pronunciate
all’Assunta, si resta abbastanza sconcertati.
Ho sentito quella del papa, per il quale nutro la massima
stima e ritengo che abbia il merito di
avere almeno momentaneamente stoppato una decadenza della chiesa, prima
irreversibile, ma veramente non mi aspettavo di sentire riproposti argomenti
così poveri.
Anche perché non erano argomenti, erano solo la
riproposizione dei racconti mariani, che sono appunto storie, narrazioni, miti.
La gerarchia cattolica del resto tende sempre a debordare, anche
oltre ogni buonsenso, quando propone le “devozioni” mariane.
Ricordo quando da
ragazzo ho visitato il santuario di Loreto e sono trasalito quando ho trovato
scritto sulla presunta “santa casa” l’inverosimile scritta “verbum caro hic
factum est” e pur essendo allora dirigente di associazioni cattoliche mi sono
detto “ma questi sono usciti di testa a far credere alla gente una cosa del
genere, quell’ “hic” è una follia.
E infatti, con la solita ambiguità, la chiesa non ha mai,
nemmeno una sola volta, riconosciuto queste, che teologicamente sono definite “rivelazioni
private”, cioè i presunti fatti miracolosi di Luordes,Fatima, Loreto eccetera,
per intenderci, come portatrici di un qualche ampliamento della rivelazione,
come risulta dalle scritture, ma le ha approvate, quando le approvate, solo
come pie credenze e pratiche non in contrasto con la rivelazione, punto.
Però di fatto ha giocato sull’equivoco del termine “rivelazione”,
che significa anche presenza di un personaggio divino o celeste, lasciando
credere di fatto, che se si trattava di apparizioni di
personaggi celesti, come la Vergine, quelle fossero vere “ rivelazioni”.
Il popolo dei fedeli non è mai stato nè sensibile, né aduso a
misurarsi con le sottigliezze teologiche, e intanto prendeva lucciole per
lanterne, con solenni benedizioni della gerarchia, che le riserve teologiche se
le teneva per sé, pensando di mettersi così la coscienza a posto.
Tenendo conto anche di tutte le esagerazioni nelle pratiche
mariane, è verosimile che il fedele di oggi possa ancora ritenere di
individuare una qualche relazione fra quelle storie mariane e le propria vita?
Ne dubito, anche se ognuno fa le scelte che crede.
Questo papa è popolare, non vi è il minimo dubbio.
La sua strategia è ormai chiara : usare della sua grande
popolarità come corazza per poter togliere l’enorme potere, che la curia si è
costruita da secoli, e riportare la chiesa alla sua ispirazione evangelica,
lontano dal potere e dalle ricchezze.
Per riuscirci, sostiene la sua popolarità promuovendo alcuni
aspetti del cattolicesimo tradizional- popolare,
compresi alcuni piuttosto discutibili.
La proclamazione del Giubileo è un colpo da maestro, se il
papa fosse un politico, lo si dovrebbe però ascrivere alla
categoria dei “populisti”, per avere messo in atti quel meccanismo, che gli
porterà davanti folle immense, per mesi e
mesi di seguito, altro che l’Espo!
Intrattiene rapporti cordiali e pubblici con personaggi più
che discutibili, come quel Kiko Arguello e Carmen Hernandez, fondatori e leader
dei Neocatecumenali, che governano quell’ enormi movimento- setta di massa, assolutamente “ad libitum”, per trarne una luce riflessa, ma con tutti i rischi
annessi e connessi alla frequentazione di personaggi imprevedibili e
assolutamente non trasparenti.
Gli si attribuisce la volontà di trasportare le spoglie di
Padre Pio in San Pietro durante le celebrazioni del Giubileo.
E qui ci risiamo, con personaggi estremamente popolari, ma
contemporaneamente estremamente controversi.
Ho avuto la ventura di conoscere quel Vescovo, Mons. Maccari
,che ha avuto il resto della sua vita rovinata, dal fatto di avere consegnato a
Papa Giovanni un rapporto nettamente negativo sulla figura di Padre Pio, rapporto
commissionatogli dal papa stesso, e posso confermare che era persona
assolutamente affidabile ed equilibrata, tanto che papa Giovanni aveva fatto
proprie le conclusioni ivi indicate.
Sugli argomenti che vengono definiti di bioetica , Papa
Francesco ripete né più né meno le posizioni tradizionali, senza nulla
aggiungere, né innovare, e questo sorprende non poco.
Si capisce che Papa Francesco ha difficoltà e resistenze
enormi da superare per far tornare almeno un poco la chiesa alla sua originale
ispirazione evangelica, questo è ben chiaro a tutti.
Certo che si sta muovendo con una strategia spesso veramente
spregiudicata, come dimostrano i fatti
sopra citati.
Se questo cedere a
quello che in politica viene definito populismo, è il
prezzo da pagare per tentare di vincere le resistenze di curia e conservatori,
si può anche dargli credito, se pure a malincuore.
Fatto sta però, che questo “populismo”, se pure
calcolato e diretto a un fine nobile,
temo che non faccia bene affatto alla maturazione di un popolo cristiano,
ridotto nei numeri e pochissimo educato.
Spingerlo a prestare fede agli aspetti più miracolistici e
mitici del “credo” cattolico, significa in pratica favorire la sua
propensione a coltivare gli aspetti già
troppo infantili e acritici della fede, mentre
questo popolo, avrebbe invece bisogno di diventare a un certo momento adulto, cercando di verificare la
propria fede usando logica e senso critico e quindi sbarazzandosi dell’inverosimile.
E quindi scartando piuttosto che favorire il miracolismo , aprendosi al confronto con le altre credenze
religiose, la filosofia e soprattutto la scienza.
Da quest’orecchio purtroppo, lo si è visto anche
dall’analisi dell’enciclica sull’ecologia, questo papa sembra non sentirci molto,
o ritenere non prioritari questi argomenti.
Peccato perché farebbe molto bene alla verifica razionale
della fede cattolica ad esempio il confronto, oggi possibile per tutti, con le
religioni orientali, molto più “relativiste” e tolleranti, con tutti i vantaggi
che derivano da queste posizioni.
Il recente attentato a un tempio nel centro di Bancok in
Tailandia era diretto significativamente a un tempio induista (dedicato a
Brama), che però era notoriamente visitato da folle di buddisti.
E’ un fatto su cui vale
la pena di meditare.
mercoledì 12 agosto 2015
L’intervento di Mons. Galantino sull’ accoglienza ai migranti
“Piazzisti da quattro soldi che pur
di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse”.
Queste le parole che il Segretario
Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha pronunciate alla Radio
Vaticana.
Se le avesse dette nel corso di un
qualunque talk show politico, dove il conduttore spinge ogni ospiti a spararla
più grossa di quello intervenuto prima di lui, quelle parole sarebbero state
appropriate, ma dette alla Radio Vaticana e da chi riveste di fatto il ruolo di
rappresentante dei vescovi italiani, sono
veramente da cartellino giallo.
La chiesa italiana è la presenza più
benemerita nell’accoglienza pratica ai migranti, potendo contare su strutture
territoriali estremamente estese.
Fa quello che deve fare per il fatto
che fa semplicemente quello che Gesù Cristo ha chiesto che facciano i suoi
seguaci.
Anche a Gesù Cristo , ci dicono i
Vangeli è scappata qualche parolina inusuale tipo “razza di vipere” o altro per
esempio quando ha scacciato i mercanti dal tempio.
Ma si trattava di altro contesto ed
il “peccato” condannato era un uso improprio della religione.
Gesù di Nazareth, pur avendo idee
abbastanza precise in materia non è mai entrato in polemica diretta col potere.
Tanto meno a gamba tesa, perché
questo è contrario allo spirito ed all’ispirazione generale del suo messaggio.
Come di consueto, quando una figura
istituzionale esce dai binari, i suoi superiori, o semplicemente i suoi
consiglieri , o lui stesso a mente fredda,lo inducono a ritornare velocemente
su quanto affermato cercando di rimediare in qualche modo.
E questo è successo regolarmente
anche nel caso di quella dichiarazione non proprio evangelica, però come sempre
“la toppa è stata peggio del buco” come recita un proverbio veneto e nessuno
crede che quelle parole non fossero state dirette a partiti ed a personaggi
politici particolari, come Mons. Galantino ha cercato di far credere.
Quelle parole erano sbagliate
radicalmente per il tono da bar sport.
I politici possono usare quelle
parole, il rappresentante dei vescovi no, perché se lo fa vuol dire che si
mette a fare politica anche lui e per di più al livello di quelle forze
politiche che cercano la frase ad effetto che tocchi le corde emotive degli ascoltatori
e quindi , come si dice comunemente “parlano alla pancia” e non “alla testa”.
Quel tono sfottente e arrogante viene
usato comunemente anche dal direttore di Avvenire, giornale della Cei, nella
polemica anti – Lega e anti 5 Stelle, ma anche in questo caso a mio avviso si
sbaglia e non si costruisce un bel nulla.
Lo ripeto, tutti sappiamo che la
chiesa in tutte le sue articolazioni sta compiendo un’opera benemerita
nell’assistenza pratica ai migranti, supplendo alle inefficienze ed alle
carenze dello stato e degli enti locali.
Il Presidente della fondazione
Migrantes, che è la branca della stessa Cei che ha il compito specifico di
occuparsi del coordinamento delle iniziative in questo settore, calcola in
15.000 il numero di migranti assistiti direttamente dalle varie istituzioni
facenti capo alla chiesa italiana.
Non è poco, anche se si potrebbe fare molto di più, stante il fatto
che il Vaticano detiene la più grossa proprietà immobiliare d’Italia.
Ma l’assistenza ai migranti comporta
indirettamente la necessità di entrare in scelte politiche implicite e in
problematiche complesse, che non si possono trattare con la scure in mano come
ha fatto Mons.Galantino.
Innanzi tutto c’è un problema molto
grosso interno alla chiesa stessa.
Le indagini demoscopiche in materia
hanno messo in evidenza il fatto che la popolazione italiana risulta essere
quella più razzista dell’Europa a 28 paesi.
Questo solo fatto è l’indice di un
evidente fallimento realizzato dalla chiesa italiana nel decenni precedenti,
perché quanto meno non ha saputo far passare nel popolo dei fedeli nemmeno le
idee più elementari del messaggio evangelico.
Se i fedeli si accostano alla chiesa
per gestire nella loro intimità il loro presunto passaporto per l’al di
là, e se ne fregano dei fratelli, il
messaggio cristiano a loro non è pervenuto, su questa affermazione ci possono
essere pochi dubbi.
Il Corriere della Sera la settimana
scorsa ha riportato una serie di interviste molto interessante ai (pochi)
parroci e preti della diocesi di Milano che hanno accolto il recentissimo appello
del loro Arcivescovo ad aprire parrocchie e conventi per aiutare i migranti.
Bravo Scola, meglio tardi che mai.
Queste interviste hanno concordemente
descritto una situazione molto ,ma molto problematica, dovuta al fatto che
questi parroci di buona volontà, hanno da subito incontrato forti resistenze e
difficoltà proprio dal popolo dei loro fedeli, nell’adottare iniziative a
favore dei migranti.
I fedeli, evidentemente non sono
diversi dal resto degli Italiani e conservano nel loro intimo gli stessi pregiudizi
allevati da tutti quanti, come dicono i sondaggi, sopra citati.
Questo dato di fatto evidentemente è
del tutto ignorato o sorvolato dal rappresentante dei vescovi Mons. Galantino,
e dal direttore di Avvenire, perché se ne avessero avuto coscienza, avrebbero
dovuto, prima di prendersela con Salvini o gli altri capi popolo, che non sono loro interlocutori ,avrebbero
dovuto abbandonare l’arroganza per fare innanzi tutto un atto di umiltà e riconoscere che la chiesa ha supportato per
decenni personaggi e ideologie ,
lontane, molto lontane dal messaggio evangelico, come dimostrano i fatti che
sopra si sono citati, e questi sono i risultati dell’avere a lungo seminato il
loglio invece del grano, per usare le parole delle parabole evangeliche.
E poi ci sono le implicazioni
politiche indirette, ma reali, come si era scritto nell’articolo
precedentemente dedicato al problema dei migranti il 22 luglio scorso.
Anche gli esponenti della chiesa, fateci caso, non
usano più la dizione generica immigrati, ma quando parlano di assistenza usano
il termine molto più restrittivo di “richiedenti asilo”.
Per chiarirci le idee, in Germania,
per essere richiedenti asilo bisogna dimostrare di avere subito direttamente
una qualche forma di persecuzione, non basta dire : vengo da un paese dove c’è
la guerra.
Ho parlato della Germania perché in
quel paese si amano le regole mentre da noi si ama pasticciare con regole
confuse e contradditorie, al punto che nessuno pare oggi in grado di affermare
con sicurezza se il reato di immigrazione clandestina è ancora in vigore o no,
come hanno scritto tutti i giornali nei giorni scorsi.
Ebbene, come si era detto
nell’articolo sopra citato, accogliere un “richiedente asilo” per il nostro
stato significa fare una dichiarazione di aperta ostilità al regime politico in
vigore in quello stato.
Di questo non si parla mai, ma
occorre ricordarsi che anche queste scelte implicite sono politiche e che come
tali avranno conseguenze, per esempio sui nostri connazionali residenti in quei
paesi o alle ditte che con quei paesi lavorano.
E poi, come scrive giustamente Galli
della Loggia, sul Corriere di oggi, come mai Mons. Galantino e soci ritengono
opportuno polemizzare direttamente con certi politici nostrani e non spendono
una parola per stigmatizzare il comportamento indegno di tanti regimi africani,
che sono la vera causa dell’esodo biblico in atto?
Entrano a gamba tesa nella politica
spicciola nostrana, ma nascondono timidamente il dito se sono costretti dalla
realtà a fare scelte politiche internazionali di peso?
Il loro livello istituzionale
richiederebbe un comportamento esattamente inverso.
E poi non facciamo e soprattutto non
facciano finta di non sapere che dietro all’assistenza ai migranti si celano
realisticamente anche gli aspetti affaristici legati all’uso dei generosi finanziamenti europei e dove girano i soldi si aggira notoriamente
anche la coda del diavolo.
E poi, al di là della geopolitica, al
di là della capacità o meno di predicare
il Vangelo invece che di fare affermazioni da bar sport, vogliamo anche da
parte della gerarchia cattolica fare un semplice uso del buon senso e dire
prima di tutto agli immigrati : Vi salviamo dall’annegare in mare, ma vedete
bene che non potremo mai accogliervi tutti, non perché non sia materialmente
possibile, ma perché non ce la sentiamo di dire alla nostra gente di togliersi
tutto quello che serve per accogliere tutti quanti voi, se lo facessimo non
verrebbero neanche più in chiesa i fedeli rimasti.
Se questo discorso non hanno il
coraggio e il buon senso di farlo oggi, lo dovranno necessariamente fare domani
e in condizioni di attrito con i migranti peggiori di oggi.
lunedì 10 agosto 2015
Matteo Renzi e la politica estera
Non è una
novità. In qualsiasi parte del mondo quando si chiede ai cittadini – elettori quali sono i settori nei quali vogliono vedere
il loro governo più impegnato, immancabilmente rispondono : lavoro, economia,
sicurezza e la politica estera rimane in coda o molto in coda.
Questo
perché le implicazioni delle scelte di politica estera sulla vita di tutti
giorni non si percepiscono con immediatezza, ma in realtà influenzano
moltissimo i settori sopra elencati.
I politici
queste cose le sanno e se ne approfittano, lasciando poco del loro tempo
dedicato alla politica estera.
In Italia
questo succede si direbbe per lunga tradizione, tanto che i politici arrivati a
gestire le cariche più elevate, raramente hanno speso il tempo necessario per
imparare l’inglese, senza la padronanza del quale non si fa proprio politica
estera e al giorno d’oggi si potrebbe dire che è ben difficile fare politica in
generale se non si ha lo strumento principe per ricavare informazioni dal Web.
Per loro e
nostra fortuna il paese ha sempre potuto contare su un apparato tecnico, il
corpo diplomatico, di grande qualità, secondo solo a quello della Banca
d’Italia, che ha saputo coprire le falle della propria classe politica.
Matteo
Renzi, come tutti sappiamo, disgraziatamente assomiglia a Berlusconi anche per
il fatto di essere come politico praticamente figlio di nessuno.
Non è nato
politicamente in una sezione di partito, non ha assimilato una ideologia, o la
storia di una componente politica radicata nel paese, non ha condiviso i miti,
ma anche le grandi speranze di qualcuno
dei padri della patria con le loro ben definite visioni strategiche per
costruire il futuro.
Come
Berlusconi si è dato qualche dritta molto generica e sembra più che altro
vivere alla giornata.
Ero andato a
sentirlo nei suoi giri in camper per l’Italia quando ha voluto concorrere alle
primarie del PD.
Su due ore di show, ci aveva propinato lunghi
filmati di discorsi di Obama, evidentemente il suo modello di riferimento, con
qualche accenno anche a Tony Blair, il suo
secondo modello di riferimento.
Curiosamente
quei filmati erano proposti nella lingua originale e quindi gli spettatori si
erano convinti del fatto che Renzi con l’inglese fosse a livello di dieci e
lode e non di un misero sei, come si è
verificato dopo.
Un’altra
illusione sulla visione in politica sociale ed estera l’aveva data, quando
appena eletto sindaco di Firenze si era recato al Convento di San Marco a
meditare nella cella occupata a suo tempo da quel visionario della politica che
era stato il suo predecessore Giorgio La Pira.
La Pira era
proprio il contrario di Renzi, tanto la sua vita e non solo quella politica era
quasi dedotta dalle grandi visioni ideali alle quali si ispirava e nelle quali
credeva con estrema determinazione.
Degli anni
di “preparazione alla politica” di Renzi si cita solo una militanza negli
Scout.
Meglio che
niente, ma non certo niente di determinante, dato che il giovane pare non sia
mai andato oltre diciamo allo scout semplice e non sia mai pervenuto nemmeno
alla responsabilità di guidare un gruppo.
Peccato
perché vista l’estrema difficoltà che sembra incontrare nel rapportarsi ai
compagni di partito che la pensano diversamente da lui, gli avrebbe fatto un
gran bene vivere il confronto coi militanti che si svolgeva nelle sezioni, dove
il modello dell’”uomo solo al comando”, che oggi lui impersona, avrebbe
suscitato un istintivo fastidio per l’inevitabile richiamo ai rituali del ventennio fascista.
Avrebbe
capito che non si può essere di centro- sinistra legnando continuamente tutte
le icone della sinistra e della sua storia politica.
Avrebbe
capito che si possono perdonare alleanze spurie con le destre solo se molto
delimitate e per raggiungere obiettivi importanti.
Avrebbe
capito che è “nel sociale”, cioè in mezzo
alla propria gente che si trova la carica e la giustificazione per fare
le proprie battaglie, non trescando continuamente con finanzieri e industriali
di dubbia apertura e comprensione verso la
classe lavoratrice.
Avrebbe
capito che in politica estera non basta essere amici del Presidente Usa, di
turno.
Amico degli
Usa “certificato” era stato in primis Giulio Andreotti , che però non ha lasciato un gran ricordo di sé né a livello popolare, né
nei libri di storia.
Se Renzi
avesse mai riflettuto seriamente su quali erano stati i principi ispiratori di
Giorgi La Pira in materia di “politica mediterranea”, invece di stare a Roma,
al ritorno dal Giappone, avrebbe immediatamente volato al Cairo per sedersi
vicino ad Al Sissi all’inaugurazione del raddoppio del Canale di Suez la
settimana scorsa.
Al fianco di
Al Sissi ed al posto d’onore c’era Hollande e non poteva essere diversamente,
stante il fatto che storicamente l’Egitto è entrato nella conoscenza
approfondita dell’Occidente solo dopo la ben nota spedizione di Napoleone e il
canale porta sempre storicamente la firma della Francia prima di ogni alta.
Ma al suo
fianco avrebbero dovuto assolutamente esserci i primo ministri di Italia,
Spagna e Grecia.
E’ la
geografia e la geopolitica che lo impone.
Ma non
c’erano ed hanno perso un’occasione storica, perché in politica i simboli
contano più della realtà.
Al Sissi
aveva bisogno di celebrare un momento solenne per rilegittimarsi nei confronti del mondo e del
suo popolo.
Al Sissi,
politicamente rappresenta l’unica grande nazione araba che rifiuta e combatte
fattivamente l’Islam estremista[GM1] .
E’ l’unico
capo di governo che si è permesso di parlare di necessità di attuare una
riforma radicale della religione islamica.
Nelle
celebrazioni della settimana scorsa ha avuto l’accortezza di introdurre nella
scenografia alcuni richiami alla storia antica del suo popolo risalenti al
tempo dei faraoni.
Lunghe
antiche trombe erano suonate da figuranti vestiti in costume egizio- antico.
Come si fa a
non capire l’estremo coraggio di un capo arabo che osa fare una cosa
considerata estremamente blasfema dall’interpretazione corrente dell’Islam
politico, cioè presentare implicitamente come riferimenti politici epoche che
non sono musulmane.
Questo
coraggio di Al Sissi andava supportato da statisti appena appena competenti e
dotati di una qualche visione.
Ma cosa
parliamo a fare di Europa che non funziona e di Germania che sta sottomettendo
ai suoi diktat i paesi dell’Europa meridionale, noi compresi, se quando c’è
l’occasione di dimostrare al mondo che l’Europa mediterranea esiste, noi non ci
siamo proprio.
Hollande,
non solo era andato a sedersi al fianco di Al Sissi, ed anche questo conta, ma
gli aveva appena venduto alcuni Rafales, cioè aeri caccia di ultima generazione.
Noi avevamo
dato il nostro fattivo contributo alla lotta all’Isis mandando ai Kurdi nel
nord dell’Iran delle casse di fucili tecnicamente scaduti, dei quali non
avevano nessun bisogno, dal momento che avevano chiesto armi pesanti anti
carro, e neanche glieli abbiamo dati direttamente, ma abbiamo soggiaciuto alla
sceneggiata di inviarli direttamente al governo inesistente dell’Iraq perché li
distribuisse benignamente lui, altro che caccia-bombardieri di ultima
generazione.
Beffa nella
beffa, Renzi ha mandato alla cerimonia sul Canale a rappresentarlo la Ministra
della Difesa, naturalmente a mani vuote, nemmeno il Ministro degli Esteri.
Questa è
politica estera da dilettanti.
Al Sissi,
rappresenta oggi l’unica scelta sensata per combattere fattivamente
l’estremismo islamico e diciamolo pure, per poter conservarci un qualche posto
al sole in Libia, perché Al Sissi foraggia e arma l’unica forza militare di una
qualche consistenza in Libia, quella del generale Kalifa Aftar.
Ma se Renzi
è incapace di scegliere, non ci sarà posto per noi e per l’Eni, ma piuttosto
per la Francia e per la Total.
giovedì 6 agosto 2015
Renzi e la riforma della pubblica amministrazione
Noi facciamo
le riforme, gli altri non avevano fatto niente.
Oppure :
nessuno ha fatto tante riforme tutte insieme come stiamo facendo noi.
Questo è il
mantra ripetuto da Renzi e soci.
Come sempre
la realtà non è mai tutta bianca o tutta
nera e quindi anche in questo caso qualcosa di buono c’è, nel senso che le
leggi delega con le quali Renzi “fa le riforme” contengono effettivamente dei
punti innovativi:
Fermiamoci
alla riforma della pubblica amministrazione messa in cantiere l’altro ieri.
Il numero
telefonico unico (112) per tutte le emergenze.
PIN unico
per accedere ai servizi della P.A.
Il silenzio
assenso che costringerà la P.A. ad
accelerare i tempi.
Bollette e
multe pagabili col credito telefonico fino a un certo importo.
Il Pra
(pubblico registro automobilistico che passerà dall’Aci alla Motorizzazione.
I Forestali
che passeranno parte ai Carabinieri e parte ai Vigili del Fuoco.
Taglio
drastico del numero di Prefetture e di Camere di Commercio.
Ruolo unico
dei dirigenti apicali, nuove norme sui concorsi, valutazione e licenziabilità
degli stessi.
Si tratta di
innovazioni effettive, però solo enunciate.
Perché
questo è il punto.
Alla legge
di indirizzo devono seguire dei decreti
attuativi che calino nella realtà il disegno generale e senza quei decreti
attuativi quel disegno rimane un annuncio con lo stesso valore delle grida
manzoniane.
La ministra
alla partita ci dice che da mesi i suoi collaboratori stanno preparando quei
decreti, speriamo sia vero.
E poi, fatti
i decreti la riforma è fatta?
No, le cose
non funzionano così, perché una volta fatti i decreti occorre disporre di un
meccanismo con degli organi funzionanti, con il quale il governo sia in grado
di verificare l’attuazione pratica della legge.
E’ qui che
sono caduti i predecessori di Renzi, perché pare che questa classe politica (e
quella che l’ha preceduta) non si rendano minimamente conto del fatto che senza
un apparato di pubblica amministrazione efficiente e competente nessun governo
governa.
La pubblica
amministrazione non è un corpo estraneo, la pubblica amministrazione
costituisce i terminali del governo, cioè fra il governo e la pubblica
amministrazione ci deve essere un sistema di comunicazione costante.
Questo
legame organico oggi non lo avverte né la classe politica, né l’opinione
pubblica, fruitrice dei servizi della pubblica amministrazione.
Perché in
Italia, ma non solo, è particolarmente difficile vedere un politico che sappia
svestire la casacca o l’abito del partito di appartenenza, quando va ad
assumere il ruolo istituzionale del quale è rivestito (sindaco, deputato,
ministro che sia) e quindi la gente è portata, per un corto circuito logico a
riversare sulle istituzioni il discredito e la disistima che si è guadagnata la
classe politica.
Il fatto
contingente che Renzi abbia voluto assommare le cariche di Presidente del
Consiglio e di Segretario nazionale del suo partito, peggiora ulteriormente le
cose.
L’ulteriore
fatto che il medesimo Renzi si presenti
all’opinione pubblica come “l’uomo solo al comando” è ancora un ulteriore
elemento peggiorativo.
Quindi la
riforma della pubblica amministrazione non si fa proprio solo con delle leggi,
perché la pubblica amministrazione va governata giorno per giorno, minuto per
minuto.
Va governata
non significa affatto che vada occupata dai partiti, e qui sta l’equivoco.
Per
funzionare bene la pubblica amministrazione ha bisogno di consistere in un
staff di persone tecnicamente competenti e quindi che siano state assunte in ragione della loro
competenza e non imposte da dai cacicchi di partito, che siano promosse in base
alla valutazione dei loro meriti-
risultati raggiunti e non per imposizione dei medesimi cacicchi di
partito.
La pubblica
amministrazione in Italia funziona male non perché sia composta da
“fannulloni”, ma perché è stata devastata dalla intromissione dei partiti.
E’ così che
i dirigenti sono diventati degli “yes man” dei politici e non dei tecnici
dotati della dovuta autonomia di giudizio.
Per far
funzionare la P.A. occorre sganciarla dalla politica- partitica- clientelare,
ma questo evidentemente non si può fare con delle leggi.
Uno dei
pochi organismi “pubblici” italiani, dotata di prestigio anche a livello
internazionale per l’alto livello tecnico posseduto dal suo organico è la Banca
d’Italia, che è ,guarda caso, una delle pochissime istituzioni sganciate dal
potere politico e quindi dalle lottizzazioni partitiche.
E’ su un
modello simile che dovrebbe essere modellata la P.A.
Purtroppo la
“riforma” renziana è ispirata da una filosofia assolutamente inversa.
Nel senso che
di facciata vorrebbe accentuare il lato “manageriale” dell’intero organismo, ma
che contiene misure per asservire ancora di più la P.A. alla politica-
partitica.
E’ nei
dettagli, come sempre che si nasconde la coda del diavolo e in questa riforma
un dettaglio che nasconde il diavolaccio partitico è la scelta veramente folle
di escludere la valutazione del voto di laurea dal punteggio di un candidato a
ricoprire un posto dirigenziale nella P.A.
Questo
significa abbandonare di fatto il criterio più obiettivo che ci possa essere
per valutare la competenza e il merito di un candidato per lasciarlo alla mercé
del giudizio della commissione di concorso, nella quale imperano i membri
politici-partitici, fatto, che si cerca di nascondere con la solita foglia di
fico di qualche professore universitario, naturalmente scelto perché
compiacente.
Ma non
basta, l’altra pensata ugualmente folle è quella di imporre la continua
rotazione dei dirigenti apicali, in modo che nessuno di fatto abbia il tempo di
acquisire una adeguata specializzazione sul campo.
Questo
è puro populismo, dato in pasto a quella
parte dell’opinione pubblica che non è abbastanza informata per capire cosa
significa.
E così si fa
credere che ruotando i dirigenti si estirperà la corruzione.
Solo questi
due innovazioni disastrose sono sufficienti a fa pensare che ci troviamo
davanti a dei dilettanti allo sbaraglio, che buttano là provvedimenti senza
avere una minima filosofia ispiratrice.
Rimarrà
forse il 112 unico.
Dopo il
ventennio berlusconiano del resto autorevoli commentatori hanno detto che
l’unica realizzazione che la gente si ricorderà di quel periodo, lasciata ad
arricchimento dei posteri sarà la “patente a punti”.
Non
dimentichiamo poi, che parecchie delle norme contenute nella “riforma delle
P.A.” di Renzi sono costituite da norme
già in vigore a seguito delle precedenti riforme ,poi attuate solo in piccola
parte da Brunetta e prima di lui, da Bassanini.
Il primo ci
ha lasciato almeno i tornelli per fare timbrare il cartellino agli statali, ed
il secondo le “autodichiarazioni”, che non sono poca cosa, ma certo non sono
riforme della P.A.
Ci sarebbe
poi molto da dire sulla “punizione” della figura del prefetto, che invece
rappresenta anche da un punto di vista funzionale la presenza del governo nel
suo insieme a livello locale.
Ci sarebbe
da dire sulla abolizione della figura del “segretario comunale” , che garantiva
la presenza di una figura autonoma dalla politica- partitica locale, essendo
proveniente da un concorso e da una graduatoria a livello nazionale.
Almeno il
segretario garantiva un minimo di controllo di legalità preventivo sulle
delibere dei comuni.
Ora più
nulla, semmai interverrà la magistratura, ma dopo a buoi già scappati.
E poi il
caso incredibile della abolizione del Corpo Forestale dello Stato.
Una forza di
polizia a difesa del territorio e dell’ambiente che negli anni aveva raggiunto
un grado di specializzazione estremamente elevato ed apprezzato.
Non riesco a
biasimare il commento ad hoc apparso sul sito di Beppe Grillo “regalo alle eco-
mafie”.
Non
generalizziamo, ma questa riforma mi sembra veramente una bella schifezza.
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