lunedì 18 settembre 2023

Domino Rivista sul mondo che cambia – numero 9 2023 – Africa addio . La penetrazione dei russi, cinesi e turchi ci spingono fuori dal continente. Con gravi rischi per la nostra tenuta energetica e securitaria. - recensione

 



Sparita da tempo la guerra di Ucraina dalle prime pagine dei giornali, bene hanno fatto gli analisti di Domino ad accendere i riflettori sul continente africano, che sui giornali proprio non ci va mai ,se non in concomitanza di disastri naturali, o di colpi di stato, che purtroppo in questi ultimi tempi non sono mancati.

Ma l’analisi geopolitica è una cosa seria, che, se segue i riflettori dell’attualità, è solo per cercare di illuminare i lettori che sull’Africa sanno veramente pochino.

Date le dimensioni demografiche di quel continente (e le sue immense risorse) è però chiaro a tutti che sarebbe bene saperne di più ,anche se l’Africa pur avendo alcune delle caratteristiche fondamentali che la geopolitica indica come indicatori della potenza, del potere, già presente o potenziale,al momento non può ancora pensare ragionevolmente di presentarsi come una grande potenza.

Il maggiore ostacolo alla realizzazione delle sue non infondate velleità, non è un nemico esterno particolare, ma è la sua debolezza intrinseca, dovuta all’incapacità di risolvere i suoi problemi di stabilità, di insufficiente sviluppo economico e quelli assolutamente fondamentali di carattere securitario.

L’Africa non è affatto ,né tenuta, né tanto meno obbligata ,a inseguire i modelli istituzionali etici e culturali dell’Occidente, checché ne pensi l’ancora egemone mondiale (forse egemone ancora per poco) cioè gli Stati Uniti.

Se vogliamo veramente spogliarci dei panni del colonialismo, che è finito solo in modo relativo, sarebbe ora che prendessimo in considerazione il colonialismo culturale, che va di pari passo con quello economico, almeno per quanto riguarda l’Occidente.

Forse le folle che a Kartum (Sudan) e Niamey (Niger) bruciavano le bandiere francesi e sventolavano quelle russe e Cinesi ,solo poche settimane fa ,ci hanno messo una pulce nell’orecchio, sul fatto che l’Occidente, il nostro Occidente, non è che una piccola minoranza in un mondo, nel quale non ci siamo fatti troppo amare.

Vedremo, leggendo questo ennesimo ottimo saggio di Domino, che i concorrenti degli Usa, che siano il gruppo dei Brix ,recentissimamente allargati non poco, o solo Russia e Cina, possono presentarsi e si sono presentati in Africa a mani tutt’altro che vuote ,come si conviene, e udite udite, con la coscienza pulita, per il semplice fatto che loro un passato coloniale non ce l’hanno avuto, anzi la Cina l’ha subito.

E si guardano bene dal proporre aiuti, castrati da condizionalità ,che siano di ordine etico ,finanziario o culturale, come fa l’America o le organizzazioni internazionali di matrice americana tipo Banca Mondiale etc., condizionalità ,che una volta ,in mancanza di alternative, i paesi in via di sviluppo dovevano sorbirsi per forza, ma che ora, mal sopportano.

E questo ,presentarsi senza condizionalità da parte di Cina , Russia e recentemente Turchia,i fatti lo dimostrano ,è piaciuto non molto, ma moltissimo agli africani.

E’ un bel terreno l’Africa, sul quale è estremamente interessante osservare il gioco delle potenze egemoni o aspiranti tali (Usa, Cina, Russia, Turchia eccetera).

In nessun altro scacchiere mondiale si vedono i funzionari americani correre e annaspare per recuperare una fiducia e una credibilità forse perse per sempre.

Probabilmente, il massimalismo ideologico della politica americana, ha fatto danni irreparabili.

La convinzione di essere i migliori e gli unici investiti da Dio della missione universale di diffondere democrazia,diritti umani (beninteso solo nella interpretazione da loro coniata) e liberismo economico è sempre più difficile da usare come foglia di fico, per nascondere la strategia imperiale dell’unico egemone che non ammette né avversari né concorrenti.

Ma se gli americani annaspano, gli europei stanno peggio, perché hanno troppo da farsi perdonare e poco da offrire di credibile e di funzionale.

L’Africa può avere un fulgente futuro, ma ha tantissima strada da fare.

La democrazia formale di stampo occidentale ,non se la passa certo bene, ma l’Africa, se è più che giusto che si cerchi delle forme istituzionali consone alla sua cultura ed ai suoi interessi,ha un compito difficile nel trovare una forma di governance, stabile ,condivisa e accettabile in un ambiente che conosce famiglie allargate,clan e tribù con radicamento consistente e di etnie spesso diverse, difficili da unificare dietro a una narrazione pedagogica nazionale, che nessuno stato del continente sembra stato capace finora di elaborare e sperimentare.

Grande sfida che chiede invenzione e fantasia.

Possibile? Certamente sì se si pensa alla bassissima età media dei popoli africani.

Non perdetevi questo volumetto, come sempre ben documentato.




venerdì 15 settembre 2023

George Friedman : The next 100 Years A forcast for the 21st Century If you think you know where the world is headed,think again….Alisonandbusy.com - recensione

 




Beh, arrivato al terzo impegno con le opere di George Friedman, credo di avere trovato proprio in questo terzo libro la migliore esposizione del Friedman pensiero, che ,a quanto pare, costituisce anche il canovaccio dell’analisi geopolitica più condiviso.

Si tratta quindi di un saggio importante e impegnativo.

Come in tutte le opere emergono anche i chiaroscuri tipici di questo Autore, che non potrebbe essere più rappresentativo del modo di essere americano.

In Italia, ma nemmeno in Europa, infatti ,non ce lo vedrei proprio un non accademico ,che come Friedman, diventa fondatore di una start up di successo nel campo dell’intelligence, che fa le pulci, nientemeno che alla CIA, facendo nel contempo anche un business di successo.

Eppure questa commistione creativa fra pubblico e privato, che funziona, e che ben poco ha a che fare con l’ideologia liberista di facciata, è forse proprio la chiave della pressochè incontrastata

egemonia planetaria attuale degli Stati Uniti.

Leggendo il libro lo si capisce benissimo.

Immagino che gli intellettuali nostrani, esperti di materie analoghe ,trovino piuttosto arrogante il modo di scrivere di Friedman.

Confesso che, obiettivamente, questa è un’impressione che ho avuto anch’io, perché bisogna essere ben sicuri della bontà dei propri parametri di analisi, per lanciarsi in previsioni , che vanno tranquillamente fino alle guerre stellari ,delineate per fine secolo.

E’ vero, del resto, che Friedman è tutt’altro che un ingenuo e che più volte ribadisce, che nelle sue previsioni non sono i particolari ,che devono essere presi per oro colato dai lettori, ma piuttosto il metodo di analisi che è sotteso alle sue analisi geopolitiche.

E infatti nei suoi primi saggi aveva, per esempio ,prevista per gli ultimi decenni del secolo scorso una guerra Usa – Giappone che fortunatamente non c’è stata.

In questo libro, poi, la gran parte delle previsioni particolareggiate non mi convincono affatto : dal dissolvimento della Federazione Russa, alla contemporanea implosione della Cina, fino al pronosticare il sorgere di una grande potenza Est Europea incentrata sulla Polonia , al declino inesorabile dell’Europa e delle attuali potenze europee a cominciare dalla Germania, al consolidarsi di qualcosa di simile a un rinato impero ottomano incentrato ovviamente sulla Turchia e al sorgere in Asia del Giappone come potenza egemone regionale.

Meno che meno, mi convince la previsione di un consolidamento dell’egemonia americana, che durerebbe rafforzandosi per tutto il secolo, in modo incontrastato.

La sottovalutazione della Cina, come grande potenza emergente ,che fa Friedman ,mi appare veramente sorprendente per un analista del suo calibro.

Così pure la sicurezza con la quale liquida la Russia ,mi sembra veramente non sufficientemente appoggiata a elementi reali.

Ma il peggio a mio parere è il non voler cogliere alcuni dati che molti suoi colleghi oggi mettono in luce.

Non esiste solo l’Occidente!

L’enorme potenza di fuoco economico ,e non solo, che gli Stati Uniti hanno diretto e stanno dirigendo contro la Russia nella proxy war d’Ucraina, non ha affatto messo la Russia al tappeto e sta a dimostrare che la Russia medesima non è isolata nel mondo, che conta 8 miliardi di abitanti ,dei quali, noi occidentali, siamo una piccola, ma veramente piccola minoranza (un ottavo).

Sempre personalmente, trovo veramente irritante il fatto che Friedman giudichi del tutto ovvio, che la preponderante (secondo lui) egemonia americana comporti il fatto che il resto del mondo ,per il solo fatto di non possedere qualcosa, che contrasti la bruta potenza delle sette flotte americane, debba adattarsi ad appiattirsi sulla attuale cultura americana, che sarebbe destinata a diventare pensiero unico globale.

Trovo talmente irritante la sicumera con la quale vengono presentate queste previsioni, che mi chiedo se l’Autore ha dedicato il tempo che sarebbe dovuto, per studiare la storia e le istituzioni delle altre civiltà a cominciare da quelle asiatiche.

Peccato, perché quando l’autore osa meno e sta più coi piedi per terra, riesce a delineare veramente i principi fondativi di questa nuova e importantissima disciplina che è la geopolitica.

Credo di non esagerare, se dico che leggendo le analisi di Friedman ,sembra di risentire il famoso “segretario fiorentino”, cioè Nicolò Macchiavelli ,quando per la prima volta nella storia ,va a ricercare le “leggi” della politica ,che esistono autonomamente dalle ideologie e dall’etica.

Illuminante il paragone ,che fa Friedman fra la chiave di lettura dell’economia liberale ,enunciata da Adam Smith ,basata sulla famosa “mano invisibile” del mercato ,che stabilizzerebbe le oscillazioni e che non richiederebbe interventi razionali esterni, e “le forze oscure”, che spingono i decisori politici a muoversi secondo linee di fondo, che sono anche loro indipendenti da ideologie, etica o considerazioni esclusivamente razionali.

Cioè, in poche parole, non conta nella sostanza che il presidente sia repubblicano o democratico perché ambedue , guidati dalle medesime agenzie, finiranno per seguire le strategie di fondo ,che sottostanno alla storia e che corrispondono all’interesse di quella potenza.

La geopolitica è questa.

Certo che se la giudichiamo con altri criteri ,non ci apparirà molto bella, perché da un punto di vista etico, ideologico o filosofico,ci riporta probabilmente ai fondamenti del De Cive di Thomas Hobbes.

In conclusione, se il lettore vuole approfondire i fondamenti della geopolitica, questo è il libro per lui.

Acquisirà i fondamenti, e poi a suo giudizio, seguendo quelli e i dati che gli sono noti, avrà ovviamente facoltà di condividere o di rifiutare le previsioni di Friedman.

Ma forse, lo stesso autore intende le previsioni ,così dettagliate, più il risultato di un’esercitazione, che altro.

Che conta e rimarrà è il metodo di analisi non le previsioni.



lunedì 4 settembre 2023

George Friedman : The Storm Before the Calm .America’s Discord, the Crisis of the 2020’ and the Triumph beyond . Ed. Anchor Books – recensione

 




Sono al secondo libro di George Friedman e so già che non mi fermerò qui.

Questo solo vuol dire qualcosa.

Stiamo parlando del più noto analista di geopolitica, che è talmente sicuro di, sé da non temere di farsi chiamare nelle recensioni “forcaster”, colui che fa le previsioni.

Evidentemente tutti gli hanno perdonato il fatto di avere previsto erroneamente, nel suo primo saggio importante, una probabile guerra col Giappone nel 1991 (The coming war with Japan), perché?

Perchè i ragionamenti e le analisi sulle quali appoggia le sue previsioni sono talmente solide, dal punto di vista razionale ,che chiunque è in grado di capire ,poi, che in un equazione complessa a più variabili, un’evento inaspettato, il caso, o la mano umana possono portare a soluzioni impreviste.

Lo stesso Friedman giustamente ricorda il famoso caso verificatosi nei primi anni 70 ,quando, una eletta schiera di eminenti scienziati,intellettuali e imprenditori ,riuniti dal Club di Roma, aveva per la prima volta fatto un’analisi approfondita di dove sarebbe andato il mondo, nei decenni successivi, se fossero rimasti costanti i principali parametri di sviluppo in atto.

Quel rapporto prevedeva, come è noto, che per il 21 secolo sarebbe stata la catastrofe, a causa sopratutto dell’allora incontrollato trend demografico.

Le cose fortunatamente sono andate in un altro modo, usufruendo dell’enorme balzo, fatto dalla tecnologia, che ha concesso di aumentare enormemente ,tra l’altro, le risorse agricole, ma allora non era prevedibile un simile evento.

Questo libro raccoglie il succo del Friedman pensiero.

Per darvi un’idea di quanto pesi questo pensiero, vi dirò, che dopo aver letto questo libro, mi è capitato di vedermi ,per caso, su YouTube, l’intervento di uno dei più importanti analisti italiani di geopolitica ,specializzato sull’America.

In quell’occasione, non ho potuto fare a meno di ridacchiare con mè stesso, perché il filo conduttore di quell’intervento, non era altro che un’ottima sintesi del Friedman pensiero.

Per capire di avere a che fare una mente eccezionale, non ci vuole molto, ma proprio per questo, mi sono andato a leggere il suo profilo su Wikipedia ,aspettandomi di vedere da lui occupata una qualche cattedra, in una delle Università della Ivi League, ma ho dovuto constatare ,che non è un accademico ,anche se scrive, ovviamente ,sulle più prestigiose riviste del settore.

E ho anche dovuto constatare, che i suoi libri non hanno né ricche note esplicative, né bibliografia, come usa nei saggi accademici.

Troppa sicurezza di sé, che arriva fino all’arroganza intellettuale?

Ma potrebbe anche essere, se non , che leggendolo si rimane ammaliati dalla lucidità e dalla profondità della sua analisi.

Lo confesso, alla prima lettura sono rimasto un po’ perplesso dal suo approccio, basato sulla individuazione di due trend fondamentali nella storia americana dalla fondazione in poi.

Uno di carattere istituzionale e di durata intorno a 80 anni e l’altro di carattere socio economico di minore durata (50 anni).

Non dico che sia azzardato, ma certo, ci vuole coraggio a ipotizzare costanti storiche ,così difficili da dimostrare.

I fatti sui quali appoggia il suo ragionamento sono però ,effettivamente convincenti.

Seguendo la procedura sopra indicata, secondo Friedman, le prossime elezioni presidenziali del 2024 (o quelle immediatamente successive) saranno l’inizio della fine del ciclo precedente e l’inizio di quello successivo.

Che l’America sia oggi in una grave crisi di identità, non lo ha certo inventato Friedman.

L’episodio dell’assalto al Congresso ,del 6 gennaio 21, è stato troppo clamoroso ,in tutti i sensi, per far capire a chiunque, che c’è qualcosa di serio che non va, e che la classe politica non sa come venircene a capo.

Do solo un accenno, perché l’argomento è troppo serio per riassumerlo in due righe.

Friedman ipotizza due settori principali nei quali i suoi connazionali debbono intervenire, per frenare la deriva e rimettere in sesto il paese.

La prima, è la gestione delle università, che secondo la sua puntuale e profonda analisi, sono la madre del classismo tecnocratico, che gestisce il potere vero nell’America di oggi.

Leggetelo attentamente questo libro, scoprirete lidi sconosciuti, che però, dopo la lettura, vi risulteranno chiarissimi.

Se volete un assist ,non dico più leggero, ma più accattivante ,sì, vedetevi prima qualcuno dei podcast di Francesco Costa sempre su YouTube, o leggete qualcuno dei suoi libri a cominciare da quello illuminante sulla California (https://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2022/11/francesco-costa-la-fine-del-sogno.html).

La tecnocrazia che regge l’impero americano.

Questo è il vero argomento del libro, se non si hanno le idee chiare su questo punto, non si capisce niente del resto.

Altro settore, nel quale occorre intervenire ,per frenare la deriva ,secondo Friedman, è la situazione nella quale si trova la governance (governo federale e Presidente sopratutto).

L’Autore descrive accuratamente l’evolversi nella storia di questi istituti.

Da una presidenza debole ,perché così voluta dai Padri fondatori, a una presidenza strapotente e imperiale, più o meno suo malgrado, senza che nulla sia cambiato nella forma della Costituzione.

Da Pearl Harbor alla distruzione delle torri gemelle è nata e si è sviluppata una miriade di agenzie securitarie , che sono diventate potentissime.

Ora occorre a parere di Friedman un ri- bilanciamento dei poteri, che potrebbe venire da una ridefinizione del rapporto coi poteri locali.

Gli argomenti sono complessi, ma se volete capire l’America questo libro è un must.

In chiusura ,ripeto quello che avevo già osservato, recensendo il libro precedente di Friedman,

(http://gmaldif-pantarei.blogspot.com/2023/08/george-friedman-americas-secret-war.html)

perché mi sembra estremamente significativo.

Quello che trovo estremamente accattivante in questo autore è il suo modo diretto e trasparente di parlare.

Finalmente un americano ,che non ha la minima ritrosia, di parlare apertamente di impero e di colonie, non riferendosi all’impero romano, o a quello di sua maestà britannica dei libri di storia, ma a quello americano di oggi con le sue 7 flotte e i paesi europei, che fanno finta di niente ,per non doversi vergognare.







lunedì 28 agosto 2023

Domino rivista sul mondo che cambia – Gran turismo. L’Italia vuole vivere nella sua posizione geografica. Come snodo del gas altrui. E destinazione dei soldi garantiti da Berlino. - Recensione

 







Non si può dire che Fabbri non abbia fiuto.

Se mi metto nei panni del direttore di una rivista di geo-politica, se pure di successo, e mi trovo a dover decidere l’argomento del numero di agosto, con la gran parte dei lettori sotto gli ombrelloni, certo che sarei in forte difficoltà, oltre tutto ,questo genere di riviste usavano saltare il numero di agosto proprio per la medesima ragione.

E invece Domino è uscito, e direi che ha anche scelto l’argomento giusto.

La scelta è caduta su di noi italiani.

E’ come se Fabbri e collaboratori ci avessero detto : avete voluto giustamente andare in vacanza a fare i turisti, ebbene, visto che ci siete, in quella condizione, vi sembra veramente, che in questo mondo globalizzato e sbalzato dai sogni economicisti al ritorno alla realtà della storia, dalla guerra in Ucraina, il nostro paese possa pensare di risolvere i propri problemi ,contando principalmente sul turismo, che è un po’ giocare sul vantaggio competitivo della posizione nella geografia e nella storia?

Pensatelo voi, e magari esercitatevi a immaginare cosa girerebbe nella mente di fronte a quella domanda, nel vostro vicino di ombrellone tedesco o austriaco o russo, se siete nella riviera romagnola.

La risposta è ovviamente : ottima cosa sviluppare il turismo, ma ci vuol altro per un paese che fa il proprio PIL esportando la manifattura.

Ci vuole un ‘idea di paese all’altezza dei tempi e ,non meno importante, dei nostri competitori, poi, dato che non siamo una grande potenza mondiale, del o dei nostri egemoni ,ai quali facciamo riferimento.

Leggetelo questo volumetto, avrete una volta tanto la soddisfazione di vedere come sia possibilissimo parlare di politica, quella vera, senza dover seguire le umilianti beccate fra galline dei nostri partiti e partitini.

Qual’è l’interesse nazionale del nostro paese ?

Qual’è una ragionevole strategia da seguire a lungo termine per il nostro paese?

Questa è la politica, il resto è fumo.

Non è che gli altri paesi abbiano al momento dei giganti al potere, tutt’altro ,salvo alcuni ,che non sono quelli che si nominano di solito, ma non ve li elenco, tanto, se siete lettori di Domino,conoscete bene i loro nomi.

Quali sono i consigli che Domino darebbe al Principe?

Ecco il bello e probabilmente anche la ragione del successo di questa rivista.

Non vi fa penare per 300 pagine per dirvi le cose, ve le anticipa addirittura nei titoli di copertina.

Il messaggio è semplice, ma scolpito nella roccia.

L’Italia, cioè gli italiani ,sono abituati a vivere di rendita.

Rendita da capitale fisso anzitutto, basta andare a confrontare le statistiche dei proprietari di case italiani con gli omologhi vicini per capirlo.

Ma come hanno fatto gli italiani a diventare proprietari di case e ad avere un portafoglio mobiliare di tutto rispetto?

Si sono indebitati.

“Schuld” in tedesco vuol dire sia debito sia colpa, vergogna, ci ricorda Fabbri.

Ma non la si pensa così nel Bel-paese, proprio per niente.

Chi ci presta i soldi?

I tedeschi, perché l’economia italiana è troppo grande per fallire e nel suo fallimento trascinerebbe la manifattura tedesca, della quale è divenuta componente complementare essenziale.

Poi gli americani ,che ci comprano gentilmente Bot e Btp, non perché sono tanto buoni ,ma perché così ci obbligano ad assecondare le loro traiettorie strategiche, che corrispondono al loro interesse nazionale, non al nostro, se non per caso.

E’ saggio andare avanti così?

Ovviamente no.

Ma quale politico ha la faccia e la forza di andare a proporre le lacrime e sangue, che occorrerebbero per dimezzare il debito (con patrimoniali dure su case .conti correnti e successioni)?

Non si vedono dei Churchill in circolazione, i DeGasperi sono durati troppo poco e i Moro e i Mattei li hanno fatti fuori senza tante remore, appena sembravano contrastare le traiettorie sopra accennate.

A proposito ,quello che dice Fabbri (documentandolo) sulla morte di Moro, attraverso le dichiarazioni di un allora importante esponente della Cia è abbastanza aggiacciante, perchè mette a nudo la reale considerazione che gli americani hanno del nostro paese.

L’Italia ha bisogni di enormi investimenti in infrastrutture ,a cominciare da quelle portuali, perché è nella dimensione marinara (o se vogliamo dirla con vocabolo colto, nella talassocrazia) che un paese nella nostra posizione geografica e con la nostra storia, può esprimere tutta la sua potenzialità.

Bhè si!, non vergognatevi di lasciarvi andare a un pensierino sui ricordi scolastici circa l’impero romano e le repubbliche marinare, sono le nostre radici, non possiamo farne a meno.

Non perdetevi nemmeno ,in questo delizioso volumetto, il breve saggio sul legame quasi metafisico fra i russi e la vodka, è godibilissimo.








giovedì 24 agosto 2023

Emanuele Coccia : La vita delle piante. Metafisica della mescolanza Ed: Il Mulino – recensione

 



Questo libro è un piccolo gioiello.

L’avevo acquistato tempo fa e quasi me l’ero dimenticato in biblioteca, poi leggendo un’intervista ad Alessandro Baricco, vedo citato l’autore insieme a Stefano Mancuso, e vado a metterci mano.

Straordinario.

E’ stata una scoperta completamente inaspettata ,proprio perché avendo visto citato quest’autore, che non conoscevo, insieme a Mancuso, che invece conoscevo bene, come brillante divulgatore di botanica ,mi aspettavo qualcosa di simile, allo stile appunto di Mancuso.

Ho trovato tutt’altro ,ma quello che ho trovato mi è piaciuto moltissimo.

Siamo nel campo della più pura e affascinante speculazione filosofica.

Coccia non risparmia strali polemici al vizio moderno dell’ultra-specializzazione ,figlia della classica ripartizione in materie, propria dell’organizzazione universitaria.

Lui, invece, rivendica il ritorno all’approccio che era stato quello del grande pensiero greco, che concepiva la filosofia, come, diremmo oggi, un approccio assolutamente multi-disciplinare, svincolato da ogni classificazione arbitraria e posticcia.

E in questa prospettiva, l’autore si lancia, dimostrando una erudizione veramente invidiabile.

Condivido assolutamente il suo entusiasmo per l’assoluta libertà dell’analisi inter- disciplinare, ma per farmi capire, usando gli strumenti classici ai quali siamo abituati, vi dirò che delinea quella che in filosofia verrebbe definita una forma di “cosmologia della mescolanza”.

E lo fa in modo veramente brillante.

Eviterò di rischiare un riassuntino, perché un autore che naviga per queste altezze merita ben altro.

Mi sembra che questo punto di vista (sulla cosmologia) oggi sia ben conosciuto e apprezzato se pure tutt’altro che maggioritario, perfino in teologia, mi riferisco per esempio alla teologia dell’altro Mancuso, Vito, non Stefano.

Ma ha fatto e fa fatica ad affermarsi perché va a cozzare con pregiudizi cultuali, che ci derivano dalla dogmatica cattolica, che ha imbevuto la nostra cultura per secoli e secoli.

Pensiamo a Dante, formidabile anche come “divulgatore” della cosmologia tomista.

Tutta quella pur mirabile costruzione ,durata quasi per millenni ,era intrisa dalla preoccupazione della “reductio ad unum” e l’uno ovviamente era il Dio cristiano.

Dante ci descrive un mondo composto da nove sfere ,una dentro all’altra, partendo dalla terra fino ad arrivare all’Empireo, poi sotto Gerusalemme si dipana a piramide o meglio a cono rovesciato l’inferno.

Ma quello che più conta, nella visione medioevale ,arrivata fino a noi e rimasta intatta nella dogmatica cattolica è l’essenza di questa cosmologia, il passaggio dalla dialettica, cioè dal movimento incessante, all’Empireo, sede della “contemplazione “ di Dio, verità assoluta, che concettualmente comporta la fine della dialettica, perché arrivata alla sua conclusione.

Nel senso che anche la cosmologia aveva una valenza etica – teologica in base alla quale il movimento era ritemuto simbolo di disordine (causato dalla lotta fra bene e male).

Nell’Empireo (raggiungibile solo nell’altra vita) c’è per definizione solo il bene (supremo) essendo finita la lotta fra bene a male e quindi c’è solo ordine e di conseguenza il moto non è più necessario, perché c’ è il compimento del tutto.

Questa cosmologia ,non si può dire che non avesse un suo fascino e una sua compiutezza, ma collide in modo radicale, in modo insanabile ,con la scienza moderna, per la quale tutto è dialettica.

Addirittura oggi sappiamo ,che non è più corretto pensare alla materia come qualcosa si statico, anzi la materia non esiste proprio più, nella fisica moderna, dato che l’elemento primo è energia, vibrazione,onda.

Ricordate il concetto di “primo motore immobile” che non mancava certo nei nostri manuali di filosofia dei licei?

Ecco quello era un po il concetto chiave di quella cosmologia, della quale si è parlato sopra e che, intendiamoci, è tutt’ora rimasta nella mente di moltissimi.

Ma non certo in quella di Emanuele Coccia, che pensa esattamente al contrario.

Per lui, l’essenza delle cose è fluidità, commistione, mescolanza.

Vi invito a rilevare che questi concetti sono tutti diretti a farci vedere un moto, che esiste sempre e comunque, ma che esiste per andare nei due sensi.

Nell’atto della conoscenza, o anche solo della percezione, io interagisco e modifico.

Altro che motore immobile, qui siamo proprio nella dialettica assoluta.

In piena concordanza con la scienza moderna, come si diceva, nel capo dell’energia, vibrazione, onda.

E’ un po’ costruire una intera cosmologia sulla visione del “brodo primordiale”, dal quale è nata la vita, il tutto.

Essere tutto in tutto.

Prospettiva fantastica.

Ma leggetelo con calma questo libro, vedrete che è disseminato da intuizioni da brivido.

Prima di lasciarvi però è  doveroso che vi dica cosa c'entrano, che ruolo hanno le piante in questo saggio.

Ebbene, eravamo sopra ricorsi alla similitudine della cosmologia dantesca se pure per contrapposizione.

Ecco allora nell'opera di Coccia il ruolo delle piante è simile a quello di Virgilio nella narrazione dantesca.

E' il saggio che spiega tutto, perchè tutte le deduzioni di Coccia sono  originate dall'ossercazione della vita delle piante.

Se posso permettermi un'annotazione critica, mi sembra che l'autore dica troppo poco, se non quasi nulla direttamente, sul fatto che pure accettando la sua visione cosmologica altamente dinamica e dialettica, non si può non tenere presente, il postulato sul quale si basano sia scienza che filosofia e cioè il fatto che la realtà ci è conoscibile per il fatto che è governata tutta da leggi costanti.