giovedì 16 novembre 2023

Limes : La Cina resta un giallo. La fine del mezzo secolo d’oro trova il colosso in mezzo al guado. I misteri dei palazzi di Pechino – n 9/2023 – recensione

 



Come sempre su Limes non si può perdere l’editoriale di Lucio Caracciolo, anche se il suo vezzo di ricorrere spesso e volentieri a termini ultra-colti a volte diventa sconcertante.

In questo editoriale dopo poche righe vi imbatterete nel termine “apofatismo” che non è proprio di uso comune, ma questo è Caracciolo.

Al di là dei termini esoterici il suo argomentare è molto solido.

Seguo da molto tempo Caracciolo e quindi ho imparato col tempo che i suoi giudizi e previsioni sono basati su analisi molto accurate.

Di conseguenza non mi rende affatto felice dover constatare, che nelle uscite recenti, esprime un pessimismo abbastanza accentuato.

Non solo e non tanto per le guerre che deflagrano in serie, ma per la situazione complessiva di fondo.

Del resto non è un caso ,che da tempo Limes abbia coniato un felice neolgoismo proprio per descrivere la situazione attuale di questo nostro mondo : “caoslandia” ,che dice tutto ,senza dover spendere troppe parole.

In questo editoriale, si da per assodato il fatto, che l’egemonia americana e il conseguente unilateralismo ,è soggetto a tali scricchiolamenti ,da costringere gli analisti di geopolitca a guardare a un futuro ,nel quale verosimilmente si vedrà imporsi o un altro impero egemone ,o più probabilmente una intesa fra imperi ,che porterebbe a un equilibrio multipolare e a un altro tipo di globalizzazione.

Dove dovremo misurare il livello di potenza del nuovo o nuovi egemoni ?,si chiede Caracciolo.

Naturalmente sul mare, ci risponde lo stesso direttore di Limes, che non a caso, è riuscito a far diventare quasi usabile ,il termine :“talassocrazia”, troppo importante per essere trascurato, dato che il controllo dei mari, come ci ha più volte spiegato, è forse il parametro più importante della geopolitica.

E’ interessante e significativo rilevare che Caracciolo spiega il complesso atteggiamento degli alleati asiatici americani più decisi ,come il Giappone, che mentre da un lato stanno elaborando verso la Cina tutto un cordone sicuritario, dietro al quale difendersi, dall’altro lato sono tutt’altro che propensi a battezzarsi nel credo occidentale perchè nel loro subconscio vedono scritto sempre più chiaro il motto “l’Asia agli Asiatici”.

Far dimenticare le umiliazioni coloniali o successive a chi le ha subite, non è facile o forse è addirittura impossibile.

Ma noi occidentali ci passiamo sopra quasi sempre.

Ecco allora che il quadro complessivo che ne deriva è assolutamente figlio dell’era della complessità e della contraddizione, appunto caoslandia.

Giappone, India, Turchia, Iran ,e non dimentichiamoci Russia, non sono affatto avviati a sposare l’Occidente come cultura.

Va bene l’economia liberale ,con tutti i vantaggi del libero mercato e della globalizzazione, ma non fermiamoci alle apparenze.

In profondità ,si muovono altre e ben più antiche forze.

Questo numero, come ha sottolineato giustamente il simpatico e tenace Alfonso Desiderio, curatore del canali di Limes, presentando il volume, è arricchito da una partecipazione del tutto inusuale di analisti cinesi e quindi è ancora più ,diciamo ,di prima mano.

Se avete tempo naturalmente leggete tutto quanto, ma se avete obiettivi limiti di tempo, oltre all’editoriale di Caracciolo, non trascurate di leggere l’articolo di Alessandro Aresu, uno dei collaboratori, divenuti più autorevoli di Limes, molto dettagliato sull’elemento forse portante della guerra ,per ora solo commerciale, fra Cina e Usa, il mercato dei microcip.



giovedì 2 novembre 2023

Quiao Lang Wang Xiangsui Guerra senza limiti a cura di Fabio Mini Ed LG le guerre – recensione

 



Questo libro singolare è divenuto ormai un classico di strategia militare ,a quando si legge, diffuso in tutte le accademie militari del mondo.

E’ conosciuto come il libro dei due colonnelli cinesi, nell’edizione italiana ,si dovrebbe dire ,dei due colonnelli e di un generale, perché il contributo del Generale Fabio Mini ,per adattare meglio questo saggio ai parametri del pubblico italiano ,è molto consistente.

Devo confessare, che non avendo fatto il servizio militare, mi trovavo completamente digiuno e spiazzato, quando, cercando di documentarmi sull’andamento delle guerre, che in giro per il mondo non ci sono mai state risparmiate, mi dovevo confrontare con il gergo tecnico e la notevole preparazione che trovavo negli analisti di cose militari.

Ultimamente poi, di fronte agli eventi di Ucraina e Israele, dopo avere consultato diverse fonti, ho finito per privilegiare ,come più attendibili ,proprio quelle ,nelle quali apparivano analisti militari, molti dei quali, con alle spalle lunghe e prestigiose carriere in divisa.

Di conseguenza, dopo avere affrontato (e recensito) alcuni dei testi che trattavano l’argomento delle guerre asimmetriche ,(quelle cioè nelle quali lo schieramento dei due eserciti schierati su un fronte, se ancora e in certi momenti c’è, è oggidì sempre accompagnato da molti altri elementi ben diversi da quelli tradizionali) ho deciso di affrontare direttamente l’argomento della strategia militare con questo libro.

Libro che fra tanti pregi, come chiarezza dell’esposizione e citazione delle fonti ,come usa nei testi accademici, ha anche quello di esporre i vari modelli di strategia, quelli tradizionali e quelli moderni, che hanno rivoluzionato completamente il modo di ragionare di guerra.

Naturalmente il libro parla parecchio di guerra asimmetrica che si riferisce sopratutto alle tecniche di guerriglia ,usate tutte le volte che un paese o un movimento deve affrontare un esercito tradizionale, molto più potente o comunque ,sproporzionato rispetto alle sue forze.

Poi all’uso di armi diverse, molto diverse da quelle tradizionali.

Tanto per cominciare , le nuove armi, che si sono sviluppate ,usufruendo dell’enorme progresso che ha avuto la tecnologia in questi ultimi anni .

Ci siamo ,in più occasioni, ritrovati a confrontarci con sistemi d’arma, che pensavamo che non avrebbero mai potuto, realmente, passare dai racconti di fantascienza ,alla realtà.

Vedremo nel libro ,che questo incredibile a rapidissimo ammodernamento dei sistemi d’arma, ha però condotto alcuni importantissimi operatori ,a farsi prendere la mano, e cadere nel più classico dei wishing phinking, cioè dare per acquisito ,quello che era solo una speranza, ma non una realtà.

E’ noto infatti che, per esempio, un politico influentissimo ,come Donald Rumsfeld, segretario alla difesa sotto i presidenti Ford e poi George W. Bush ,aveva portato il suo paese a commettere errori strategici macroscopici, perché si era intestardito nel sostenere che il progresso tecnico era stato talmente forte ,da rendere praticamente superfluo l’impiego di truppe sul terreno, essendo sufficiente sparare da distanza e sopratutto dall’aria ,senza mettere a repentaglio la vita delle fanterie.

Purtroppo la realtà si è manifestata diversa, se mai ci arriveremo a quel punto è chiaro che siamo ancora lontani .

Poi si parla dell’uso di armi ,di tutt’altro tipo,rispetto a quelle tradizionali, come quelle dirette alla manipolazione delle menti per uso bellico, facendo largo impiego dei media e particolarmente di quelle digitali come i social.

La comunicazione, se ben realizzata, ha effetti superiori ai missili.

Poi le armi finanziarie ed economiche.

Gli americani sono diventati maestri in questo campo ,usando tutta la loro strapotenza economica imponendo embarghi, sanzioni o anche solo dazi doganali che sono in gradi di fare molto male, senza dover ricorrere a guerre dirette.

Poi il ricorso sempre più frequente a “mercenari” altamente addestrati, che servono molto come foglia di fico per nascondere il governo che li usa, ma che non vuole esporsi.

Senza trascurare l’impiego, anche questo, divenuto molto frequente, di proxy war, guerre per procura ,cioè fatte ,utilizzando nazioni amiche o alleate, da mandare a combattere per conto proprio, rimanendo fuori dal conflitto, se non ovviamente, impegnandosi in aiuti a volte molto massicci di armamenti e denaro.

Ultime, ma sempre di importanza capitale , guerre culturali ,con mezzi solo apparentemente neutri e asettici.

Pensiamo a cosa ha ottenuto in questo campo l’America, solo “esportando” le produzioni di Hollywood .

Spesso molto di più, che impantanandosi in guerre insensate.

Ebbene il libro dei due colonnelli cinesi parla proprio di queste cose ,ovviamente in modo sistematico e diffuso ,non risparmiando formidabili esempi di tecniche e strategie militari ,che spaziano dai tempi di Alessandro Magno,Atene e Sparta ,fino a Napoleone, genio militare indiscusso, arrivando fino ai nostri giorni ,ed in particolare alle guerre del Golfo, la buccia di banana, che ha fatto incamminare l’America in una serie di errori che ne minano la credibilità e il prestigio ,forse in modo irrimediabile.

I colonnelli citano Rumsfeld e ne riportano gli errori ,che ho sopra accennato, ma sinceramente, leggendo il loro libro, ho ricavato l’impressione ,che forse anche loro si siano un po’ illusi sul fatto che il progresso tecnico sarebbe tanto potente, da poter portare l’umanità al punto di poter vedere guerre combattute in modo sempre più incruento e con sempre meno perdite, proprio servendosi di sistemi d’arma ,sempre più sofisticati.

Purtroppo, le attuali vicende di Ucraina e Israele ci mostrano il perdurare di barbarie e macelli, che ci eravamo forse tutti illusi, che fossero usciti definitivamente dal nostro mondo moderno.

Sicuramente a causa di imperdonabili errori umani.

C’è veramente da riflettere su questo punto : avremmo realmente già a disposizione mezzi e tecnologie per combattere, se necessario, a distanza e senza farci troppo male ,se non addirittura senza farci male per niente, ma poi vediamo, sempre per errori umani, avvenire i massacri inutili di Bachmut .

Ucraini e Russi ,schierati su un fronte trincerato, anzi ultra-trincerato, come ai tempi folli di Verdun, prima guerra mondiale ,quasi 120 anni fa.

E’ assurdo, ma è quello che vediamo tutti i giorni.

Utilissimo ,comunque, riflettere su questo libro di due, anzi tre ,super-esperti.





venerdì 27 ottobre 2023

Domino rivista sul mondo che cambia Il ritorno del Medio Oriente Hamas e Teheran attaccano Israele per spezzare il fronte anti - iraniano. Ora la reazione israeliana può cambiare tutto. N 10 – 2023 – recensione

 



Sarà perché sull’argomento ho letto molto ,ma questa volta, l’editoriale di Dario Fabbri mi è sembrato meno spumeggiante del solito, anche se completo e puntuale.

Purtuttavia ,mi pare che questo numero di Domino dica quello che c’era da dire, cioè quello che il lettore vuole vedere, per potersi informare in modo adeguato sul recente conflitto fra Israele e Hamas, per ora limitato a Gaza.

Ho apprezzato in modo particolare il saggio di Virgilio Ilari, storico militare, che a quanto pare ha da sempre acquisito la prospettiva tipica della geopolitica.

Mi ha fatto piacere vedere stracciare i veli di ipocrisia, che annebbiano i protagonisti dei nostri media, quando si ammantano continuamente di diritto internazionale, diritti umani e crimini contro l’umanità.

Per carità non certo per giustificare gli stati, che ne aggrediscono altri ,senza essere provocati,capisco benissimo che la ragione di fondo per la quale i nostri media, ma in genere tutti quelli europei ,hanno assunto come una bandiera una lettura ultra-atlantica nelle guerre di Ucraina e di Gaza ,non deriva da un infatuazione ideologica, ma semplicemente dal fatto ,che la chiave di lettura dei pochi che studiano e si documentano, seguiti poi da tutto il plotone, si rifà ai testi politologici e di relazioni internazionali ,che hanno studiato all’Università e che sono rimasti ancora quelli basati sull’idealismo di Woodrow Wilson e i suoi 14 punti, sull’assetto post guerra mondiale e poi post guerra fredda, che immaginava un mondo unipolare sotto la guida del messianesimo americano, per la diffusione globale dei principi liberali e della democrazia.

Peccato che nel frattempo la rottura di quell’ordine mondiale a la subentrata crisi delle democrazie occidentali ,abbia fatto si ,che il mondo presente sia diventato leggibile solo usando la chiave di lettura della geopolitica, per definizione “realista” e non ideologica ,ma addirittura nemmeno basata su un’etica a prescindere.

La politologia accademica è rimasta presa completamente in contropiede da questi sviluppi e non ha saputo ancora rinnovarsi.

Il saggio di Ilari, che si è citato sopra, si sofferma opportunamente in una esposizione insolitamente ampia del pensiero di John Mearsheimer ,che penso si possa definire come il caposcuola appunto della visione “realista” della geopolitca, autore noto, ma non abbastanza ,se si pensa quanto il suo pensiero sia stato assorbito dallo “stato profondo” americano, che è quello che in ultima analisi tira le fila della giostra.

Non tento nemmeno di farne un’esposizione ,ma invito invece il lettore a procurarsi il numero 10 di Domino.

Oltre alla esposizione della situazione a Gaza, che significa anche accenno alle divisioni sul punto di rottura nella società istraeliana, sui rischi di estensione del conflitto al Libano e Siria per conto dell’ Iran, con la ormai abituale forma della proxy war, non si tralascia ovviamente la posizione attendista, ma molto interessata di Cina, Russia e Turchia, oltre alla estrema difficoltà dell’amministrazione Biden ,che è ormai apertamente contestato dall’ala più a sinistra del suo partito, che si sta manifestando per la prima volta come filo-palestinese.

Il numero di Domino, opportunamente ,non trascura un aggiornamento sulla guerra in Ucraina ,non tanto sugli eventuali spostamenti sulla linea del fronte, a proposito della quale c’è poco da dire, perché in realtà non succede nulla di rilevante da un bel pezzo, ma piuttosto sull’argomento che tutti ,dicesi tutti, ignorano colpevolmente e cioè : qual’ è il punto di vista dei Russi?

Si da quindi conto della situazione nelle quattro regioni ,rivendicate dalla Russia ,e con molta intelligenza ,si riporta la narrazione, inerente ad alcune parole chiave ,che si ritrovano nei manuali di storia di quest’anno delle scuole superiori russe.

Ciliegina sulla torta, questo numero di Domino riporta anche un articolo sulla situazione in Argentina ,appena andata al primo turno elettorale, con esiti verosimili ultra-populisti- peronisti .

E’ veramente incredibile questo fatto se si pensa ai ripetuti fallimenti storici delle figure politiche ,che si sono fondate su quelle ideologie, ma così va il mondo.


mercoledì 25 ottobre 2023

Amedeo Maddaluno : Geopolitica Storia di un’ ideologia Prefazione di Aldo Giannulli Ed:goWare

 


E’ un vero piacere continuare a imbattersi ,nella ricerca di libri, che valga la pena raccomandare ai lettori, in autori che dimostrano subito di essere giovani talenti, estremamente promettenti, proprio come Amedeo Maddaluno.

Per di più questo autore, con il trattatello del quale stiamo parlando, ha realmente coperto un vuoto, che incredibilmente resisteva da tempo.

Pare impossibile, ma praticamente ,non si trovano trattazioni sistematiche della geopolitica come materia autonoma.

Maddaluno è quindi venuto incontro all’esigenza, che inevitabilmente manifestano i lettori, invasi da analisi di geopolitica ,loro malgrado, a causa delle guerre in corso, di approfondire il discorso ,anche per evitare i perdere tempo, mentre dotandosi degli strumenti necessari si troveranno in grado di separare gli analisti di livello adeguato ,dai soliti tuttologi, che si improvvisano esperti anche di geopolitica, senza averne né le basi né le competenze.

Maddaluno ci ha offerto appunto un trattatello di poco più di 100 pagine, ma vi assicuro ,che pur avendo io ormai masticato geopolitica da un pezzo (come dimostrano le recensioni in materia apparse su questo blog), questo libro l’ho dovuto leggere e riprendere più volte, per metabolizzare la mole di concetti che vi sono esposti.

Su questo libro infatti vediamo esposti ,come si converrebbe in un manuale universitario, le teorie con le quali si è evoluta nel tempo la geopolitica, così come l’elenco e le opere dei principali autori della materia.

Non sto a farvi riassuntini, che non avrebbero senso.

Mi limito a riportare quelli che mi sono apparsi come punti di forza.

Per primo, come peso specifico, direi che che finalmente ho potuto ritrovare elencati i teorici ,che hanno elaborato la strategia seguita dalla governance americana, essendo tuttora gli Usa gli egemoni mondiali.

Secondo la lettura che ne da l’analisi geopolitica ,sappiamo bene, che saremmo considerati studenti da bocciare, se ritenessimo ,che il potere negli Usa ,come altrove, risieda veramente nel Presidente ,o chi per lui.

Infatti un parametro elementare della geopolitica vuole che non esista mai nella realtà alcun uomo solo al comando, ma una complessa cordata ,nella quale le agenzie securitarie e di intelligence, di comunicazione e militari, contano come e più dei presidenti e quindi, per questo, sopra ho scritto governance e non Presidenza.

Lo stesso fatto che si possa chiaramente individuare in falsariga nella politica estera americana una strategia di fondo , dal secolo scorso ad oggi, sta a dimostrare la assoluta validità della lettura geopolitica, necessaria per riuscire a capire dove va il mondo e cercare di prevedere dove andrà verosimilmente, nel prossimo futuro.

Fra tanti autori citati da Maddaluno, mi sembra che, a questo proposito , giganteggi la figura di Nicholas Spykman, che ha scritto il suo testo più importante : “America’s Strategy in World Politics .The United States and the Balance of Power”, ben 81 anni fa, autore, incredibilmente poco conosciuto, ma a questo servono i saggi di livello come quello di Maddaluno, mettere ordine in una disciplina ancora relativamente nuova e poco conosciuta.

La strategia basata sull’individuazione della potenza unica degli Usa, fondata sulla sua realtà geografica, che la contraddistingue, di dimensioni continentali ma come fosse una grande isola ,trovandosi delimitata da due oceani ,è di comprensione evidente.

Perchè è incontestabile il fatto che solo la posizione geografica la rende naturalmente inattaccabile, Diventa quindi una conseguenza logica la teorizzazione ,che vuole il potere dell’America basato non tanto su un esercito, ma su una flotta.

Nel caso specifico poi sappiamo che questa strategia è stata tanto bene applicata da dotare quel paese di ben 7 flotte!

Non vado oltre sulla dottrina della “talassocrazia”.

Partendo da questa analisi, Spykman ha teorizzato il fatto che l’unico possibile rivale come egemone mondiale nei confronti degli Usa non potrebbe essere altro che quello che viene definito “Eurasia” o nel linguaggio di Spykman, “Rimland” che si estende dalle coste del Portogallo alle coste della Siberia.

Per Spykman, punto primo della strategia imperiale dell’America, deve essere impedire che si saldi un potere unitario fra le potenze regionali dell’Eurasia, cioè, in ultima analisi, guai se la Germania si alleasse in modo stabile con la Russia, sarebbe la fine del potere globale americano.

La Cina ,Spykman non la vede come potenza regionale e tanto meno mondiale emergente, perché in quel ruolo ,in Asia, vede il Giappone.

E’ inutile che ripeta, che questa era ed è la strategia fondamentale sopratutto delle agenzie americane.

Non ha alcun rilievo, che il presidente sia democratico o repubblicano, la strategia è sempre quella.

Questa è la forza degli egemoni.

Vivono sui tempi lunghi della storia non sui cicli elettorali.

Vedrete leggendo questo libro, quanto pesa acquisire i fondamenti sistematici di una materia.

Mi permetto di fare un esempio personale.

Dopo essermi accostato alla geopolitica ,partendo dalla lettura dei saggi degli ottimi analisti di Limes di Lucio Caracciolo, e più recentemente del Domino di Dario Fabbri ,ed avendo approfondito di volta in volta con la lettura di alcuni dei testi da loro citati, credevo di aver capito, che ,essendo forse l’autore americano più citato da Cracciolo e da Fabbri ,George Friedman, fosse l’autore di geopolitica più importante se non il più importante.

Sorpresa!

Maddaluno nemmeno lo cita una sola volta e questo qualcosa vorrà pur dire.

Se troverete il tempo di leggervi questo agile trattatello ne guadagnerete parecchio, e comincerete forse finalmente ad orientarvi nel mare magnum delle notizie-propaganda, che accompagnano le guerre in atto.

E non sarebbe cosa da poco.









mercoledì 18 ottobre 2023

Yashka Mounk : Popolo vs democrazia .Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale - Universale economica Feltrinelli. - recensione

 


L’autore è un brillante e giovane politologo ,ora della John Hopkins University ,già autore di diversi libri dedicati alla crisi della democrazia rappresentativa, come eravamo abituata a vederla nel nostro sviluppato Occidente.

Mounk si chiede : come mai la gente ha perso talmente fiducia nella politica e quindi nelle sue istituzioni e cioè ,in ultima analisi, nel funzionamento della democrazia ,al punto di rinunciare ad andare a votare?

E come mai ,quelli che a votare ci vanno ancora, si lasciano sempre più ammaliare dalle sirene dei politici più “populisti”?

E cos’è il populismo ?

Appare come la politica terra a terra, quella del bar sport o delle curve di calcio, perché basa la sue fortune sulla semplificazione assoluta, ma ,attenzione a non sottovalutare le basi oggettive ,che ne favoriscono la diffusione.

Ecco, il punto di forza di questo libro sta proprio nella lucidità dell’analisi politologica di Mounk nell’analizzare lo sgretolarsi della fiducia negli istituti democratici e quindi il diffondersi della politica populista.

Del resto ,il contrario del populismo ,che è il pensiero filosofico,ha da tempo elaborato una critica molto preoccupata circa lo sviluppo della tecnica, che avrebbe raggiunto oramai una tale potenza, da essere ormai oltre le possibilità di controllo da parte della politica per eccesso di complessità.

E qui arriviamo al cuore del problema ,perché a quanto pare, il nostro inconscio percepisce questa difficoltà di capire e di padroneggiare questo nuovo mondo, come una fonte di ansia, di spaesamento, di paura, di non sapere più a che santo votarsi, perdendo la fiducia in un futuro migliore.

Questo è il primo terreno di cultura del populismo.

Per uscire dal panico ,ci si affida al pifferaio magico ,che promette di avere la soluzione semplice e comprensibile da tutti, per risolvere problemi più che complessi.

Magari la soluzione non ce l’ha proprio, ma ha di sicuro l’abilità di farci credere di averla ,andando a prendere argomenti convincenti, che pongano un freno alle nostre paure.

La carta più semplice e quasi sempre vincente, che si giocano i populisti ,è quella dell’individuare un nemico a cui addebitare tutto quello che non va.

Una volta ,per nemico, come sappiamo, si sono scelti gli ebrei e sappiamo quanto quel gioco sia tragicamente riuscito.

Oggi il nemico numero uno sarebbero le élites tecnocratiche e plutocratiche.

Poi l’invasione degli immigrati.

Poi la globalizzazione stessa.

Infine multiculturalismo e la modernità ,che ferisce le consolidate e rassicuranti tradizioni.

Secondo i populisti ,i nemici ci manipolano usando spregiudicatamente i media e i social, (anche se ovviamente noi facciamo lo stesso ai loro danni).

Ecco, il libro di Mounk ,del quale stiamo parlando, è un saggio molto ben riuscito nel presentare una analisi precisa e dettagliata di queste paure, che ci costringono ad una navigazione a vista in lidi sconosciuti.

L’autore è un politologo e quindi è molto bravo nell’andare ad analizzare i meccanismi della democrazia rappresentativa che si sono inceppati.

Riporto solo qualche accenno, per mostrare al lettore che il libro si occupa di cose molto concrete e non di fumose teorie.

L’argomento primo della polemica politica ,sostenuta dal populismo ,è che le élites, che ci governano ,sarebbero corrotte e ci governerebbero con un sistema fraudolento ,che nel tempo avrebbe spogliato la democrazia delle sue reali funzioni.

Cioè il sistema sarebbe diventato una messa in scena, che lascia le formalità delle elezioni ,ma di fatto priva il popolo di qualsiasi influenza nelle decisioni.

Del resto, l’idea del popolo che governa è sempre stata un’approssimazione un po ingenua, se si pensa, che già la prima realizzazione della democrazia, nell’Atene di Pericle, escludeva larghe fette della popolazione come donne,schiavi ecc.

Mounk addirittura, porta esempi molto gustosi ,mostrando come la realtà sia spiacevole e contro-intuitiva, nel senso ,che i monarchi erano quelli che, di fatto, erano più portati a fare il bel gesto, aprendo la partecipazione a più categorie, ben sapendo, che il potere si esercitava altrove e che quindi non correvano alcun rischio.

La verità è che da sempre le istituzioni che ,non a caso, si chiamano rappresentative, sono fortemente mediate, lasciando al popolo una fetta di potere molto ristretta.

Molto puntuale è l’analisi di Mounk ,che ci mostra come il potere dei parlamenti elettivi sia fortemente limitato da quello degli apparati professionali o tecnocratici ,non eletti.

Gli apparati sono ben di più di quello che si definisce sbrigativamente burocrazia.

Mounk li analizza uno per uno :

-Banche Centrali che sono arrivate anche formalmente a detenere poteri di indirizzo politico ,pur non essendo i loro board eletti da nessuno;

-Corti Supreme.

Mounk si sofferma su quella americana ,citando i settori nei quali di fatto ha determinato l’indirizzo politico (finanziamenti alla politica,armi, pena di morte, segregazione razziale, sanità, aborto ,diritti Lgb. etc.) pur non essendo i suoi membri eletti dal popolo;

-trattati internazionali, che una volta firmati, limitano fortemente le scelte politiche dei singoli parlamenti.

Tradotti questi vincoli, nella nostra realtà europea, si pensi per esempio al famoso citatissimo trattato di Dublino, che regola l’immigrazione o l’estremamente pervasivo “sistema di stabilità” ,che impedisce di fare debiti oltre certi limiti;

-il potere delle lobby ,che in America ha già superato qualsiasi linea rossa, facendo chiedere alla gente chi comanda veramente ,se i lobbisti delle grandi corporations ,o gli eletti dal popolo;

-Mounk ,quasi non ne accenna, perché è un politologo e non un geopolitico, ma oggi fra gli apparati che sono arrivati a gestire un potere enorme sono quelli “securitari”;

-l’alta burocrazia, che si trova, per esempio, a stilare materialmente i regolamenti di attuazione delle leggi ,che oggi sono sempre più nella forma di decreti.

Stabilire come la norma giuridica ,astratta per definizione, si deve applicare nel caso concreto dà a questi apparati un potere, anche discrezionale, molto elevato.

Mounk fa riferimento al sistema americano e quindi vede queste funzioni affidate a commissioni apposite, quando da noi si tratta semplicemente degli occupanti dei piani alti dei ministeri;

-Mounk cita anche il potere, che si sono assunti molti sistemi giudiziari, sulla “revisione giudiziale” delle leggi, approvate dai parlamenti, cioè interventi di organi della magistratura ,che interpretando la legge bloccano atti di governo;

Tutte queste situazioni limitano e molto nella realtà il potere del popolo ,tanto che l’indirizzo populista, preme per il ricorso agli istituti della “democrazia diretta” ad esempio col ricorso al referendum più ampio possibile.

Come si è arrivati a questa crescente sfiducia nella democrazia liberale, al punto da portare alcuni dei più noti leader ,di orientamento populista ,come l’ungherese Orban a dire apertamente di voler promuovere una nuova forma di “democrazia illiberale”?

Una causa scatenate, secondo Mounk ,è stata l’entrata dell’economia mondiale in una fase di stagnazione dopo decenni di forte sviluppo a partire dalla crisi del 2008.

A promuovere l’atteggiamento populista è in ultima analisi la perdurante percezione di un clima di instabilità.

Trump ,per esempio, è nato politicamente ,come il campione non dei poveri e degli emarginati, ci dice Mounk, ma delle classi sociali, che percepiscono una forte paura di essere incamminati a peggiorare nel futuro il proprio status economico e sociale.

La percezione è ancora più importante della situazione reale.

La seconda principale causa scatenante del populismo è stata ,secondo Mounk ,lo sconvolgimento portato dallo sviluppo così veloce della tecnica.

La stabilità politica di un tempo era garantita ,tra l’altro ,dal potere che le classi dominanti avevano sulle fonti di informazione ,facendo passare la loro narrativa come l’unica veritiera e condivisa.

Oggi ,con media digitali e i social, chiunque, anche con pochi soldi e poca o nulla organizzazione, può diffondere messaggi ,capaci ,in certe circostanze, di diventare virali e di fare traballare il potere.

Lo sviluppo della tecnica quindi ha portato enormi benefici ,ma per il principio dell’eterogenesi dei fini ,anche autentici disastri.

Già Gutenberg, ha consentito tra l’altro a Lutero di scalzare il potere millenario della Chiesa Cattolica , ma ha anche reso possibili le guerre di religione.

La diffusione dei telefonini in Africa, hanno dimostrato analisi, citate da Mounk, hanno migliorato enormemente le possibilità di sviluppo di quelle popolazioni ,ma contemporaneamente ha aumentato grandemente la conflittualità fra etnie e sette religiose.

Un progresso troppo radicale e troppo veloce porta opportunità ,ma scalfendo la precedente stabilità, porta anche instabilità ,paure e infelicità.

Anche il crescente fenomeno migratorio ha causato problemi non tanto per il numero dei migranti, ma per la velocità degli eventi ,che non hanno lasciato il tempo per metabolizzare.

L’ultima parte del libro di Mounk si propone di prospettare rimedi razionali ai problemi evidenziati dalle politiche populiste.

Rimedi di puro buonsenso, assolutamente condivisibili, probabilmente anche dai populisti, ma mi sembra di poter dire, che la forza e il valore di questo saggio ,stanno nell’analisi dei fenomeni in atto , più che nelle soluzioni accennate.

Data l’importanza del tema, ritengo che sia estremamente utile leggere attentamente questo libro.